martedì 31 luglio 2007
di Giorgio Melis
Perché la Saras d'improvviso è passata da prima industria sarda a pericolo pubblico numero uno? Da alcune settimane, una domanda senza risposta intriga e travaglia gli ambienti industriali, economici in generale e sindacali di Cagliari e non solo. Perché da un giorno all'altro L'Unione Sarda le dedica pagine e pagine di un'inchiesta-requisitoria a puntate? Con una campagna fortemente aggressiva, completamente estranea alla linea del giornale da 45 anni anni a questa parte: inclusi gli ultimi dieci, da quando L'Unione Sarda fu venduta da Niki Grauso e comprata da Sergio Zuncheddu. Un'inversione di rotta che ha sorpreso tutti. A partire dalla Confindustria locale per arrivare a Giampaolo Diana, il tosto segretario regionale della Cgil: il sindacato che pure ha avuto spesso confronti aspri con l'azienda del gruppo Moratti.
La solidarietà di Confindustria può essere interpretata come difesa d'ufficio, interessata: la Saras è di gran lunga il maggior contribuente dell'associazione imprenditoriale. Oltre questo, tuttavia, la sorpresa per il radicale cambio di marcia del quotidiano è genuina: proprio perché evidenti e noti a tutti i pluridecennali eccellenti rapporti con la società, la maggiore industria sarda, tra i più forti inserzionisti pubblicitari. Sempre con un profilo politico molto basso, in cordiali relazioni con tutti i partiti: senza farsi invischiare nelle beghe politiche locali. Dal 1994 (ascesa di Berlusconi e ministero dell'istruzione a Letizia Moratti) in grande feeling soprattutto col centrodestra. Invece stavolta l'attacco frontale - in sinergia certo casuale col giornale - include in prima fila proprio uomini e gruppi del centrodestra: integrati sempre casualmente da alcuni esponenti del centrosinistra.
Insomma, una coincidenza che ha destato sospetti e assai di più, a ogni livello. Magari solo congetture esagerate. Ma, ripetiamo, una così radicale inversione di rotta non convince molti della casualità di una repentina conversione ambientalista rispetto a un passato, anche recentissimo, di tolleranza verso l'ingombrante presenza della Saras. Riguardata con un occhio, e talora due, di benevolenza e rispetto: è o non è l'ultima industria che garantisce migliaia di buste-paga, direttamente e attraverso l'indotto?
Insomma, il sospetto che ci sia dell'altro è molto diffuso: inevitabile. Al punto che Giampaolo Diana afferma: «Sull'impatto ambientale, come sindacato siamo sempre stati molto critici, soprattutto per quanto riguarda la salute dei lavoratori e della popolazione. Ma quando ci si sveglia da un giorno all'altro con campagne di questo tipo, non si può che restare sorpresi. È chiaro a tutti che dietro c'è dell'altro: altri interessi. Sarebbe da allocchi non pensarlo: ma si parli chiaramente, in questo caso».
Altri interessi, dunque. E possibili, integrative motivazioni: diverse dal sacrosanto dovere di denunciare situazioni di rischio ambientale e per la salute dei cittadini. Ma quali? Qui entriamo, nel campo dei rumors, delle voci incontrollabili: Saras si difende ma sembra genuinamente sorpresa, non commenta e non conferma alcuna congettura. Quella inizialmente accreditata, ma forse con intenti di depistaggio, era legata al nuovo tracciato della statale 195, la strada che - annunciava nelle scorse settimane L'Unione Sarda - «porterà da Pula a Cagliari in venti minuti». La corsa all'accaparramento dei terreni lungo la strada è partita da un pezzo. Ovvio che nuovi insediamenti residenziali con un vicino diverso dalla Saras sarebbero molto più vendibili (e consentirebbero profitti molto maggiori).
Nessuno ci ha pensato? Ma per favore… Semmai questa ipotesi che intreccia fantapolitica e fantaeconomia con gli appetiti dei re del mattone è debole su un altro versante, non certo su quello della motivazione: davvero qualcuno crede che sia possibile sfrattare la raffineria da Sarroch? E a quali prezzi? L'arrembante segretario del Psd'Az, Efisio Trincas, ha provato ad accodarsi al gruppetto dei contestatori e in mezza giornata è stato ridicolizzato dalle sezioni sardiste nei comuni che vivono di stipendi Saras.
E allora? Notte e nebbia. Solo domande inevase. Ritorsioni politiche di altra natura contro la Saras per compiacenze negate, favori richiesti e rifiutati, concorrenza sgradita su grandi appalti regionali? Dovrebbero essere cose enormi, per motivare un attacco di queste proporzioni. Commenta un manager (con vincolo di riserbo), disincantato e per niente corrivo, in passato e ancora, verso l'inquinamento della Saras e dei suoi metodi d'appalto: «Ma dov'era quel giornale negli ultimi decenni? Possibile non avesse avvistato la raffineria che non è tanto piccola, gli inquinamenti accidentali e le emissioni strutturali? Può darsi che sia una conversione di giornalisti folgorati sulla via dell'ecologia. Ma non ci credo: puzza. È diversa da quella che si avverte andando da Cagliari a Sarroch e oltre: ma è sempre puzza, altra e oscura. Alla Saras bisogna fare le pulci, imporre controlli di sicurezza stringenti. Ma perché chi ha sempre taciuto o minimizzato ne denuncia solo adesso e a gran voce la pericolosità?».
Tutto per qualche bagnante con i piedi sporchi di catrame al Poetto? Succedeva anche quarant'anni fa e nessuno alzava la voce. Insomma, un mistero per niente buffo. Che alimenta altre domande, sospetti all'apparenza fantasiosi ma in qualche misura rilanciati proprio dall'assenza di risposte credibili. Uno è local-nazionale. Si parla dell'appalto per l'informatizzazione della Regione, il progetto Sibar, assegnato alla multinazionale Accenture, che in passato aveva vinto parecchie gare in cordata con la società informatica dell'Unione Sarda. La rappresenta il figlio dell'ex ministro Beppe Pisanu, in grande, dilagante spolvero durante gli anni del centrodestra (specie con Mauro Pili) alla Regione. Orbene, il risultato della gara è stato impugnato dal secondo gruppo classificato e dunque perdente: costituito da IBM e Akela. Akela è una filiazione per l'informatica della Saras.
C'è qualche legame di ostilità con la campagna anti-raffineria? E per ottenere che cosa? Chissà. Certo è che la prima più dura interrogazione al Comune per il catrame al Poetto è stata presentata dall'ex assessore Giorgio Angius, dei Riformatori: assai vicino a Carlo Ignazio Fantola (fratello del Massimo senatore), deus ex machina di Sergio Zuncheddu padrone dell'Unione Sarda, di Videolina e di un impero immobiliare che ora include il nuovo mercato all'ingrosso di Cagliari. Per la completezza, interrogazioni in Parlamento sono state presentate singolarmente da Salvatore Cicu, Forza Italia, ex sottosegretario alla difesa, e collegialmente da Paolo Fadda (Margherita), Emanuele Sanna e Amalia Schiddu (Ds). Ci sono, e quali, collegamenti con la campagna di stampa sulla Saras? Il puzzle è tutto da costruire.
Ma al momento l'ipotesi più gettonata, forse perché spericolata e sensazionale, è un'altra (che pure non esclude le precedenti). La campagna d'attacco arriverebbe addirittura su input di, indovinate chi? Berlusconi. Il Cavaliere ha rapporti stretti e capacità di pressione non ricusabile con una parte dell'informazione sarda: decisamente “apparentata”. Ma quando mai il Cavaliere manderebbe per interposto giornale segnali di guerra al marito e al cognato della sua ex ministra e ora sindachessa di Milano, Letizia Moratti? Via, non vaneggiamo.
E invece no, insistono i teorici dello zampino-zampone di Berlusconi. E perché mai? Perché il Cavaliere - che quando vuole ha memoria lunga - da uno o da entrambi i fratelli Moratti, magari indirettamente, ha ricevuto qualche sgarbo. Vogliamo ridere? Magari per la rivalità tra il Milan e l'Inter (presidente Massimo, marito di Milly, ecologista e antiberlusconiana sfegatata). O perché è scontento di Donna Letizia, moglie di Gianmarco, presidente della Saras: pare che tenda ad affrancarsi da Berlusconi, a mettersi in proprio per la successione. E flirtare con pezzi del centrosinistra dando per inevitabile la progressiva uscita di scena del Cavaliere. Scenari da fantapolitica e informazione di servizio. Da riferire solo perché c'è chi li dà per sicuri, e il sospetto resta grande, quando non si trovano spiegazioni appaganti.
Magari si dovrà concludere che la campagna di stampa è stata innescata solo dall'allarme-catrame dal Poetto fino a Villasimius e Muravera. Che avrebbe messo in moto una reazione difensiva a tutela delle nostre spiagge, dell'ambiente marino e dei cittadini. Sommato all'altro - motivatissimo - per l'inquinamento dell'aria sopra il cielo di Sarroch e ben oltre. Sarebbero scelte sacrosante.
Chi scrive ha avuto modo, su vari giornali, di contestare i periodici sversamenti delle petroliere che impestavano le spiagge da Sarroch a Pula e oltre (ma da alcuni decenni, non da ieri). Sulla Nuova Sardegna, in esclusiva e non ripresa da altri organi d'informazione, avevo fatto pubblicare, alla fine degli anni novanta, un'intervista inquietante al prefetto Giuseppe Mazzitello: definiva la raffineria «una bomba a tempo» piazzata sul golfo di Cagliari.
Ancora, poco più di due anni fa, mi era accaduto di “scoprire” attraverso una ricerca nei tabulati ministeriali, e spiegare per tre giorni con parecchie pagine sul Giornale di Sardegna, l'invasività onnivora della Saras (che si era notevolmente risentita). Con congrui contributi dello Stato, il gruppo si era lanciato alla grande nell'eolico, con una società-satellite che aveva una improbabile sede di facciata a Ittiri. Una denuncia non ripresa né da L'Unione Sarda né da altri: eppure in quei giorni infuriavano le polemiche sul decreto salva-monti di Soru contro l'eolico selvaggio (per inciso, la Saras ha poi realizzato un parco eolico esemplare a Ulassai: uno dei più apprezzati, perché dà parecchi soldi al Comune e occupazione significativa).
Ancora, questo giornale ha certificato con un dettagliato articolo del 21 gennaio la quantità e qualità delle temibilissime emissioni della Saras: elaborate sui dati forniti dalla stessa società a un'agenzia europea che istituzionalmente si occupa del settore. Erano dati accessibili a tutti, diffusi ufficialmente: stranamente citati con evidenza solo sul nostro giornale, non ripresi e “gridati” sei mesi fa da chi ora riporta tutto a galla in chiave accusatoria.
Insomma, chi ha voluto, ha fatto sempre il suo dovere informativo. Senza spirito negativo contro la Saras, nata 45 anni con l'allora assenso di tutti: quando la petrolchimica sembrava la salvezza della Sardegna (e il vecchio Moratti non era certo invasivo come Nino Rovelli). Ma senza neanche farle sconti non dovuti: anche perché largamente foraggiata col denaro pubblico, inclusa la cascata di miliardi per la produzione di energia elettrica (superpagata) utilizzando nella nuova centrale gli scarti della lavorazione del petrolio: con un risparmio enorme per non doverli trasferire via nave chissadove.
Ancora, nei mesi scorsi abbiamo pubblicato la notizia del taglio deciso dal ministro Bersani del sovrapprezzo per l'energia venduta dalla Saras al gestore unico, eliminando una rendita di posizione: con risentite proteste via agenzia della società dei fratelli Moratti. Curioso che con tutti questi elementi disponibili, si sia glissato e solo ora si scoperchi la pentola della raffineria. Tutto per il catrame al Poetto? Possibile. Ma intanto non è affatto dimostrato che sia ascrivibile a petroliere in transito per o da Sarroch. Anzi, alcuni ritengono possibile il contrario. Al largo del golfo di Cagliari ogni anno transitano migliaia di navi “sospettabili”: basta che una o più lavino le cisterne in mare in giornate di scirocco per insozzare le spiagge da Costa Rei fino al Poetto. Sull'ultimo incidente, La Nuova Sardegna, dopo alcune verifiche ufficiali, aveva titolato: “Marea nera, la Saras non c'entra”, mentre il quotidiano di Cagliari era stato assai meno esplicito.
Comunque sia, d'improvviso i rapporti tra il giornale di Cagliari e la Saras, dopo una lunghissima amistade, si sono deteriorati. Un'altra prova? Una lunga nota della società è stata riassunta in termini molto stringati e presentata con visibilità molto minore rispetto alle paginate dell'inchiesta a puntate. È sicuramente per questo che domenica la Saras ha sentito il bisogno di acquistare un'intera pagina (su Unione e Nuova) per pubblicare una “lettera aperta ai lettori” e spiegare direttamente le proprie ragioni: iniziativa senza precedenti. Evitando le tradizionali conferenze-stampa (gratuite, ma ovviamente senza garanzie sui resoconti che sarebbero stati proposti ai lettori).
Insomma, solo più avanti si capirà se ci siano motivazioni improprie nella dichiarazione di belligeranza rispetto all'armonia pregressa. Appunto una delle ragioni dello sconcerto e dei sospetti. Giampaolo Diana spiega così i suoi: «La Saras è una realtà presente da decenni che con il territorio - intendo istituzioni e parti sociali - ha sempre tenuto rapporti corretti. Anche noi, come Cgil, nonostante diversi confronti duri, abbiamo sempre trovato nel gruppo un interlocutore affidabile. È per questo che la campagna delle ultime settimane desta sorpresa: sembra che ci si accorga solo adesso dell'impatto ambientale che un'industria di quel tipo può avere. D'altra parte è legittimo che i Comuni vogliano verificare il funzionamento dei sistemi di controllo: ma le verifiche si devono fare con la dovuta serietà».
E possibilmente senza secondi fini inconfessabili.
(Ha collaborato Marco Murgia)
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