giovedì 2 agosto 2007
di Maria Letizia Pruna
Non serve dare ancora i numeri sugli infortuni e i morti sul lavoro, perché non è una questione di numeri ma di vite perse o irrimediabilmente cambiate da menomazioni terribili o da lutti. Sarebbe forse il caso di dire invece i nomi di questi lavoratori, fare un lunghissimo infinito elenco, e raccontare le loro storie una per una, proprio perché non rimangano numeri.
Gli infortuni sul lavoro sono un fenomeno vecchio e tenace, che ha subito una forte impennata con il processo di industrializzazione, tanto che già alla fine dell'800 nei paesi europei fu introdotta l'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro (in Italia, più precisamente, nel 1898). L'obiettivo principale non era quello di ridurre il fenomeno ma di attenuarne gli effetti sociali, compensando invalidità e morte con una rendita. Gli infortuni sul lavoro, infatti, erano considerati un tributo inevitabile allo sviluppo industriale.
Da allora, gli incidenti sul lavoro, con feriti e morti, e le malattie professionali non hanno mai mostrato una tendenza a scomparire. Sono diminuiti nettamente, questo è indiscutibile, grazie al miglioramento delle condizioni di lavoro, all'introduzione di innovazioni tecnologiche e organizzative, alla riduzione dell'occupazione industriale e alla terziarizzazione, ma non hanno mai accennato a sparire.
Ciò di cui discutiamo di nuovo in queste ore, dopo l'ultima vittima di Portovesme, non è dunque un fenomeno apparso di recente o riapparso dopo essere scomparso: è un fenomeno che ha connotato in ogni tempo il lavoro operaio e continua ad accompagnarne l'evoluzione anche in quest'epoca di grandi progressi, evidenziando malattie professionali nuove e nuovi modi di farsi male e di morire sul lavoro (insieme ad altri molto vecchi).
Le notizie sulle cosiddette morti bianche (altro che “bianche”: corpi straziati da ferite terribili, agonie spaventose), sono commentate a volte con un misto di stupore e rassegnazione. Può darsi che vivere nel pieno di una nuova modernità ci abbia un po' offuscato lo sguardo e il pensiero, convincendoci che le nuove tecnologie avrebbero cancellato i cattivi lavori (quelli brutti, sporchi e pericolosi), avrebbero eliminato fatiche e sfruttamento, e il lavoro operaio sarebbe scomparso. Invece con le notizie degli incidenti sul lavoro scopriamo, con un po' di stupore, che gli operai esistono ancora e lavorano in condizioni non sempre moderne.
La rassegnazione è invece il frutto della consapevolezza che feriti, morti e ammalati per il lavoro hanno continuato nei decenni a cumularsi, non hanno mai smesso di aggiungersi da un anno all'altro in un lunghissimo, infinito elenco. L'unica conclusione che si può trarre dalla sostanziale inerzia nei confronti del fenomeno è che gli infortuni sul lavoro continuano ad essere considerati il prezzo inevitabile dello sviluppo. E il punto è che forse è davvero così: questo sviluppo si paga anche in questo modo (oltre che in molti altri, non meno amari).
Ci sono indubbiamente lavori pericolosi, ma soprattutto ci sono imprese pericolose e modi pericolosi di organizzare il lavoro (ma anche modi pericolosi di contrattare le condizioni di lavoro, cedendo margini di sicurezza in cambio di premi produttivi). Le responsabilità non si possono sempre lasciare indefinite, sospese, indeterminate, come se gli incidenti fossero il prodotto del caso o, meglio, di una serie imponderabile di circostanze sfortunate (che polverizzano le responsabilità attribuendole a tanti attori e fattori, con il risultato di assolverli tutti).
La sistematicità con cui si susseguono gli incidenti (anche all'interno di una stessa azienda e soprattutto in certi settori) smentisce qualsiasi ipotesi di casualità: dunque, di chi è la responsabilità? La rabbia e l'indignazione devono tradursi in una richiesta chiara e ferma: l'accertamento delle responsabilità e la condanna dei colpevoli devono precedere qualsiasi spiegazione in merito alle cause delle irresponsabilità commesse. Solo dopo avere accertato tutte le responsabilità possiamo discutere della vita difficile delle imprese sotto la pressione della concorrenza, dell'ansia di restare sul mercato, degli appalti e subappalti, del costo elevato del lavoro e della sicurezza (ma anche della ricerca di profitti facili, della diffusa incultura imprenditoriale, delle irregolarità nell'impiego dei lavoratori, e altro ancora).
Insomma, la richiesta più importante oggi e sapere chi è il responsabile della morte di Simone Medas (e di tutti gli altri), e quale sarà la condanna. Al momento non serve che qualcuno spieghi le ragioni delle irresponsabilità commesse: sono sempre le stesse e non sono accettabili.
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