venerdì 17 agosto 2007
di Nanni Spissu
Ho già avuto occasione di fare su questo giornale alcune riflessioni sulla vicenda di don Gelmini, prete antidroga. Erano animate da una serena valutazione dei fatti, persino da un istintivo disagio, davanti a un prete indagato per un delitto che io sento il peggiore, quello della pedofilia. Avevo però ragionato su quella sua aggressività così inconcepibile rivolta verso quei giudici che fanno il loro mestiere, e che lo fanno perché è il loro dovere, davanti a denunce personali e circostanziate.
Quei giudici definiti da quel prete “anticlericali”, perché, ragionavo, avevano osato intaccare come delle guarentigie che farebbero del prete qualcosa di immune dal giudizio dello stato, che non potrebbe violare con gli strumenti della sua giustizia umana la sfere delle prerogative del sacerdote, legibus solutus, affidato solo ad una giustizia extraterrena.
Io che sono così tanto lontano dalla chiesa e da questa idea che esista uno stato nel quale qualcuno possa essere esentato dal giudizio degli uomini chiamati a applicare un codice che sancisce comportamenti rigettati dal comune sentire, sono sempre animato dall'idea che il prete rappresenti un riferimento morale di cui anche la società civile e laica ha necessità. Perché non c'è società ordinata senza morale condivisa, non c'è società ordinata senza che qualcuno, prete o laico, in qualche modo incarni quel modello irreprensibile, cui conformarsi, giovani e non.
È indispensabile che qualcuno rappresenti le virtù di cui una società ha bisogno per essere ordinata, che ce ne ricordi la qualità e la necessità, che le sappia incarnare per rifletterle su questa società sempre più intollerante verso le regole. Questa intolleranza è diventata governo e politica, è diventata l'immagine di un potere estraneo alle regole, che le fa a suo modo per sfuggire a ogni vincolo o codice morale.
Ebbene, è vero, avevo ragione: il prete non può essere giudicato, la sua legge è quella segnata da un destino terribile, che traccia il percorso che egli è chiamato a seguire, nel quale - per una paurosa economia del bene e del male - il male stesso nasce dal bene, che lo sovrasta nella sua grandezza, lo purifica nella forza del suo disegno provvidenziale, lo nobilita perché il male del prete è il bene del prete, perché il santo può toccare le vette della sua santità in un magma di perversione.
Ho letto con fastidio profondo, senso di vergogna, paura per dover vivere in un tempo così terribile e amaro, per i sentieri impervi che sembra percorrere senza saggezza né prudenza, per l'impudica prepotenza che regge quel delirio di onnipotenza, l'intervista che sabato scorso Vittorio Missori ha concesso, per La Stampa, a Giacomo Galeazzi, e il commento di ieri di Antonio Scurati, sempre su La Stampa, a quella stessa intervista.
Aveva detto tra l'altro Messori: «Un uomo di Chiesa fa del bene e talvolta cade in tentazione? E allora? Se fosse così per don Pierino Gelmini, se ogni tanto avesse toccato qualche ragazzo ma di questi ragazzi ne avesse salvati migliaia, e allora? La Chiesa ha beatificato un prete denunciato a ripetizione perché ai giardini pubblici si mostrava nudo alle mamme. Queste storie sono il riconoscimento della debolezza umana che fa parte della grandezza del Vangelo. Gesù dice di non essere venuto per i sani, ma per i peccatori. È il realismo della Chiesa: c'è chi non si sa fermare davanti agli spaghetti all'amatriciana, chi non sa esimersi dal fare il puttaniere e chi, senza averlo cercato, ha pulsioni omosessuali. E poi su quali basi la giustizia umana santifica l'omosessualità e demonizza la pedofilia? Chi stabilisce la norma e la soglia d'età?».
E più avanti, ancora a proposito di don Gelmini: «Non entro nel caso giudiziario, però è indubbio che nella storia della Chiesa una sessualità disordinata ha potuto convivere agevolmente con la santità. Sono legato al segreto richiesto dai Postulatori, ma potrei fare nomi celebri. Il fondatore di molte istituzioni caritative in Europa è stato proclamato beato nonostante le turbe sessuali che per un istinto incoercibile lo spingevano a compiere atti osceni in luogo pubblico. Non mi scandalizzo, penso ai drammi umani che ci sono dietro. San Giovanni Calabria era un benefattore dell'umanità, ma è stato sottoposto a sette elettroshock: da psicopatico grave, da manicomio».
Trascrivo anche stralci dal commento di Scurati, cui mi associo totalmente. «L'aberrante argomentazione di Messori - che io sinceramente mi auguro di aver frainteso - mira a scagionare preventivamente un prete come don Gelmini dalle accuse di molestie sessuali. Non con il dichiararlo innocente, ma con il ritenerlo esente dalla legge penale e morale, anche se colpevole. La sua presunta “santità” lo collocherebbe in uno stato d'eccezione sottratto alla giurisdizione umana. Sebbene sconcertante, questa proposta da Messori è una concezione molto radicata nella tradizione cristiano-cattolica e, più in generale, nell'antropologia del sacro: il prete, in quanto ministro del culto di Dio, proprio perché più vicino degli altri uomini al principio divino, sarebbe più prossimo anche a quello diabolico. Il sacerdote, in quanto iniziato alle pratiche sacre, sarebbe una sorta di maneggiatore di potenti veleni, capaci di portentose guarigioni ma anche di micidiali tentazioni. In ogni caso, l'esperienza religiosa, in quanto strettamente legata all'ordine soprannaturale, si separerebbe da quello naturale (sacro, etimologicamente, significa “separato”). L'uomo di Chiesa, nella misura in cui prende a modello il santo, non sarebbe più un uomo in mezzo ad altri uomini, che si distingue da essi per una superiore moralità, ma un uomo che, aspirando alla santità, si ritiene al di sopra di ogni moralità. E, talora, perfino della legalità».
Bene, non c' è granché da aggiungere, ma tanto da riflettere. In altra parte del giornale si possono trovare alcuni commenti a recenti interventi autorevoli sulla questione cattolica in Italia. Ebbene, questa intervista a Messori è un argomento in più per convincerci che quella questione ha una sua consistenza. Ma è sconcerto di fronte a questa teoria dell'omnia munda mundis, dove in una comunità di santi anche il male viene lavato e riciclato nel nome della santità diffusa nel corpo mistico.
Questo mi sembra delirio e persino blasfemo. Il corpo mistico non può essere la sublimazione del male nel bene, ma è, semmai, la totalità del bene, di una comunità di credenti che si sanno redenti da quel Cristo che di quel “corpo” è fondatore e garante. E anche io che ho della figura del Cristo un'idea altissima, pur da fuori della chiesa, non posso idealmente credere che egli accoglierebbe tra i suoi santi i peccatori pedofili e che penserebbe che una giustizia terrena sia per loro improponibile.
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