mercoledì 25 luglio 2007
di Giorgio Melis
Renato Soru in versione Cesare al Senato dopo il trionfo: veni, vidi, vici. Si è presentato in aula appena rientrato da Roma per un incontro con la ministra Lanzillotta. In ritardo: lo davano di nuovo in fuga per paura del confronto. Era il contrario. Ha guardato nelle palle degli occhi alleati e avversari, ha parlato per dieci minuti spiazzando tutti sul caso Saatchi & Saatchi. E se n'è andato a Nuoro, assediata da roghi criminali. Ha affrontato il Consiglio, la sua fossa dei leoni e dei serpenti, col piglio da «vado, l'ammazzo e torno”. Sicuro, perfino spavaldo e spiccio, dicendo e mandando a dire: sono qui, non vi temo, non avrete la mia pelle. Si è rivisto il Soru di sfida e d'attacco, l'opposto dell'uomo impacciato e quasi al tappeto nella patetica auto-difesa perdente del primo dibattito sulla storiaccia: la peggiore prestazione da quando è entrato in politica.
Ha trionfato, ieri? Nell'immagine e nella ritrovata sicurezza (ingannevole, per il lungo periodo) sul caso più insidioso ed equivoco della sua presidenza, certo ha superato bene la prova. Ma la sostanza non inganni, il problema resta tutto: potrebbe essere una vittoria di Pirro. Per ora è uscito dall'angolo e in qualche modo vi ha ricacciato l'opposizione. Che ha visto respinto senza misericordia il suo documento (chiedeva la cacciata di Fulvio Dettori) da una maggioranza divisa ma trascinata dal presidente a un atteggiamento più determinato.
Anche perché Soru ha imbroccato una di quelle battute semplici e vincenti che gli vengono quando, nel fuoco polemico, dà libero sfogo all'istinto collerico, falsamente freddo e invece rovente benché controllato. A chi insinuava che la pubblicità istituzionale sia sempre stata pilotata, ha replicato tagliente: «Sembrerebbe che gli asini volino. Ma gli asini non volano. Della pubblicità per Festarch, la Saatchi & Saatchi non si è affatto occupata». Subito dopo è partito per Nuoro, lasciando che il Consiglio proseguisse il dibattito e gli strali polemici risuonassero nel vuoto della sua assenza: seduta conclusa col rigetto del documento del centrodestra.
È vero successo? Indubbiamente nella forma, che anche qui è sostanza. Perché l'appuntamento per un nuovo devastante processo Soru l'ha superato indenne. Nel merito, e nel prosieguo, non è affatto così. 'O rey è sgusciato con annunci all'apparenza forti. È in corso la procedura per l'annullamento dell'appalto. La Giunta si chiama fuori lasciando la responsabilità della decisione alla dirigente Michela Melis: ha avviato la procedura ed è a favore ma dovrà ascoltare le oppposte ragioni contrarie di Fulvio Dettori, che ha presentato una memoria. La Giunta fornisce tutta l'assistenza legale per risolvere il contenzioso e prenderà atto del responso dei dirigenti. Dettori non si tocca: resta al suo posto e manterrà la carica «fintanto che non sarà emerso e chiarito qualsiasi comportamento non compatibile col suo ruolo. La Giunta si atterrà a eventuali disposizioni da parte di magistrati e tribunali quando ci saranno sentenze». Secco, perentorio: la Giunta ha fatto quel che ha ritenuto giusto, non assegna o annulla gare, deve rimettersi alle decisioni liberamente assunte dai dirigenti responsabili.
Tutto bene? Neanche un po'. Renato-Pilato vorrebbe lavarsene le mani. Ma è ingeneroso, sbagliato, ingiusto scaricare la patata bollente su una dirigente (Michela Melis) già stressata oltre ogni misura dalla vicenda e ora messa tra l'incudine del governatore e il martello del suo braccio destro (Dettori): censurato unanimemente dal Consiglio e tuttavia a capo della presidenza. Si respinge la responsabilità politica non sulle forme ma sulla sostanza e la si getta sulle spalle di una funzionaria.
Un famoso presidente americano, assillato da grandi questioni sulle quali i suoi ministri erano divisi, coniò una frase celebre: «Negli Stati Uniti lo scaricabarile finisce nello Studio Ovale»: il sancta sanctorum della Casa Bianca, il luogo delle decisioni presidenziali. Nel nostro caso, lo scaribarile non arriva al vertice ma se ne diparte e discende: dallo studio non ovale di Soru in viale Trento verso una persona autonoma quanto si vuole ma con responsabilità abnormi: senza copertura politica. Sarà formalmente legittimo ma sostanzialmente è insostenibile.
E c'è un altro aspetto cruciale, decisivo. Con la sua esternazione, Soru ha rimesso tutto nelle mani dell'arbitro irrecusabile: la Procura di Cagliari. Nella persona di Mario Marchetti e con la responsabilità del procuratore Mauro Mura, conduce l'inchiesta giudiziaria. Altro scaricabarile: sulle toghe per una decisione che dovrebbe essere primariamente politica. C'è un passaggio ambiguo, nel discorso di Soru. «La Giunta si atterrà a eventuali disposizioni da parte di magistrati e tribunali quando ci saranno sentenze». È scontato, per precedenti conclamati, che Marchetti ricorra all'articolo 415 bis, chiudendo le indagini preliminari, indicando la persona o le persone che a quel punto saranno formalmente indagate. Con due mesi per produrre le tesi difensive e poi comparire davanti al Gup, chiamato a decidere su una possibile richiesta di rinvio a giudizio.
Ormai è certo che Marchetti chiuderà l'istruttoria preliminare dopo la pausa agostana. Se, come sembra possibile, Dettori fosse indagato e poi oggetto di una richiesta di rinvio a processo, potrebbe restare al suo posto? Soru ha precisato che il suo direttore generale rimarrebbe blindato fin quando «non ci saranno sentenze». Magari fino al verdetto di terzo grado, in Cassazione, fra dieci anni? Singolare davvero. Anche esponenti della maggioranza in Parlamento hanno sollecitato le dimissioni del ministro Vincenzo Visco semplicemente perché indagato. Viceversa, Dettori risulterebbe intoccabile fino a sentenza passato in giudicato? Dev'esserci stato un lapsus nelle parole di Soru. Già ora la situazione formale di Dettori è quasi oltre il limite dell'insostenibilità. Con una formale indagine a suo carico, in attesa del rinvio a giudizio o del proscioglimento, davvero potrebbe controfirmare gli atti essenziali della Giunta?
Se questa fosse la sua intenzione, Soru andrebbe incontro a censure non politiche ma di altra natura. Intanto rischiando, di qui a pochi mesi, di dover dimettere ope legis il suo braccio destro. Trascinando una vicenda-boomerang che rimarrebbe aperta per il gaudio dell'opposizione e la mortificazione della maggioranza. Ma anche sul piano della sua stessa immagine, il presidente rischia di subire una dura lezione di pedagogia della legalità: dal luogo dove si amministra la giustizia. Certo, formalmente potrebbe blindare Dettori fino al termine del cursus giudiziario. Ma sarebbe un nuovo, grave azzardo agli occhi dei cittadini. Se lo può permettere? E il sistema-Regione, la credibilità dell'istituzione, non uscirebbero a pezzi da questa sfida?
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