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venerdì 17 agosto 2007

I silenzi macchiati di sangue nel Rwanda
e le responsabilità dell'Europa
in un genocidio che non va dimenticato

di Cristian Ribichesu

Quest'autunno gli spettatori di Canal Plus potranno scoprire qualcosa di più sull'inerzia della comunità internazionale e sul ruolo della Francia nel più efferato genocidio degli ultimi quindici anni, in Rwanda. Li aiuterà un film girato per la tv, “Opération Turquoise”, che prende il nome dall'azione di pace dei militari francesi svolta alla fine del conflitto ruandese del 1994.

Dal 22 giugno al 21 agosto di quell'anno, una forza di intervento composta da oltre tremila soldati (2.550 dell'armata francese), guidata dal generale Jean-Claude Lafourcade e autorizzata dalla risoluzione 929 del Consiglio di Sicurezza dell'O.N.U., avrebbe dovuto proteggere i civili e i rifugiati che si trovavano in situazione di pericolo nell'insanguinato paese africano, restando neutrale rispetto alle divisioni etnico-politiche che agivano nel conflitto. Le critiche all'operato francese, anche a Parigi, non mancarono. Nonostante il colloquio internazionale di Kigali del novembre 1995 abbia poi sollevato la Francia da ogni responsabilità, rimangono ancora numerose zone oscure su mancati arresti, sul disarmo insufficiente dei miliziani ruandesi e sul possibile coinvolgimento nella fuga dei principali dirigenti estremisti Hutu.

Come le poesie di Ungaretti e Montale, o i romanzi di Lussu e Rigoni Stern, ci ricordano il dolore straziante delle due principali guerre mondiali e ci aiutano a riflettere sull'importanza della vita e sulla spesso difficile coesistenza pacifica fra uomini, così anche i film “Hotel Rwanda”, “Shooting Dogs”, “Sometimes in April” e adesso questo “Operation Turquoise” scardinano le invisibili porte delle nostre certezze per riportarci all'incredibile genocidio ruandese, non tanto lontano nel tempo, a ribadire l'esigenza del ricordo e dell'insegnamento di fronte ai continui e tragici errori umani.

Proprio per aver presente, nell'aprile del 1994 in Rwanda, il paese più densamente popolato dell'Africa, si consumò una delle più feroci stragi che abbiano segnato la storia dell'uomo, non inferiore alla persecuzione ebraica nazista della seconda guerra mondiale, né per efferatezza e né per proporzioni. In soli tre mesi furono uccise più di 800mila persone (alcune fonti ne stimarono più di un milione) tra donne, uomini, anziani e bambini. Alla base della strage c'era la divisione etnica tra Hutu, la maggioranza della popolazione ruandese, e Tutsi.

Però, all'originaria separazione etnica tra le principali popolazioni di questo paese africano, si aggiunsero gli squilibri arrecati dalle potenze europee nella loro corsa alla colonizzazione, nella seconda metà del diciannovesimo secolo, in cerca di un nuovo mercato libero e di ricchezze da sfruttare.

Inizialmente la maggioranza Hutu rappresentava i contadini che avevano il compito di garantire il sostentamento dell'intera società. I Tutsi erano nobili e guerrieri proprietari di terre e dovevano difendere il paese dalle aggressioni esterne. Nel 1890 la Germania assunse il controllo del territorio, annettendolo all'Impero tedesco fino alla prima guerra mondiale. Poi il paese passò al Belgio. Nel 1961, in seguito alle violenze etniche che appunto avevano la complicità degli interessi europei, decine di migliaia di Tutsi - si stimano circa 250mila persone - fuggirono verso l'Uganda e il Burundi. Il paese divenne una repubblica indipendente sotto il controllo della maggioranza Hutu.

Da allora fino quasi ai nostri giorni, la storia del Rwanda è segnata dai continui scontri e da un interminabile elenco di morti, entrambi causati dalla volontà dei Tutsi espatriati di rientrare nel paese e dalla resistenza Hutu nei loro confronti.

La divisione ufficiale tra le principali popolazioni del paese - Twa, Hutu e Tutsi - era stata creata dal Belgio nel 1932, con l'introduzione delle carte d'identità etniche, e la conseguente riserva dei privilegi e dei posti di comando ai Tutsi da parte dei colonizzatori, con la discriminazione dal potere della maggioranza Hutu. Queste scelte acuirono irreparabilmente l'odio fra le differenti etnie. Non solo, gli europei favorirono ulteriori squilibri appoggiando inizialmente i Tutsi. Ma quando il paese, dopo il 1960, divenne una repubblica sotto il controllo Hutu, iniziarono ad aiutare economicamente e militarmente questi, senza mediare i conflitti sociali interni al Rwanda.

Dopo il 1990 iniziò la guerra civile fra Tutsi espatriati e Hutu, e i paesi europei - con la Francia in prima linea a favore del partito Hutu - si “affacciarono” nuovamente nel Rwanda, favorendo il traffico di armi (impressionante, anche per il ruolo di queste armi nelle stragi, l'acquisto di 581mila machete di produzione cinese da parte degli Hutu attraverso i finanziamenti francesi). Il casus belli del genocidio del 1994, in realtà preparato da tempo, fu l'attentato al presidente della repubblica ruandese, il 6 aprile di quello stesso anno, del quale vennero accusati i Tutsi.

Così, dal 6 aprile fino alla metà del luglio del 1994, furono massacrate sistematicamente più di 800mila persone e nessuna potenza occidentale, compresa l'O.N.U., intervenne per arrestare il conflitto.

A fronte di questa incredibile strage dei nostri tempi, scoppiata nel silenzio del mondo occidentale, e dell'ossessiva propaganda d'istigazione all'odio perpetrata in quella parte dell'Africa - basta ricordare l'incitamento alle persecuzioni attraverso la Radio Mille Colline, sembra giusto continuare a rispondere con un altrettanto forte sforzo di riflessione sul dolore inflitto agli innocenti e sugli errori umani. Anche un film prodotto per la tv può far crescere la conoscenza e rafforzare la memoria storica. Con la speranza che queste insegnino all'uomo la strada giusta per evitare la guerra con il suo prossimo.


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