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mercoledì 1º agosto 2007

Paperoni e facce di bronzo
sull'isola del tesoro
Con l'avvocato-superstar
salta il banco alla Regione?

di Giorgio Melis

Era capitato di definirlo “l'avvocato delle cause vinte”. Perché fino a tre anni fa Gianni Contu faceva saltare sempre il banco nelle cause che gli erano affidate, da enti pubblici o da privati. Anche pro e contro la Regione. Difensore o accusatore - nello stesso periodo e in procedimenti ovviamenti diversi - della Regione davanti al Tar e al Consiglio di Stato.

Ma Soru non gli ha portato fortuna: dal 2004 ha perso importanti ricorsi da lui firmati per l'annullamento delle elezioni regionali (chieste da Giorgio Corona e Giorgio Balletto), del decreto-salvacoste impugnato dal Polo versus Soru, del referendum orchestrato da Mauro Pili contro il piano paesaggistico. L'aveva spuntata provvisoriamente sulla revoca del presidente della Sfirs, Alberto Meconcelli: comunque silurato subito dopo.

Gianni Contu, principe degli amministrativisti (con Ovidio Marras e pochi altri) rischiava di diventare il proverbiale avvocato delle cause perse. Almeno nei procedimenti più clamorosi e prestigiosi, anche determinanti per la vita pubblica e politica della Sardegna. Fermi tutti: stavolta rischia non di vincere ma di fare un superbingo da favola: quasi 70 milioni di euro, oltre 130 miliardi di vecchie lire. Una cascata aurea a 24 carati. Non per un cliente pubblico o privato: per se stesso.

È lui che rivendica dalla Regione parcelle per quest'importo megagalattico. Per prestazioni professionali affidategli dalle Giunte di centrodestra. Specie da Mauro Pili, poi diventato suo cliente per alcuni ricorsi contro la Regione, nel frattempo passata al timone di Renato Soru. Il presidente nel 2006 ha revocato tutti gli incarichi a Contu: contestandogli un conflitto di interessi professionali. Ieri El Gubernador ha lasciati basiti almeno i normali cittadini, annunciando in Consiglio che il super-avvocato rivendica mega-parcelle per le cause affidategli da Pili e altri, che Soru rigetta e rifiuta di pagare.

Dovrà vedersela davanti al Tribunale di Roma. Dove Contu ha presentato la richiesta da capogiro, certo per inappuntabili ragioni formali e di merito. Comunque lontano da Cagliari, dove teoricamente dovrebbe pronunciarsi il giudice naturale.

Appena la notizia si diffonderà nel resto del Belpaese, gli altri italiani avranno una ragione in più per considerare la presunta sottosviluppata Sardegna l'isola non dei famosi ma dei Paperoni: quasi sconosciuti all'esterno. Se Contu dovesse spuntarla e la Regione fosse obbligata a pagare, impallidirebbero le transazioni o sentenze dei grandi divi divorziati e le cause per danni tra i nababbi del pianeta.

Dopo aver scoperto che il Consiglio regionale sardo è il più costoso d'Italia (a parte la Sicilia, con popolazione tripla) e paga liquidazioni da 700 mila euro, pensioni e indennità favolose a onorevoli e personale, forse qualche leghista potrebbe alzare la voce. Per proporre di tagliare i trasferimenti statali a una Regione che si espone al rischio di versare a un solo professionista una cifra strabiliante.

Al confronto, fa quasi tenerezza la spesa per il nostro parlamentino: appena 103 milioni di euro, solo il 30 per cento in più di quanto chiede Contu da solo. La stessa cifra che si è appena ottenuta per la sanità sarda, in credito dal 2001 dallo Stato: appunto 70 milioni, stanziati dal mastino del bilancio Padoa Schioppa e dal ministro competente Livia Turco. Insomma, roba da toga paperonesca, strabiliante per i comuni mortali.

Ci sono precedenti clamorosi. Ma di questa grandezza ne ricordiamo proprio pochi. Perfino Cesare Previti, che non prendeva parcelle ma tangenti, si era accontentato di molto meno sui mille miliardi pubblici sborsati agli eredi Rovelli per una sentenza comprata. Bisogna comunque essere prudentissimi: qui si pattina sul ghiaccio sottile. Perché le parcelle si calcolano in percentuali di legge sul valore patrimoniale dei procedimenti. Gianni Contu, che proviene dall'Avvocatura dello Stato di Cagliari, è personaggio che maneggia codici e sentenze come un pilota provetto guida la sua auto. Occhio: è impensabile che, con la sua notoria dottrina, si sia esposto a una figuraccia senza avere solide pezze d'appoggio. Anche perché il diritto italiano ha il suo rovescio in paradossali norme e cavilli che consentono di sostenere tutto e il contrario. La forma, anche abnorme, può prevalere sulla sostanza e portare a conclusioni che lasciano a bocca aperta il cittadino comune.

L'enormità della richiesta, più altre cosucce, porta noi profani a sperare che le casse regionali non debbano subire uno svuotamento colossale. Si resta comunque sbalorditi di fronte all'ipotesi che un (solo) principe del foro possa aprire non un buco ma una voragine nell'erario pubblico. Ci sono state recenti polemiche per altre grandi parcelle di amministrativisti cagliaritani (Ovidio Marras e qualche altro): ma si trattava di qualche milionata di euro, non di decine e decine.

Un lontano precedente è di oltre vent'anni fa. Un avvocato consigliere comunale ebbe dalla Giunta l'incarico di chiudere un contenzioso con l'impresa che aveva costruito il Brotzu. Presentò parcella da 500 milioni e fu subito scandalo. Era calcolata non sulla cifra transata con l'impresa ma su quella richiesta: naturalmente molte volte superiore.

In piccolo, ma mica tanto, sulla Nuova Sardegna scrissi su un avvocato che aveva chiesto e ottenuto il pagamento, quasi ad horas, di una sontuosa consulenza per l'Usl 21: affidatagli una settimana prima. Sette giorni di sudore e sangue giuridico compensati - salvo errori - con poco meno di duecento milioni. L'avvocato in questione, guarda il caso maligno, è lo stesso Gianni Contu. A dargli l'incarico era stato Igino Meloni, a capo della Usl.

Incidentalmente, Meloni stava per andare a processo per la vicenda di tantissimi assistiti con un difetto inescusabile: essere inesorabilmente defunti e dalla tomba ricevere ugualmentre assistenza tardiva. Il suo difensore, forse con altri, era Gianni Contu. Tutto pubblicato in buona evidenza: senza uno straccio di reazione o correzione. Insomma, alle botte alte saremo pure abituati: ma questa dei 70 milioni di euro o poco meno, se Soru è stato preciso, sembra il celebre colpo delle cento pistole.

Con alcune riflessioni intriganti. Qui non c'è conflitto di interessi. All'apparenza (altri dovranno pronunciarsi) solo interesse: individuale. Perché se Gianni Contu era fino al 2006 avvocato della Regione, come ha potuto essere anche contro la stessa Regione nei procedimenti sulla Sfirs, sul decreto-salvacoste del 2004, sul referendum per il piano paesaggistico? Non dovrebbe essere probito gareggiare pro-contro la propria squadra, incassando ingaggi dai tuoi e dagli avversari? Come se Schumacher qualche anno fa si fosse alternato, in gare diverse, al volante della Ferrari e della Renault: vincendo sempre e comunque.

Ma forse questi sono ragionamenti da uomo della strada. Di stupido, beota buon senso comune: negato alle sottigliezze della nostra giurisprudenza. Appunto del diritto e del rovescio: perfino a tennis richiedono performances differenziate. È possibile, magari probabile, che nelle pieghe e nei risvolti della legge questa possibilità sia contemplata. Non siamo per l'appunto il Paese degli azzeccagarbugli di manzoniana memoria, sempre attualissimi? Forse la Sardegna sta per stabilire un altro record da Guinness: con Gianni Contu superstar. Forse sicuro dell'incasso, magari ridotto pur da un Tribunale romano anziché nuragico: non certo per legitima suspicione.

Quanto all'eventuale ricorso all'Ordine degli avvocati evocato da Soru per doppia guida contromano in senso vietato, se pur fosse fondato, lasciate ogni speranza. L'Italia è il trionfo postumo dello Stato mussoliniano delle corporazioni. Forse il duce aveva fatto bene a legittimarle: adesso comandano al di fuori e al di sopra della legge, in concreto. Cane non mangia cane. Figuriamoci se una toga (o un camice, una penna e quant'altro) ne lacera o strappa un'altra. Salvo conflitti di interessi interni alla corporazione: nel caso in questione sarebbe temerario evocarlo.

Come si dice, una mano lava l'altra, due lavano la faccia. Specie se di bronzo, almeno agli occhi dei comunissimi cittadini. Con i tempi della nostra giustizia, la sentenza è rimessa ai posteri. Noi contemporanei possiamo solo sgranare gli occhi come allocchi.


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