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martedì 24 luglio 2007

Togliere il diritto alla dignità della morte
cancella la qualità della vita
Questo “suicidio” è un rimorso da espiare

di Giorgio Melis

Queste riflessioni erano state pubblicate il 17 maggio. Le riproponiame quasi integralmente, aggiornate solo per la fine dell'agonia di Giovanni Nuvoli.

Accanimento terapeutico, tortura burocratica, disumanità globale. Attorno alla sorte, alla non-vita ricusata da Giovanni Nuvoli, si è consumata un'orgia di crudeltà che dà i brividi. Lo stoicismo di un uomo che poteva parlare solo con gli occhi, ridotto a pura volontà di un pensiero lancinante, non suscitava solo commozione. Generava straordinaria ammirazione e una solidarietà che è invece ufficialmente rigettata in nome di uno scellerato quanto scorretto rispetto della legge. Ora che l'infame agonia è finita per sua volontà sofferta, provi rimorso chi gli ha negato la dignità della buona morte.

È un evento che di nuovo accusa tutti, piegato a riti di impietosa burocrazia religioso-giuridica: soffocano e rinnegano non solo la pietà cristiana ma la pietà umana. Giovanni si è dovuto infine “suicidare”, lasciandosi morire senza più bere e nutrirsi perché è stato violato il rispetto della sua dignità nel trapasso, il diritto a rinunciare a un'esistenza che non può essere un obbligo imposto da altri.

Evochiamo a ogni passo la qualità della vita. Bisogna gridare per affermare anche la qualità della morte: l'estremo passo che può farci maledire nell'angoscia l'esistenza trascorsa o farcene accettare la fine con minor disperazione.

È una vicenda di ordinaria inciviltà. Giovanni Nuvoli chiedeva solo il diritto costituzionale di rifiutare terapie inutili. Non ha visto rispettata una volontà fermissima, lucida, irrecusabile: anche inevitabilmente altalenante e perciò umanamente più straziante. Come e peggio di Giorgio Welby, che ha trovato infine la pace della morte mentre la Chiesa negava impietosamente il consolatorio rito cristiano chiesto dalla famiglia cattolica.

Giovanni Nuvoli ha dovuto lottare, con l'eroica moglie messa sotto accusa da squallidi fondamentalisti, per uscire dalla rianimazione dove doveva restare solo con la propria angoscia per 23 ore disperate: tranne quella di visita. Ha dovuto invocare la mobilitazione di estranei, ben più caritatevoli di quanti nella sua terra predicano la pietà e la misericordia che non sanno praticare. Così ha ottenuto di tornare a morire in casa propria. E poter finalmente esprimere direttamente, ma inutilmente, la sua intenzione di porre fine al supplizio attraverso il sintetizzatore vocale.

È uno strumento, l'unico, che consente ai più sfortunati di comunicare grazie alla tecnologia. È ormai di uso corrente, una conquista straordinaria. Troppo innovativo, pericoloso e sospetto per la concezione burocratica, da dinosauri a sangue freddo, di notai, preti e magistrati: uno dei quali ha infine fatto prevalere lo spirito della legge sulle forme indifferenti e disumane. Ma non è servito a nulla.

Fino all'ultimo respiro Giovanni Nuvoli è stato trattato come un appestato, come un esempio eversivo cui applicare l'intervento della forza pubblica. Vade retro, non hanno raccolto l'appello di un poverocristo con un coraggio enorme rispetto alla viltà altrui. La sanzione morale ci sta tutta, in questa sagra delle crudeltà, senza escludere omissione grave.

C'erano medici pronti a rispettare Giovanni Nuvoli. Mancava solo il bollo tondo del notaio che ha subordinato la pietà umana alla forma, forse illecitamente invocata. È scattato il fuggi-fuggi iniziato molti mesi fa, con la minaccia di denunce per omicidio lanciata da lingue cattolicissime e impietose, fino all'intervento imposto alla forza pubblica.

Questo nostro fratello non poteva materialmente suicidarsi, impedito dalla malattia. Per potersene andare, e non certo in pace, ha dovuto respingere acqua e cibo. E nessuno potrà mai spiegare l'abisso di angoscia che ha dovuto attraversare nell'ultimo periodo. Questa è barbarie, inciviltà. Si invoca a gran voce la naturalità della vita e della morte. Giovanni Nuvoli ha continuato a “vivere” solo perché “attaccato” a una macchina, che respirava per lui. Dunque, la sua non era più vita naturale, intangibile, irrinunciabile. Bensì vita meccanica che dipende da un motore.

Spegnere quel motore è spegnere una vita, uccidere un uomo che lo rifiuta? Il Dio invocato si nasconde forse in un autorespiratore, in un tubo, fermando i quali si nega la sua presenza? Ma non è blasfemo trasferire una fede, il dolore e la divinità del Cristo in croce in un apparato di metallo freddo e di plastica algida? Si deve solo rispondere a questa domanda: senza divagare. Un vescovo ha rilanciato un'apocalittica accusa: aborto, divorzio, eutanasia sono flagelli come quelli inflitti dal Barbarossa. Chissà se manifesterà una qualche comprensione anche per Giovanni Nuvoli.

Ora che ha trovato liberazione nella morte, forse anche a lui - per coerenza - dovrebbe essere negata la consolazione del rito cristiano: come a Welby. Questa è la qualità della vita quando si nega la qualità della morte. All'ora ultima, quando in ciascuno riecheggia il grido di Cristo: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? E nessuno risponde.


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