venerdì 20 luglio 2007
di Nanni Spissu
È ritornato il femminismo. E ci voleva, perché le sue motivazioni storiche, la sua verità, la sua attualità, non sono vecchia ferraglia arrugginita e questo mondo così sessualmente variegato ha difficoltà a capire che non esiste solo una questione omosessuale.
Allora è tempo anche di autocoscienza. Non mi piace l'autocritica, perché quel rito, francamente opportunista e ipocrita, offriva un lavacro immeritato a tanti svarioni politici e istituzionali, ed era parente stretto di quello, che, dall'altra parte, consentiva di liberarsi di pesi e pesetti con quattro giaculatorie ben assestate.
Autocoscienza mi sembra più adatto a scavare dentro, a capire, a cercare se vi sia una via d'uscita per sé stessi senza ricorrere al vecchio e collaudato espediente di maledire la società in cui siamo, dondolando il capo con aria compunta, perché noi ci immaginiamo francamente meglio.
Allora: tutto nasce da un giornale inglese che se la prende con una nostra conterranea che si interessa di comunicazione, non nel senso che faccia parte di una ristretta élite di specialisti in materia, ma piuttosto che si mette a suo modo a disposizione di un marchio che gestisce reti di comunicazione, per invitarci a sceglierlo, piuttosto che altri.
La tecnica è noiosamente collaudata, ma pare che non ce ne siano di meglio per presa sul pubblico, che, è evidente, è fatto di soli clienti maschili. Non che quella via alla pubblicità sia la sola: ce ne sono altre, magari per venderti simpaticamente del caffè, con un bel sorriso e molta intelligenza.
Ma qui c'è la vecchia solfa del nostro inconsapevole (?) io maschile, che risveglia la nostra libido di comunicazione per mezzo di altre libido vecchie come il mondo e le fa diventare speculari sino a travolgerci, al di là e oltre ogni nostra consapevole capacità di resistenza.
C'è poi su la Repubblica una signora, già finita anche in televisione nel salotto buono di Ferrara, che lamenta un eccessivo consenso e gradimento, che viene manifestato a qualcosa di lei che non è esattamente il suo valore professionale e la sua storia di plurilaureata.
Quindi: uomini balossi pronti a rimpinzarsi di telefoni nel ricordo estatico di una bella sarda (ma sarda è un caso) e uomini normalmente volgari e incapaci di stabilire una connessione senza interferenze con una collega brava, sul terreno del lavoro.
Quindi uomini da buttar via, nella loro protervia e bassezza, con tutti i loro chiodi fissi, la sostanzialità volgarità del proprio rapporto con il mondo. Dall'altra parte donne indifese e vittime di quella volgarità inguaribile.
Io sono personalmente propenso a credere che quello schema sia sostanzialmente accettabile e che però possa esserci qualche distinguo.
Questo “sostanzialmente accettabile”, è chiaro, non esclude qualche chiamata di correo, che pure lascia totalmente non scalfita la responsabilità maschile.
Intanto: questo modello di promozione di un prodotto vive dentro un universo della comunicazione, specialmente per immagini, che è del tutto intercambiabile con la pubblicità. I maghi di uno spettacolo e di uno spot sono spesso gli stessi, perché il mondo virtuale della comunicazione televisiva o patinata promuove stili di vita, comportamenti, linguaggi che hanno la capacità di indurre omologazione, imitazione, aspirazione al raggiungimento di standard rappresentati come possibili.
La pubblicità ci indica una scorciatoia per arrivare a raggiungere ciò che la rappresentazione di quella vita virtuale ci ha indicato come possibile: acquista quel prodotto e così sarai uno di quelli e senza quella cosa lì non potrai mai esserlo.
E ancora, l'esibizione della donna, non esattamente ispirata a pudori fin du siècle, di cui non abbiamo nostalgia, è, in quella rappresentazione della vita che non c'è per noi, ma potrebbe arrivare, piuttosto resa oggetto e non pensiero, se non virtù. Quell'altra via che ci offre il prodotto tramite la donna, non elude quel tipo di comunicazione, se ne fa speculare e tende a offrirci un dentifricio o un'acqua minerale come metafora e transfert di atti immediatamente riferibili alla sfera sessuale.
Si tratta di un'operazione ad alto potenziale di corruzione. Corrompe la donna, che scopre quella sua rappresentazione come sistema di autopromozione, convivendo essa stessa l'idea che quella televisione, quella pubblicità decidono debba essere proposta. Corrompe il maschio, anche lui chiamato a essere oggetto di quel richiamo, che non fa certo riferimento a una sua capacità raziocinante, ma solo alla sfera della sessualità non mediata da un sistema di rapporti ispirati a conoscenza, corto circuito di intelligenze, stima.
La signora che su Repubblica lamenta quella unidirezionalità delle attenzioni maschili è vittima non colpevole di quel modo di essere maschio, che il sistema corruttore dei canali della comunicazione ha rappresentato come l'unico possibile.
Ci si può difendere, quando quel sistema esteso di corruzione della coscienza è diventato persino modello di governo di una nazione, la nostra, all'insegna della mancanza di regole, della offerta patinata di sogni, impossibili se non per i pochi che se li possono comprare? Lasciando a noi poveracci le briciole di qualche centesimo di Iva da scontare, e che abbiamo, vittime stupide e istupidite, creduto sufficiente garanzia di un roseo futuro.
La volgare faccenda di vallettopoli è storia di istituzioni profondamente malate, di corruzione, di ruffiani corruttori e donne vittime. Ma solo vittime, quelle donne?
Forse sì, nella loro fragilità e nella loro aspirazione a raggiungere l'impossibile, la ricchezza, con il possibile, la propria persona da buttar via senza riserve. Forse non solo vittime, non essendo credibile che qualunque scarto da un, almeno minimo, senso morale, possa essere assolutamente inconsapevole e quindi incensurabile.
Questo mio discorso è maschilista; è possibile in una condivisione del fatto che l'emancipazione femminile è stata, seppur non completata, il grande segno del secolo andato?
Diventerebbe davvero maschilista se fosse mosso dall'intento di fissare limiti e confini. Questo spetta solo alle donne. Così come spetta loro di condurre totalmente in porto il processo di emancipazione e di fissare il momento della sua reale conclusione.
A noi spetta almeno il dovere della condivisione, il dovere dell'attenzione, il sentimento della solidarietà e la certezza che non si può tornare al burka e che si debbano combattere, esempio terribile, le mutilazioni, sostenendo che non si torna sulle nostre conquiste, che dobbiamo offrire, affatto scalfite, come una ricchezza anche a chi arriva.
Si può concludere che una certa idea della politica nasce dalla corruzione delle coscienze, nasce dalla rappresentazione fuorviante di stili e modelli di cartapesta, che vengono proposti come possibili per tutti noi. E anche quelle ragazze che vengono esposte perché le crediamo possibili per tutti noi, sono soltanto specchi di una realtà impossibile, che i maschi devono tenere fuori dalle loro illusioni e le donne fuori da un'idea ingannevole del proprio destino.
P.S. Due segnalazioni. Una seria e a proposito, un libro: Lidia Ravera, “No, grazie”. Giulio Perrone editore, 5 euro. Una seconda, tragica, ma sempre a proposito: “Mettiti a nudo. Gira e rigira e mostra l'altra parte senza paura. Spesso non ci si cura del proprio sedere ed è un errore…. Servizio di Velvet, mensile di e con Repubblica di giovedì 19. Autrici le signore Laura Bianchi e Sandra Freu. Segue una tabella a punti per una valutazione del suddetto attrezzo e infine, dopo una tranquillizzante rassicurazione di una signora Suse Uhmann: «Il mio sedere è fatto di marmo. Non posso farci niente» (nemmeno noi), le gentili redattrici ci rassicurano in proposito, come Elena Orlandi: «Il mio rapporto con il sedere è abbastanza tranquillo». L'autorevole testo va consultato integralmente, perché riserva altre delizie. Naturalmente con le giuste creme da acquistare e usare, il risultato è democraticamente assicurato a tutte/i.
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