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venerdì 20 luglio 2007

Questa nuova mal aria che uccide i sardi
va curata con dosi massicce di verità
dopo anni di silenzi interessati e di baratti

di Eugenia Tognotti

Ma che aria tira in Sardegna? Monossido di carbonio, ossidi di zolfo, cromo e composti di cromo esavalente, diossina. E, ancora, polveri sottili, PM10, inquietante nome ormai entrato nell'uso comune e che indica un killer silenzioso e invisibile, che penetra subdolamente nelle vie respiratorie arrivando, a seconda delle dimensioni, agli alveoli polmonari, provocando e aggravando malattie respiratorie di varia gravità.

Altro che la malaria, l'antico flagello che per un paio di millenni ha imperversato nelle pianure dell'isola. Con quella specie di mal aria - un nome che rimandava a quella che era considerata la causa della malattia, l'aria cattiva, “corrotta” dai miasmi delle paludi e dalle esalazioni di materiali in decomposizione - i sardi avevano imparato a convivere, tanto che, tra Ottocento e Novecento, ad ammalarsi erano soprattutto i “continentali” - militari, ferrovieri, operai, addetti ai lavori stradali e alle bonifiche, carabinieri, funzionari e impiegati statali “sbattuti” nell'isola per inefficienza e corruzione.

Tutti, comunque, locali e forestieri, sapevano “di che morte dovevano morire”, come si dice. E dopo le grandi scoperte di Ross e Grassi erano in grado di riconoscere e difendersi dal nemico, o meglio dalla nemica, la malefica zanzara Anofele, responsabile della diffusione della malattia. Ma non solo. Sapevano, con precisione, quanti morti erano provocati dalla malaria; quanti si ammalavano delle miti forme primaverili e delle più gravi estivo-autunnali.

Degli effetti sulla salute degli innumerevoli veleni che ammorbano l'aria, l'acqua, il suolo della Sardegna si sa, invece, molto poco. E solo di recente si dispone d'informazioni precise, grazie ad uno studio d'epidemiologia descrittiva, voluto dall'assessore regionale alla Sanità, e condotto da un gruppo d'esperti in vari campi - medici, statistici ed epidemiologi - delle Università di Udine, Torino e Firenze, e con finanziamenti sono giunti dall'Unione europea nell'ambito dell'attività di assistenza tecnica agli Osservatori epidemiologici delle regioni meridionali.

Il “Rapporto sullo stato di salute delle popolazioni residenti in aree interessate da poli industriali, minerari e militari della Regione Sardegna” ha preso in considerazione 18 aree a rischio - industriali, minerarie, militari e urbane - per un totale di 71 comuni e circa 850.000 abitanti, cioè poco più della metà della popolazione della Sardegna. Risultato: in alcune aree della Sardegna si sta peggio che nel resto dell'Italia.

La mappa delle aree a rischio comprende, manco a dirlo, quelle industriali (a Nord, Porto Torres; a Sud, Portoscuso e Sarroch), e quelle minerarie di Arbus e di Iglesias. Non manca l'enclave della Maddalena col suo allarmante eccesso di linfomi. A prevalere sono le malattie respiratorie e dell'apparato digerente: gli uomini sono più colpiti da tumori del polmone, del fegato e del sangue, riconducibili in gran parte all'inquinamento ambientale e alle esposizioni professionali.

Si tratta di un passo avanti importante e, forse, sarebbe stato opportuno che la ricerca avesse coinvolto anche ricercatori dell'Università di Cagliari e di Sassari, in vista di una pianificazione e una programmazione sanitaria adeguata nel territorio. Nessun dubbio sui danni alla salute delle popolazioni residenti in alcune aree, su cui per decenni ha pesato la passività, l'inerzia e il silenzio interessato di chi ha sacrificato la salute ai posti di lavoro. Aiutato anche dalla difficoltà di stabilire una diretta relazione di causalità tra fattori ambientali e rischio di malattia.

Certo, per le “febbri palustri” non si ponevano problemi per l'individuazione del “colpevole”, come avviene, invece, per i tumori per i quali è tornato comodo - troppo spesso, e non solo dalla parte degli interessi industriali - invocare la genetica e la multifattorialità, come dire, tante cause, nessuna causa.

Ma “di che morte devono morire” i sardi? Che danni sanitari e ambientali ci dobbiamo aspettare dall'esposizione a sostanze tossiche e cancerogene di varia natura? Possiamo immaginarli, tenendo anche conto dell'allarmante presenza di stabilimenti sardi nel Registro europeo delle “emissioni” inquinanti (è così - con il neutro termine di “emissioni” - che vengono pudicamente indicati i veleni che minacciano la salute e la vita delle popolazioni!). Alcune grandi industrie dislocate in Sardegna occupano posizioni dominanti in graduatoria: stando all'ultimo rilevamento, quello del 2004, per dire, la raffineria Saras era al secondo posto per emissione nell'atmosfera di cromo e composti di cromo e al terzo - dopo lo stabilimento Alcoa di Portovesme - per il famigerato PM10.

Per avere un quadro completo sarebbe necessario ricostruire - almeno a partire dagli anni Ottanta e per tutte le aree industriali - le proteste delle popolazioni, i dibattiti pubblici, le interrogazioni, le prese di posizione delle associazioni ambientaliste, le informative di medici condotti e insegnanti, che, troppo spesso, hanno visto infrangersi le loro documentate denunce sulla diffusione di allergie, disturbi respiratori e visivi, tumori e leucemie, contro il muro dell'indifferenza di istituzioni e autorità sanitarie a vari livelli.

Come avvenne, a metà degli anni Novanta, per quel medico condotto operante nella media valle del Tirso - la “valle dei tumori” - che aveva osservato un anomalo aumento dell'incidenza di tumori tra gli abitanti di Molia, piccola frazione agricola di Illorai esposta in linea d'aria alle esalazioni degli stabilimenti dell'Enichem. Avendo chiesto alle autorità superiori di studiare il problema, fu esortata a lasciar perdere e a non creare inutili allarmismi tra le popolazioni.

Nella lotta contro l'antica malaria - prima dell'Istituzione della Regione autonoma (sarà un caso?) - si mobilitarono forze sociali e politiche, l'intellettualità tecnica, il mondo medico professionale, la gente dei paesi. Per la prima volta nella storia della Sardegna, un intero popolo combatteva una stessa battaglia: nel 1950 la malattia era cancellata dalla nera lavagna delle patologie che affliggevano i sardi. Contro questa nuova specie di mal aria, osserva il magistrato Felice Casson, che ha sostenuto l'accusa al processo di Porto Marghera - serve «la concertazione tra istituzioni, imprese e, soprattutto, serve una stagione di verità che ci liberi dalle bugie o dai silenzi del passato».

Sarà difficile vista l'aria che tira. Ma è l'unica strada. Questa volta - siamo autonomi o no? - non verranno ad aiutarci gli americani e il DDT.


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