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martedì 31 luglio 2007

Il G8 a Genova e il buco nero della violenza
contro il dissenso, in uno Stato debole
arrogante e vassallo: monito per La Maddalena

di Nanni Spissu

Ho ricevuto da Genova delle note stampa sui fatti del G8 2001 e su una assemblea dell'altra settimana - dal titolo “Premiata macelleria italiana» - che ricordava quei fatti tragici. Genova era ai miei tempi roccaforte inattaccabile della sinistra italiana: il porto, la Falck, le grande battaglia contro il governo Tambroni, e i grandi dibattiti dei giorni successivi, ai quali partecipai, invitato dagli amici comunisti cagliaritani, come cattolico antifascista che aveva manifestato, dentro gli organismi rappresentativi universitari, una propensione all'unità delle forze democratiche, su progetti relativi alla vita universitaria.

Il resoconto dell'assemblea del 21 luglio sui diversi giornali genovesi è coincidente. Varie presenze, quelle di Agnoletto, quella di Giuliani e dei legali. Sulla pagina locale di Repubblica mi colpiscono due flash. Giuliani invita tutti a ritrovare lo spirito unitario della Resistenza: «Dobbiamo agire come i partigiani che 60 anni fa misero da parte le differenze in nome della democrazia. Perché sento nella società tanta voglia di un governo forte che impedisca a noi di tornare nelle piazze». Viene contemporaneamente lanciata, in quella assemblea, la mobilitazione e il serrate le fila per La Maddalena.

Quello che si sapeva e si temeva sugli avvenimenti genovesi è stato confermato, ne è nato addirittura il cambio della guardia al vertice delle polizia, con Di Gennaro, chiamato in causa pesantemente ed esonerato, anche se misteriosamente promosso capo di gabinetto del ministro. Ancora zone grigie che diventano sempre più indecifrabili, quando provvedimenti di rimozione di alti dirigenti dello Stato, motivati da fatti che appaiono gravi nella conduzione di importanti apparati pubblici, vengono accompagnati da gesti contradditori, che sembrano manifestare una coda di paglia del governo. Discorso valido anche nei casi Pollari e Speciale.

Ma perché oggi, dopo sessant'anni, qualcuno - in questo caso un padre che ha perso il figlio negli scontri del G8 genovese - deve sentire così debole e incerta questa nostra democrazia italiana, tanto da richiamare quello spirito resistente che trovava la sua anima e la sua ragione nella tragedia del fascismo, della guerra, dell'occupazione nazista, della libertà perduta e però, grazie a quella lotta, di nuovo possibile?

È un'esagerazione retorica di una parte della politica italiana, legata a schemi superati, di una sinistra in qualche modo cristallizzata in una sua sordità ai processi che adeguano al tempo le modalità della presenza e dell'impegno? O è una necessità storica che si ripropone ancora come concretamente capace di assicurarci una democrazia compiuta?

Un governo forte può essere un giusto risultato di una democrazia che funziona, se per forte si intende, come credo, la capacità di portare avanti un programma su cui si è ottenuto il consenso elettorale, e non certo quello di impedire il libero svolgersi di manifestazioni democratiche, in cui la piazza può essere un elemento dialettico e straordinario, ma non ordinario e, quindi, patologico di una democrazia incapace di trovare i giusti contrappesi all'interno dei propri meccanismi istituzionali.

Questa democrazia è oggi tanto debole da dover assistere alla mobilitazione dello Stato e degli oppositori di un evento come il futuro G8 di La Maddalena, se è pur vero che quel vertice è diventato lo specchio di un assetto dell'economia e della politica mondiale, non solo prepotentemente immobile in mani potenti e prepotenti, ma anche, francamente, inadeguato rispetto alla mobilità di quelli stessi assetti in aree come quelle asiatiche, tutt'altro che alla finestra in materia di sviluppo e di crescita.

Perché quindi Genova? Perché lo Stato deve organizzarsi militarmente e perché il dissenso organizzato in forme globalizzate, si presenta dovunque con caratteristiche di guerriglia che genera morti, non riuscendo, e non potendo, per la sproporzione palese dei mezzi e delle forze in campo, modificare il corso degli eventi.

La realtà è che alcuni gli stati che ospitano questi grandi défilé della politica internazionale stanno al gioco e accettano di svolgere ruoli anche secondari, per essere ammessi alla mensa del padrone, dalla quale resteranno solo briciole - è il caso italiano - poiché quelle ribalte luccicanti sono sceneggiate dai pochi potenti che benevolmente prestano la propria faccia in cambio di vassallaggio e di acquiescenza.

Genova ha ospitato il G8, con grandi investimenti, e ne ha tratto forse vantaggio, ma pagando un prezzo sproporzionato a un governo vassallo, che puntava molto della sua credibilità in quell'evento, e giocava tutto per tutto, schierando forze dello stato a difesa dell'evento, con un ministro degli esteri e vicepresidente del consiglio in sala operativa dei carabinieri, in buona compagnia con un onorevole già generale dell'arma, che se non governavano loro la macelleria, si dimostravano almeno impotenti a bloccarla. Perché tutto avvenne nel peggiore dei modi.

Siccome io ho prova dello spirito di lealtà istituzionale delle forze dell'ordine, devo immaginare che qualche meccanismo perverso, ma purtroppo voluto, ha fatto scattare una reazione di alcune porzioni della polizia, animate da una volontà distruttiva, contrapponendosi a indubbi atteggiamenti provocatori di parti dei dissenzienti, una scelta di dura contrapposizione se non di provocazione e di rivalsa.

Il dissenso diventa soggetto autonomo, regolato da meccanismi autoreferenziali e autocompiaciuti, teatralmente e ritualmente codificato, incapace di proporsi come elemento dialettico, disposto a una dinamica del confronto che presuppone la possibilità di avvicinamento per gradi verso una sintesi positiva.

Lo stato difende senza dialogo il suo diritto, si sente debole dinnanzi a quel dissenso a priori, lo sente violenza e non segnale di legittima negatività dinnanzi alle sue scelte. E si barrica nella sua speculare teatralità, che secondo le ispirazione dei governi di turno può trasformarsi in esibizione di forza irrazionale, che nasce da una fragilissima sensibilità democratica.

In Italia la democrazia è immatura, non riesce a dare a chi governa segnali univoci sulla direzione da prendere, è la democrazia del Sor Tartaglia, che ha bisogno di una nuova chiamata all'unità delle forze contro un nemico che questa volta è se stesso. Con la sua debolezza intrinseca nel collocarsi nel quadro internazionale della alleanze prescelte, in una dipendenza irreversibile dalla globalità dei meccanismi che determinano le grandi direttrici dello sviluppo.

C'è, lo dobbiamo riconoscere, governo e governo, e lo stile della politica estera di oggi è improntato a una dignità sconosciuta, a posizioni che vogliono segnare un modo più autonomo di stare nel mondo, ma i meccanismi delle decisioni dei padroni dello sviluppo hanno una loro logica che va oltre le giuste intenzioni.

L'Europa potrebbe essere una pista di lancio di una democrazia più forte, capace di formare volontà coese da far pesare nel mondo globalizzato e questa possibilità è però contrastata da una eccesso di burocratizzazione dell'Unione, incapace, peraltro, di darsi una spina dorsale politica, con gli stati mossi da opportunismi e gelosie identitarie, aggravate dal veloce processo di allargamento.

Allora La Maddalena sarà un campo di battaglia? Saremo incapaci di approntare quella riunione con la dignità che ci si aspetta da uno stato che vuol stare con una sua maniera originale e autonoma su un teatro internazionale, anche facendosi coscienza critica di un evento che oscilla tra la debolezza intrinseca di un club che non rappresenta più lo sviluppo e la crescita mondiale, e la pretesa globalizzante di forze preponderanti incapaci di un confronto davvero aperto e disponibile con i partner?

E davvero, se la piazza è terreno adatto per manifestare dissenso, esso va guidato da una globalizzazione della violenza, dalla viltà dei passamontagna e dalle molotov contro tutti e tutti, dove la violenza crea l'alibi per la violenza e la rincorsa non ha termine se non nelle tragedie cercate e negli eroi poveri, poliziotti o dimostranti che siano, vittime della stessa esaltata follia?

Dobbiamo sognare che prevalga lo spirito di una democrazia sicura di sé, anche se non sembra la nostra, e che possa accettare con sicurezza la contestazione civile alle scelte dei governi. Credo che esista una spazio vero per il dissenso anche netto, che uno Stato deve saper consentire e accogliere come una ricchezza. So che non sempre l'incontro è tra responsabilità condivise, e la tragedia di Genova, scuola Diaz e Bolzaneto lo provano.

È sconvolgente che questa Italia immatura pencoli sempre su un crinale dal quale può precipitare quasi fatalmente, con questa aura golpista, con le stragi, con i Moro, con la stragi di Falcone e Borsellino o le misteriose presenza “istituzionali” nei teatri di quelle stragi.

A Genova la tragedia della Diaz è la rappresentazione di uno stato violento perché debole e presuntuoso. E dobbiamo tutti sperare che i processi penali in corso si concludono con l'individuazione delle responsabilità e la condanna inflessibile di chi lo merita. Ma La Maddalena può essere un grande incontro di pace, di dissenso civile e non violento, in cui lo stato sappia cogliere il senso di quel no della piazza e portarlo sul tavolo dei potenti, per chiedere giustizia, uguaglianza, solidarietà e rispetto dei popoli.


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