mercoledì 25 luglio 2007
di Gianstefano Monni
Con l'andamento a regime della centrale Clivati, è venuta meno la necessità di produrre altra energia elettrica a Ottana. Lo ha detto il presidente della Regione, Renato Soru, nell'assemblea del 13 luglio all'Enichem di Ottana. Si discuteva della contestata centrale termica integrata che dovrebbe sorgere proprio ad Ottana e il presidente ha aggiunto che a questo punto dal progetto «è ragionevole eliminare la linea delle biomasse», riducendo quindi la potenza prevista da 40MWe a 20 MWe (quelli che dovrebbero essere generati dall'incenerimento del combustibile da rifiuti).
A questo punto, l'inceneritore non è più visto come un sistema per smaltire i rifiuti e produrre energia elettrica (da cui l'inserimento dell'impianto di Ottana nel Piano energetico ambientale regionale), ma finalmente solo come un modo per smaltire i rifiuti. L'eventuale produzione di energia elettrica mediante l'incenerimento dei rifiuti è, forse, un vantaggio, ma di certo non il motivo per cui lo si dovrebbe scegliere, visto che a Ottana non c'è necessità di avere altra energia.
Levate dal campo la presunta necessità di produrre energia elettrica e l'illusione di creare nuovi posti di lavoro, si può ragionare su quale sia la migliore soluzione ad un problema reale che va affrontato seriamente e risolto nel migliore dei modi. Questo articolo è un modesto tentativo di proporre una soluzione per smaltire i rifiuti che non comporti tutti i rischi sanitari esposti nel primo articolo della serie.
Come già detto, il problema più grave legato all'incenerimento è dovuto all'emissione di sostanze tossiche (diossina e nanopolveri) nell'aria. L'altro grande problema è il fatto che il 30% circa di ciò che viene conferito in un inceneritore deve essere poi smaltito in discariche speciali. Il processo di incenerimento, infatti, produce delle scorie altamente tossiche che non possono essere smaltite in discariche comuni. Gli inceneritori, quindi, non risolvono il problema delle discariche: lo complicano, soprattutto in una regione come la Sardegna.
La soluzione che qui si intende proporre si chiama Trattamento Meccanico Biologico (TMB): un insieme di tecnologie per la gestione dei rifiuti a freddo, in grado di recuperare circa il 70% dei materiali in ingresso. Un rapporto pubblicato in Inghilterra nel febbraio del 2003 e tradotto in italiano in occasione della quarta Giornata mondiale contro l'Incenerimento dei rifiuti dimostra, attraverso una dettagliata descrizione tecnica, come a completamento di sistemi di riduzione all'origine e di capillare raccolta differenziata dei rifiuti possa operare con successo un impianto di trattamento degli scarti residui.
Il TMB non emette gas tossici o nanopolveri nell'aria, e non ha necessità di essere alimentato da un quantitativo costante di rifiuti, a differenza dell'inceneritore. L'incenerimento infatti richiede che, anche a fronte di una auspicata riduzione della produzione, sia comunque necessario garantire all'impianto un flusso costante di rifiuti. In pratica, se non se ne producono abbastanza (ovvero se la produzione decresce grazie alla raccolta differenziata) occorre importarli da altre regioni, per fare in modo che l'inceneritore bruci le quantità previste. Questo è evidentemente un assurdo: da una parte si dice di voler ridurre il quantitativo di rifiuti e di recuperarne il più possibile attraverso la raccolta differenziata, dall'altra invece si costruisce un impianto che ha bisogno di un flusso costante di rifiuti per operare in modo efficiente.
Come si diceva, il TMB è un sistema di riciclaggio e riuso non inquinante, si integra perfettamente con la raccolta differenziata ed è già una realtà in diverse parti del mondo: qui esamineremo brevemente le soluzioni adottate negli Stati Uniti, a San Francisco, e in Australia, a Sydney.
Nell'impianto di San Francisco vengono trattate in media 1.200 tonnellate al giorno (440.000 tonnellate/anno) di rifiuti. Originariamente la raccolta porta-porta richiedeva che le persone mettessero carta, vetro e lattine in cestini separati. Questa soluzione comportava un maggiore grado di collaborazione e di impegno da parte dei cittadini, ma, attualmente la via più conveniente è la raccolta “a flusso unico”. I rifiuti, con la sola eccezione dell'umido, vengono collocati dai cittadini in un contenitore unico che viene conferito nell'impianto, ed il cui contenuto viene separato e identificato attraverso il lavoro di un sistema meccanico e di 110 operai. La raccolta a flusso unico semplifica la vita dei cittadini, e contemporaneamente consente di recuperare più materiali: questo sistema infatti ha consentito alla città di San Francisco di raggiungere il 69% di raccolta differenziata, una delle percentuali più alte in America, come riferisce l'Economist.
L'impianto di Sydney è stato realizzato con un investimento di circa 70 milioni di dollari ed è in grado di trattare un quantitativo di rifiuti non differenziati di circa 250.000 tonnellate/anno. Il primo impianto di questo tipo ha iniziato a trattare i rifiuti proprio nel settembre del 2004 ma recentemente un impianto analogo è stato appaltato dalle autorità pubbliche del Lancashire, in Inghilterra. La tecnologia sta facendo registrare un notevole successo di mercato non solo in Australia e in Asia ma anche in Inghilterra, appunto, dove molte comunità si stanno battendo contro l'incenerimento dei rifiuti.
A Sydney vi è una raccolta differenziata in crescita ma ancora da migliorare, per superare quote più elevate del 30%. Pertanto il rifiuto in ingresso che va all'impianto è paragonabile a “rifiuto tal quale”. In questo quadro ciò che entra nell'impianto è per circa il 50% scarto di cibi e per il resto è formato da plastiche, carta e cartoni, vetro, metalli e tessili ecc. Nel corso del trattamento vi è una riduzione in peso di circa il 48% per effetto della evaporazione e della perdita di CO2.
Si invia al riciclaggio circa il 13% del totale dei rifiuti in ingresso così suddiviso :
Dal trattamento dei rifiuti si produce circa un 4% di biogas (riferito al peso totale dei rifiuti in ingresso); 13% di compost con valore agronomico; 17% di frazione organica stabilizzata (FOS) utilizzata per la ricopertura della discarica; 8% di rifiuti da smaltire in discarica costituiti da inerti e da plastiche il cui riciclaggio è problematico. In pratica, da ogni tonnellata di rifiuti che entra in discarica, escono:
La sostanziale differenza tra l'approccio con l'inceneritore e quello con il TMB è che il rifiuto nel primo caso è uno scarto da bruciare, nel secondo invece è un'opportunità cui applicare le pratiche del riciclo e del riuso. Queste pratiche, accompagnate da opportune politiche di riduzione delle quantità prodotte, possono portare all'obiettivo “Rifiuti Zero”: una sfida che può essere vinta, come dimostrano esperienze in tutto il mondo, e che va comunque combattuta, soprattutto da un'amministrazione che ha fatto della difesa dell'ambiente uno dei suoi cavalli di battaglia. È molto importante, infatti, salvare le coste e così incrementare il turismo. Ma è fondamentale salvare ciò che le coste delimitano: la nostra terra e tutte quelle creature che hanno la fortuna di viverci sopra per tutta la vita, non solo per un mese l'anno.
Quanto ci costerà, in acqua e in euro, il carburante verde da bruciare ad Ottana per produrre energia “pulita”?, di Gianstefano Monni
I rifiuti e l'inceneritore di Ottana. Troppa fretta sul progetto quando è in gioco la salute di tanti, di Gianstefano Monni
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