giovedì 9 agosto 2007
di Giorgio Melis
Interviene, abbastanza malvolentieri. Ma infine con analisi lucida, visione non gretta o provinciale. Antonello Soro, leader nazionale della Margherita, dice la sua - senza entusiasmo - sulla contesa tra Ds (specie al loro interno) e Renato Soru sulla leadership del partito democratico in Sardegna. Di poche parole con molto ragionare sensato: Soro dovrebbe far riflettere tutto il centrosinistra, in questa fase bruciante.
Prima di prestargli l'attenzione che merita, riassunto e aggiornamento. Ieri è stato il dies irae, in casa diessina. Per la brutta piega, tra scontri interni di rara asprezza, che ha preso la trama della nomenklatura interna e per ora maggioritaria. Antonello Cabras da rosso cardinale della Quercia a papa rosa del Pd sardo: se si riuscisse a far desistere Renato Soru dalla voglia di capeggiarlo. In alternativa, virata trasformistica da Cabras a Graziano Milia come competitore, se invece il presidente della Regione insistesse per la nomination. C'è grande disordine e tensione, sotto la Quercia. Non è affatto esagerato il richiamo alla “guerra per bande”, lanciato da Tore Corona nella sua lettera di scomunica contro Massimo Dadea: per aver sponsorizzato senza se e senza ma la candidatura di 'o Rey di Sanluri e dintorni isolani. Più calzante il «siamo ai materassi» del Padrino (rilanciato in grande spolvero anche al Senato americano) del vecchio «confronto dialettico forte». Qui siamo allo schieramento in battaglia.
La componente diessina che raggruppa la maggioranza del gruppo consiliare, qualche parlamentare, tre assessori regionali, un presidente di Provincia (Fulvio Tocco) dirigenti di partito e sindacali, ha chiuso ieri a tarda sera a Santa Cristina l'incontro programmato dopo lo scontro di Tramatza con la maggioranza. Rafforzato nelle convinzioni e nella compattezza. Dunque, no a candidature pilotate e di esclusiva osservanza monopartitica. Sì a una competizione senza esclusioni: plurale e aperta, come le liste per le primarie.
Oggi sarà diffuso il documento approvato dopo una lunga discussione. Poi semipausa in vista della ripresa bellica a fine mese. Tregua comunque imposta dal generale agosto e conseguente “sciogliete le righe” della politica per le vacanze. Come alla Regione: anche Renato Soru è ufficialmente in ferie. Così come (non insieme, naturalmente) Fulvio Dettori: sul quale all'ultim'ora è piombato il tornado di ritorno del caso Saatchi & Saatchi.
Se tace il rumor di sciabole diessine, altre voci si levano a stemperare le dispute roventi. In tono tra l'ironico e il costruttivo Francesco Sanna interviene e invita la Quercia a non schierarsi in formazione chiusa e d'attacco: anzi chiedendo ai Ds di mettergli ospitalmente la loro sede a disposizione per la presentazione della lista che ha come guida Enrico Letta. Oltre questa sortita spontanea, e le accese parole che dalla Margherita scaglia Paolo Fadda (perfino troppo scontate) contro Soru e anche Dadea, registriamo le parche dichiarazioni quasi estorte ad Antonello Soro: appena arrivato nella sua casa al mare. Dopo due conversazioni con Repubblica e Stampa, non ha gran voglia di parlare di cose sarde, intricate quanto e forse peggio che a livello nazionale.
Favorevole o contrario, per non perdere tempo, a Soru in campo per la guida del Pd?
«Non si può rispondere con un secco sì o no a un quesito così intrigante, sul quale si è accesa una disputa piuttosto sconfortante. Bisogna partire da un punto fermo. Si fa politica per assicurare il miglior governo possibile alla comunità di riferimento. Tutto quel che aiuta a perseguire quest'obbiettivo, è positivo. Ciò che lo minaccia o lo sconquassa, è molto negativo. Uscendo dai massimi sistemi - ragiona Antonello Soro - al presidente Soru si chiede di assicurare la miglior governabilità possibile della Regione. C'è una situazione difficile. Si sono persi pezzi piuttosto importanti della maggioranza, ormai molto risicata in Consiglio, altri sono sull'Aventino o alla fronda aperta. Non è affatto vero che si recupererà di qui alle elezioni. C'è un irrigidimento, tendente alla sclerosi, di posizioni contrapposte: non sarà riassorbito. Dunque si prospetta un cammino in salita nei due anni cruciali che ci porteranno alle elezioni regionali».
Non sta prendendola troppo alla larga, per scansare acquitrini e pozze scivolose?
«Al contrario. Senza questa premessa, non si può analizzare lucidamente la situazione legata alla nascita del Pd. Deve accompagnarsi a un travaglio che coinvolga o travolga l'esistente, equilibri già precari, o deve invece favorirne il consolidamento? Arrivando al punto. Se la candidatura di Soru favorisse il processo costruttivo, andrebbe esaminata, presa in considerazione e sostenuta: senza preclusioni e senza esclusioni di altre. Se invece accentuasse fibrillazioni, dissensi, divisioni laceranti, il primo a chiamarsi fuori dovrebbe essere proprio il presidente: per salvaguardare il quadro politico già agitato. Si deve pensare insieme, tutti, all'interesse comune: nel governo della Regione, nella dialettica fra i partiti, nell'armonia possibile all'interno della maggioranza, nella prospettiva di vincere le elezioni. Questi sono i paletti che ragione e interesse comuni dovrebbero far conficcare nel nostro campo: per non squalificarci da soli».
Siamo alla tripla nella schedina, sì-no-forse, mentre il fienile già brucia?
«Non appartengo alla schiera dei dottor Divago. Ma neanche taglio con l'accetta questioni complesse, fragili, a rischio. La regola elementare è quella di rafforzare la casa che si ha, prima di un trasloco con molte incognite. Questo è un compito fondamentale per Soru ma non solo per lui. Se la sua candidatura crea più problemi di quanti possa risolverne. Se rischia di sfasciare anziché costruire, lui stesso deve trarne le logiche conclusioni. Gli atti politici vanno misurati sulle conseguenze che prevedibilmente producono, nel bene e nel male. La somma algebrica degli effetti deve guidare e anche condizionare le scelte. Condivise: non solitarie, con fughe in avanti senza curarsi di lasciare macerie alle spalle. E questo non vale soltanto per Soru: dovrebbe essere la bussola di tutti. Tra l'altro, mi pare necessario sottolineare un aspetto. Se Soru e un altro, al massimo due, fossero i soli picchi di personalità espressi dalla classe dirigente sarda e spendibili, saremmo al suo fallimento nella selezione di personalità autorevoli e nell'assenza di crescita e ricambio generazionale».
Lo ha ben sottolineato un altro nuorese, Massimo Dadea. Denunciando la refrattarietà ad uscire dalle stanze chiuse dei partiti, dall'asfitticità di una politica che non ha saputo preparare in tempo, per resistenza opaca e conservatrice, candidature all'altezza del momento e delle necessità. È ben evidente a tutti i sardi questa carenza di personaggi, di cultura politica alta e altra, di un respiro non gretto e arioso che riporti i cittadini a una partecipazione fiduciosa: non scorata come adesso. Soru è stato l'effetto estemporaneo ma forte, non la causa di questo disseccamento delle sorgenti. Quindi torniamo a lui e stringiamo. Quali chances avrebbe Soru e quali pericoli susciterebbe?
«Non pretenderà che giudichi io per tutti e, al di là delle preferenze, faccia il nome o i nomi mentre è in corso un dibattito acceso? Ma non scantono. Se Soru avesse l'adesione sufficiente e, conditio sine qua non, senza contraccolpi devastanti nella maggioranza e nei partiti, non potrei che essere d'accordo. Ma non mi pare che così sia: semmai sembra l'opposto. Ci sono anche gravi rischi per lui e per tutti: il che investe l'intera nostra responsabilità, non solo la sua determinazione. Poniamo, può capitare ed è già accaduto, che alle primarie Soru resti al di sotto del 50 per cento degli elettori. Perché ha perso popolarità o perché è andato in campo col suo schieramento diviso che propone altri candidati. Il voto potrebbe frazionarsi e frantumarsi in liste: tra il 15 e il 25 per cento, Soru potrebbe vincere di misura. Comunque senza un'investitura maggioritaria».
«Non sono scenari campati per aria: semmai realistici, con le attuali tensioni. Un Soru sotto la metà degli elettori nelle primarie risulterebbe delegittimato nel proprio schieramento. Preludio alla liquidazione non solo sua e definitiva ma dell'intero centrosinistra: con sconfitta alle elezioni e tutti a casa. Non è fantapolitica ma possibile profezia di sventura che si autoavvera. Non voglio proprio essere una Cassandra. Metto in guardia da rischi concreti, non immaginari».
Alla fine della sonata, il suo sembra un no foderato di eccellenti, razionali argomenti. Ma dribblando il quesito duro in campo. Nella sua posizione di leader nazionale è comprensibile la prudenza. Ma non serve anche chiarezza?
«Chiarezza non significa spregiudicatezza, prevaricazione nella discussione in corso. Non siamo al botteghino dell'ippodromo, a scommettere su vincenti, favoriti e piazzati. Ho elencato le ragioni per Soru. Ho allineato le condizioni ostative, che sono molte e pesanti: ma prescindo completamente da personalismi che non mi appartengono, non voglio e neanche posso permettermi nella mia posizione. La mia è un'analisi non viziata da calcoli od opportunismi. Bisogna ancora e sempre ricordarsi, non in astratto o retoricamente, di pensare a quel che possiamo fare per la Sardegna: non a quello che dobbiamo pretendere dai nostri concittadini. Alla sintesi parteciperò, nel rispetto delle autonomie di tutti i partiti e le persone: con questo spirito. L'ipocrisia mi è sempre stata estranea. Partecipo con tutta la forza delle mie convinzioni e posizioni: col tempo ed esperienze generali, hanno composto il distacco con l'impegno, la tensione morale con la volontà di schierarsi per costruire».
C'è un'ultima questione, che va oltre il presidente della Regione. Se non Soru, chi? Molti sono giustamente contrari alla concentrazione di troppa forza e potere nelle sue mani. Ma allo stesso tempo, sono stravolti dalla prospettiva di leader anche abilissimi ma con troppo sentore e muffa di sacrestie e chiese partitiche: ridotte a gusci vuoti, rinsecchiti, senza più linfa vitale e spinta popolare. Allora, chi proporre che abbia visibilità, autorevolezza, capacità di ispirare nuova fiducia e speranza, non solo frutti avvizziti della partitocrazia? Garanti anche di trasparenza attuale e futura: come prescritto nel regolamento di autodisciplina per le primarie. Chi, se i nomi alternativi dei Ds a Soru sono solo quelli di Antonello Cabras senza il presidente in campo e di Graziano Milia in subordine, come suo competitore?
«Attenti a non demonizzare oltre misura i partiti. Meritano aspre critiche e non sono sempre capaci di autocritica. Sono in crisi profonda. Ma restano lo strumento essenziale della partecipazione e della democrazia parlamentare. Perciò vanno aiutati ad autorigenerarsi, spalancando davvero porte e finestre ai cittadini: per ossigenare la circolazione delle idee, degli impegni, degli atti. È doloroso dirlo, perché è ineludibile responsabilità comune. Ma la classe politica non è lo specchio deformante di una società civile tutta virtuosa e positiva. Occorre un nuovo incontro, aperto e lungimirante, tra società e politica: perché va vivificata l'intera nostra democrazia, che non è affatto in buona salute. Anche in Sardegna, purtroppo. Lo conferma la scarsità di leader proponibili».
«Non so se saranno fatti altri nomi, e soprattutto se si arriverà alla fondamentale designazione condivisa, apprezzabile e approvata dai nostri elettori. Il toto-nomi non mi appassiona. Ma neanche mi scandalizza. Tra quelli citati, Cabras ha sicuramente qualità e capacità di assoluto rilievo. Mi convince meno Milia: neanche lo conosco a sufficienza. Se ci sono altre controindicazioni, vengano messe in campo. Come ho provato a fare, con onestà intellettuale e ragion politica, per Renato Soru: ho comunque imparato a stimarlo e rispettarlo, come una volta già ho detto».
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