mercoledì 15 agosto 2007
di Salvo Lacosta
Il dibattito sulla politica energetica regionale è ciclicamente interessato da infinite discussioni sul tema del carbone e del suo uso. I temi principali del dibattito sono due e spesso collegati tra loro: l'opportunità della riapertura delle miniere del Sulcis e insieme i riflessi ambientali del rinnovato utilizzo del carbone per la produzione termoelettrica. Cominciamo da quest'ultimo punto.
Anche di recente il presidente Soru ha annunciato di voler perseguire una politica regionale che, rispetto al tema delle fonti da utilizzare, veda partire il collegamento GALSI per il gas naturale, consideri con attenzione le rinnovabili (eolico ed anche fotovoltaico) e abbia anche un spazio significativo per il carbone. Anzi no: per il carbone “pulito”.
Su quest'aggettivo si discute molto sull'Isola ed è forse venuto il momento di fare un po' di chiarezza sui termini. Che cos'è il carbone “pulito”? Se ne parla nell'ambito del dibattito e delle politiche sui cambiamenti climatici. Ogni valutazione, e quindi anche questa, viene riferita al carbone (e dunque al carbonio) all'interno del dibattito sull'effetto serra. Vengono esclusi da questi ragionamenti quelli relativi agli inquinanti locali e dunque agli impatti diretti sul territorio. Atteniamoci a questa tassonomia.
Chi sostiene che il termine “carbone pulito” sia un ossimoro imbarazzante ricorda che il carbone è una fonte fossile e in quanto tale emette carbonio durante la combustione e, fra le fonti fossili (petrolio, gas naturale e appunto carbone), è quello che nel processo di combustione, a parità di altre condizioni, emette più carbonio per unità di energia utile. È importante sottolineare i termini nel processo di combustione, poiché esistono molte valutazioni sulle emissioni delle varie fonti fossili se considerate a ciclo intero.
Coloro che sostengono invece la tesi del carbone “pulito” affrontano diversi aspetti insieme e, onestamente, non è sempre facile sbrogliare la matassa. Il concetto centrale da comprendere, se vogliamo cominciare a capirne un pochino, è quello di efficienza, ovvero quanta energia (elettrica) produco con una data quantità di carbone.
Facciamo un esempio molto semplice con numeri assolutamente di comodo utili per l'esposizione. Supponiamo che un impianto di vecchia generazione produca un MWh per ogni quintale di carbone combusto. La combustione di questo quintale di carbone comporta l'emissione di un chilo di carbonio.
Oggi, con una nuova tecnologia, con lo stesso quintale di carbone (che combusto corrisponde sempre a un chilo di carbonio) si potrebbero generare due MWh. Si comprende bene la differenza: il carbone, in quanto tale, non diventa più pulito ma lo usiamo meglio, e in modo più efficiente; prima producevamo un chilo di carbonio e oggi pure, ma produciamo il doppio dell'elettricità.
Si può definire questo un uso “pulito” del carbone? Dubito. Certo, ne stiamo facendo un uso più efficiente e i nuovi impianti faranno crescere sempre di più l'efficienza. Tuttavia non puliamo il carbone rendendone l'uso più efficiente.
Queste riflessioni rinforzano l'idea che il carbone non sia affatto pulito e che dunque le emissioni di anidride carbonica della Sardegna, se si procederà con i piani annunciati, peggioreranno nel tempo.
Tuttavia quando si discute di sostenibilità ambientale relativamente alla nuova partenza del carbone nel Sulcis viene spesso opposto il tema della sostenibilità sociale. Si sostiene che il tema ambientale è noto e anche condivisibile, ma «in quell'area c'è un'emergenza occupazionale». E la politica se ne deve preoccupare.
Chiariti quindi i termini della questione del carbone “pulito”, veniamo al bando di gara per l'assegnazione della concessione integrata per la gestione della miniera carbonifera del Sulcis. Il bando prevede oltre alla concessione della miniera, la realizzazione e la gestione di un impianto per la produzione dell'energia elettrica piuttosto sofisticato (il bando recita “gassificazione, ciclo supercritico o altro equivalente”). Si dovrà tornare a questo dibattito quando il bando avanzerà e le realizzazioni previste non saranno solo carta.
E la sostenibilità finanziaria?
Per oggi limitiamoci a ricordare quello che domenica 20 ottobre 1996 ebbe a scrivere sull'argomento sul Corriere della Sera il prof. Alessandro Penati. L'articolo ebbe una certa risonanza sia in Sardegna che sulla stampa nazionale nei giorni successivi.
Nell'articolo, in verità assai pungente, veniva ricostruita con dovizia di dettagli la lunga sequenza dei contributi pubblici a vario titolo concessi alle miniere. Già da allora la situazione era molto critica: i soli sussidi a fondo perduto concessi dallo Stato nel decennio 1985-1995 avevano superato i novecento miliardi di lire. Cui andrebbero aggiunti, per completezza, gli interventi diretti dell'Eni (250 miliardi nel 1985), i contributi concessi dalla Regione Sardegna e l'impegno dell'Enel - deciso dal Governo di allora - ad acquistare l'energia elettrica prodotta, con parziale utilizzo del carbone estratto dal Sulcis, a un prezzo di oltre il cento per cento superiore al normale costo di produzione dell'impresa elettrica allora nazionale.
Fate due conti: se la scelta di allora fosse stata quella di concedere ad ognuno dei 900 dipendenti un miliardo di lire, questi avrebbero potuto godere per vent'anni di una rendita mensile di circa 1500 euro, accrescendo a fine periodo il capitale in termini reali di circa il 20%. Sarebbero partiti con un miliardo, avrebbero preso circa 1500 euro al mese, e dopo vent'anni avrebbero avuto in termini reali l'equivalente di un miliardo e duecento milioni di lire.
Quando parliamo del Sulcis, del nuovo intervento e del suo futuro, potremmo anche considerare i temi della sostenibilità finanziaria?
(questo articolo è stato pubblicato su www.insardegna.eu)
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