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domenica 15 luglio 2007

Fantasmi golpisti attorno alle istituzioni
Pollari che minaccia lo Stato
è il segno di un Paese debole e corrotto

di Nanni Spissu

Il nostro orizzonte è sempre più animato da fantasmi, ectoplasmi, spiriti e spiritelli che minacciosi aleggiano intorno alla vita delle nostre istituzioni. Questi fantasmi non sono affatto benefici tutori della nostra vita pubblica, ma la volgono al proprio capriccio e la tengono in pugno, togliendo a ciascuno di noi, titolare della nostra piccola porzione di democrazia, il diritto a farne l'uso che ci era stato indicato come possibile.

La vicenda Pollari & C. s.p.a. acquista di giorno in giorno quella dimensione oscura, paludosa, magmatica che ci fa sentire come dentro un tunnel, dal quale usciremo per volontà di qualcuno che detterà le sue condizioni, non avendone titolo. Essa incombe su tutto, ci è stata raccontata anche su questo giornale con la corposità drammatica che può venire solo dal sentimento civile, con il di più della diretta conoscenza.

Chi scrive queste righe tende, per falsa ingenuità o per spirito di semplificazione, a considerare che le cose possano avere una loro scontata ovvietà. È convinto, di conseguenza, che un servitore dello Stato, come il generale Pollari, abbia semplicemente il dovere di raccontare ai suoi superiori quello che sa in ordine al proprio lavoro. Abbia anche il dovere, per legge, come pubblico funzionario, di mettere al corrente la magistratura, quando nell'esercizio della propria funzione venga a conoscenza di cose e fatti che abbiano rilevanza penale o rechino danno al pubblico erario, se questo è anche il caso: perché spesso quel danno si accompagna ai fatti delittuosi e può stare comunque in piedi, anche solo per colpa grave.

Allora se quel pubblico dipendente vuol liberare spiriti e spiritelli che ha ingabbiati nel tempo non solo lo può fare, ma lo deve fare, come detta la legge, come detta anche la normalità di una vita pubblica sana, se ce ne fosse. Lo Stato non può accettare condizioni e detta solo lui le regole, che sono inscritte negli strumenti normativi che regolano il nostro vivere comune.

Ancora qualche giorno fa ha parlato, dopo una colazione con il presidente Cossiga, sempre molto attento alle questioni che riguardano i servizi: «Rispetto il segreto di Stato. Ma se il presidente del Consiglio riterrà di svincolarmi da questo segreto, state tranquilli che sarò estremamente esaustivo. Ma solo se il premier mi autorizzerà».

Già, perché il segreto riguarda la sicurezza dello Stato e delle istituzioni e allora appare come un atto di responsabilità. Riguarda comportamenti personali anche pubblici di persone impegnate nelle istituzioni e nella politica, di cui quel funzionario ha contezza in ragione del proprio ufficio. Allora perché quel segreto?

Ma a chi poi dovrebbe raccontare tutto. Forse alla stampa, forse pubblicando voluminosi dossier da vendere in libreria. O solo davanti a una ribalta appositamente creata, per fare rumore senza possibilità di verifica di una verità rivelata, è il caso, da un nuovo profeta inattaccabile e infallibile? O, come sarebbe giusto, al Copaco, se sarà chiamato?

La democrazia ha i suoi strumenti. Intanto via il segreto davanti ai magistrati, se ci sono reati o se ne sospetta l'esistenza. Essi avranno il potere di vagliare, pesare, e chiedere nella logica della giurisdizione e con le sue garanzie, rinvii a giudizio, processi, condanne. Ma il segreto non può più essere un alibi, e va cancellato, anche se il teatro dello show del generale va ricondotto alla logica della costituzione e dei meccanismi che assicurano funzionamento, garanzie, riservatezza e habeas corpus.

Ma allora questi spiriti che aleggiano, che hanno un po' le mani, o le ali, legate da chi sa chi, perché non si manifestano e sono persino oggetto di baratto e magari di incetta o aggiotaggio, così chi più sa e più ne ha, può far pesare, sulla bilancia del pubblico mercato delle istituzioni, il proprio ricattatorio volere?

Cosa sappiamo davvero noi tutti, da piazza Fontana in giù, da Bologna, a Brescia, dall'Italicus a Itaca, da Moro alla stagione delle B.R., cosa sappiamo noi di quale gioco oscuro, di quale o quali burattinai, ci abbiano fatto danzare appesi ai loro fili quasi invisibili in queste stagioni così malate.

Ma questo servitore dello Stato parla di vent'anni, gli ultimi, si suppone: egli, dice, minaccia, potrà raccontare, non come atto di servizio e di dedizione alla comunità, ma come ricatto generalizzato verso una nazione imbelle o corrotta, come tanta parte della sua classe dirigente (non solo politica, anzi), frastornata e ammaliata assieme dal fascino perverso di chi ha le chiavi del mistero e come in una spy story, aspetta il finale, che, si sa, si conosce solo all'ultima puntata. E magari c'è pure un finale di scorta perché non si sa mai, poi le cose si aggiustano lungo strada.

Questo grigiore che annebbia progressivamente le nostre istituzioni, questa morsa che stritola il cittadino chiamato a scegliere tra una destra piduista, come quella che ha strapazzato le istituzioni per cinque anni per gli interessi di uno solo, con sodali annessi e connessi, e una sinistra centro sbulinata, fragile e nervosa, senza amor proprio e senza bussola apparente, rende insopportabile per il cittadino il peso dell'impegno civile che pure sta nel dna di tanti.

Questo grigiore è terra di coltura di golpisti, affaristi e buone donne, veline senza veli e letterine analfabete.

Partiti e sindacati sono ormai lobby e corporazioni, che rendono conto a se stessi, con una base sostanzialmente assente. Come dimostrano la questione delle pensioni, quando una nazione di vecchi, che hanno incrementato la loro aspettativa di vita quasi al ritmo di una generazione in più, non può decidere che si elevi di un anno l'età pensionabile. Come dimostra in Sardegna quella che è oggettivamente la tragedia della formazione professionale, per le persone che la vivono avendo perso dopo tanti anni qualunque sicurezza di lavoro, in un sistema che ha creato illusioni e lobby e formazione in aree molto limitate, pur avendo cercato di equipararsi e affiancarsi al sistema dell'istruzione.

Questa è l'Italia tragica, quella che abbiamo davanti, bloccata e congelata da un servitore dello Stato che promette rivelazioni, attonita davanti a centrali che hanno, sembra, operato oltre i propri compiti e doveri istituzionali, schedando, ascoltando proditoriamente cittadini inermi, privati dei loro elementari diritti costituzionali, e persino quelli di cui siamo umanamente più gelosi.

Ora c'è il partito democratico. È giusto sperare, è necessario. Certo un leader come Veltroni appare degno di consensi e di fiducia. Ha uno stile istituzionale diverso, ha un storia e una sensibilità anche umana diversa e se ricominciamo dall'essere persone umane, con il giusto livello di sensibilità verso le persone e di rispetto, siamo già in una dimensione che abbiamo perso da tempo e che dobbiamo considerare un punto di partenza. Chi scrive ha avuto il privilegio di conoscere quella persona e il suo stile istituzionale e personale. Beh, cosa rara, ministro e vice presidente del Consiglio, era anche una persona umana.

Ma ha ragione anche chi ritiene che nel P.D. un confronto tra posizioni e una pluralità di candidati potrebbe assicurare una dialettica che è indispensabile, e potrebbe rafforzare la base del consenso.

Ci sono altri deboli segni, come il consenso al partito di Di Pietro che premia delle persone serie, che fanno proposte chiare e manifestano grande senso etico e rispetto istituzionale, lealtà al governo pur nella chiarezza dei loro obiettivi. È buon segno anche lo scisma a destra che libera il partito di Fini e gli consente con maggior sicurezza di guardare al destino di una destra di governo, che si vuole moderna, attenta ai problemi sociali. La momentanea perdita (Storace è valutato intorno al 3% o poco più) potrà rientrare se Fini saprà interpretare un segnale che conferma un indirizzo che era nei fatti e non potrà che rafforzarlo all'interno della sua coalizione.

Chiediamo, in fondo, un po' di normalità. Non questa, però, bacata dolorosa e anche tragicamente insulsa. Ma una normalità europea, aprendoci a un mondo carico di modernità, quindi di prospettive, orizzonti, stile. Forse abbiamo perso anche la capacità di imparare e siamo troppo sordi e frastornati per sentire oltre questo paese malato.


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