giovedì 19 luglio 2007
Interventi.
di Giovanni Casula
In questi ultimi giorni si fa un gran parlare su tutti i quotidiani regionali e nazionali del problema alcol alla guida, sull'onda emotiva conseguente ai numerosi (anche se non nuovi) episodi tragici che hanno coinvolto giovani vite spezzate. Assistiamo da più parti, come se si trattasse di questioni da bar dello sport, alla enucleazione di ricette salvifiche (maggiori controlli), di posizioni giustizialiste (più pene e sanzioni) o altre ben più fataliste (tanto non cambia niente, se uno vuol bere lo fa comunque…).
Viviamo in una società piuttosto bizzarra, dove le cose accadono soltanto se i media ne parlano (allora sono cose di cui tutti parlano), mentre l'esperienza di una famiglia che perde il proprio congiunto è un fatto da rispettare, ma sempre rigorosamente privato. Tanto privato che ognuno pensa «purtroppo … poverino, così giovane … è capitato a loro …». E poi silenzio.
Vorrei fare solo alcune considerazioni. Il bere nel nostro paese è un grande affare che conviene allo Stato (iva, esportazioni,etc): occorre tenerne conto nella lettura del fenomeno e coinvolgere nelle scelte politiche non solo i ministeri dei Trasporti, dell'Interno e della Salute ma anche quello delle Politiche agricole, delle Politiche giovanili, della Solidarietà sociale e della Pubblica Istruzione.
I nostri figli non sono un affare di questo o quel ministro. I nostri figli sono da tutelare tutti e da ciascuno degli adulti che svolge nel proprio vivere sociale una delle tante funzioni educative (i genitori ed nonni, la scuola e la chiesa, i media e gli operatori della varie comunità scientifiche).
Sono da tutelare tutti, i nostri figli, non solo per un sacrosanto principio sanitario o di sicurezza stradale ma perché tutti dovrebbero avere diritto ad una corretta informazione sui rischi dell'alcol, sin dalla scuola elementare, ed i produttori di bevande alcoliche non possono lavarsi la coscienza - dopo aver speso milioni di euro in pubblicità - «i giovani sono liberi di scegliere se bere o no».
Le famiglie dovrebbero essere più attente ai primi inequivocabili segnali di disagio (sbronze, cambiamenti di abitudini ed umore abnormi, etc) che soprattutto in preadolescenza i loro ragazzi possono evidenziare, e rivolgersi ai Servizi socio sanitari, che nel nostro paese esistono e possono dare un aiuto concreto alla lettura di questi segnali.
Ma soprattutto, i genitori dovrebbero dare, loro stessi, una testimonianza quotidiana del fatto che bere alcolici può essere evitato (il famoso bicchiere consigliato a pasto è un luogo comune ormai superato dalle evidenze scientifiche assunte dall'Organizzazione Mondiale della Sanità), che il non bere non toglie niente alla convivialità ed alla festa. E soprattutto non aggiunge ai nostri ragazzi più sorrisi di quanti loro, con il nostro amore, sappiano darcene.
Allora, ancora una volta, mi sembra una questione educativa in cui l'incoerenza degli adulti si riversa sui nostri giovani, parte più fragile ed esposta alla pressione sociale al bere e li espone ad un rischio che spesso non sanno ponderare per mancanza di sufficienti informazioni, di testimonial credibili che veicolino messaggi capaci di sollecitare le loro intelligenze ed il loro cuore.
Oggi sappiamo che gli aspetti meramente repressivi generano maggiore trasgressione tra i ragazzi. È auspicabile che accanto a misure di controllo all'uscita delle discoteche, ad iniziative di prevenzione nei luoghi del divertimento notturno, vi sia una maggiore attenzione da parte di tutti alla vita oltre che al divertimento, fine a se stesso e - oserei dire - commerciale. Se non avremo il coraggio dell'assunzione delle nostre quotidiane responsabilità di adulti allora aspettiamoci altre tragedie. Nelle nostre strade come tra le (meno trasparenti) mura domestiche.
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