giovedì 12 luglio 2007
di Gianstefano Monni
Dopo la delibera della Giunta regionale in cui, di fatto, si dà il via al progetto del termovalorizzatore di Ottana, molti si sono schierati contro l'impianto e molti sostengono che comunque una soluzione per lo smaltimento dei rifiuti debba essere trovata. È evidente che il tema dei rifiuti va affrontato seriamente e che un'amministrazione consapevole deve valutarlo in tutti i suoi aspetti.
L'uso del termovalorizzatore non come sostituivo della raccolta differenziata ma come ultimo anello della catena dei rifiuti, per eliminare ciò che non si riesce a riciclare, può apparire interessante. Ma sul tema ci sono diverse questioni aperte. Quello che segue è un tentativo, indipendente, di capire come stanno le cose.
In pratica un termovalorizzatore è un inceneritore che brucia il residuo non riciclabile dei rifiuti, chiamato CDR (Combustibile Derivato dai Rifiuti) recuperando parte dell'energia termica generata nella combustione e convertendola in energia elettrica da immettere nella rete di distribuzione. Per fugare ogni dubbio, è bene dire che la termovalorizzazione richiede l'incenerimento. Per questa ragione, in questo articolo, termovalorizzatore e inceneritore sono da considerarsi sinonimi, così come sono sinonimi termovalorizzazione e incenerimento. Per evitare confusione da questo momento in poi si useranno solo i termini inceneritore e incenerimento.
Sul tema dell'inceneritore di Ottana esistono diverse questioni aperte. Una possibile divisione in gruppi:
In ultima analisi, occorre chiedersi se l'incenerimento sia la migliore tecnica possibile per smaltire i residui non differenziabili dalla raccolta dei Rifiuti Solidi Urbani (RSU).
È vero che durante la combustione vengono generati dei gas (in particolare diossine)?
È vero che dai filtri, insieme ai gas, fuoriescono anche delle nanoparticelle che sono pericolose per la salute?
Esistono prove serie e studi attendibili che mettano in relazione la presenza degli inceneritori e danni alla salute?
Ad ogni tonnellata di CDR, corrispondono circa 250 Kg di ceneri altamente tossiche. Che cosa ne facciamo delle ceneri, come le smaltiamo e dove?
Il termovalorizzatore di Brescia, spesso citato come esempio, è davvero così esemplare?
1. Durante l'incenerimento sono generati dei gas che vengono emessi nell'aria, dopo essere stati filtrati. Il filtraggio di questi gas non azzera, in nessun caso, la diossina che quindi, insieme ad altri veleni, si ritrova nell'ambiente: dall'aria decade sul terreno, ed entra nella catena alimentare. Anche usando come riferimento un documento certamente non di parte né schierato contro gli inceneritori quale il rapporto delle migliori tecniche disponibili (BAT) per l'incenerimento dei rifiuti redatto nell'agosto 2006 dalla Commissione Europea, risulta comunque che nel processo di incenerimento vengono emesse diossine nell'aria.
Sempre l'Unione Europea, in un documento intitolato Inventario europeo delle diossine, stima che il trattamento dei rifiuti (e in particolare l'incenerimento) e il settore industriale (in particolare il siderurgico) siano i massimi responsabili dell'emissione in atmosfera di diossine: «Nonostante i considerevoli sforzi degli ultimi anni per ridurre le emissioni degli inceneritori di rifiuti solidi urbani, questo tipo di fonte continua a dominare l'immissione di diossine in atmosfera».
Occorre notare che la diossina, a causa dell'alta affinità per le sostanze grasse, entra nella catena alimentare: in virtù di questa proprietà, la diossina emessa nell'ambiente dall'inceneritore di Ottana si concentrerebbe nella catena alimentare, ad esempio nella filiera latto-casearia: il latte (e tutti i suoi derivati, ovviamente) prodotti da bestiame che si ciba di foraggi provenienti da zone in cui ci sono ricadute di diossina conterranno diossina. L'emissione di diossina attraverso l'incenerimento è un fatto.
2. Quando una sostanza organica (contenente principalmente carbonio, azoto, idrogeno e ossigeno) brucia, vengono rilasciate molecole più piccole e generalmente biodegradabili (anche se inquinanti). Se la sostanza contiene anche una frazione rilevante di materiali inorganici (come dei metalli), i prodotti della combustione possono portare, specialmente se ad alte temperature, ad aggregati atomici e leghe metalliche che non sono biodegradabili, e vengono disperse in ambiente sotto forma di aerosol. Questi aggregati hanno una dimensione dell'ordine dei nanometri (miliardesimi di metro), da cui il nome nanoparticelle.
Le nanoparticelle possono ritrovarsi un po' ovunque, nello scatolame a causa della sua usura, in alcuni farmaci come eccipienti, nel fumo di sigaretta e degli inceneritori, nel pesce di mare, in prossimità di vulcani: la lista è potenzialmente infinita. La presenza delle nanoparticelle nel fumo che fuoriesce dagli inceneritori non è in discussione, è un dato di fatto: nel già citato rapporto della Commissione Europea sulle BAT per l'incenerimento, nel par. 3.2.2.1, vengono individuati oltre 20 sostanze diverse che vengono emesse nell'aria. Tra queste, oltre la diossina, sono presenti il cadmio, l'arsenico,il piombo, il cobalto, il cromo e il mercurio. Parecchi di questi elementi (cadmio, arsenico ecc.) sono cancerogeni noti o sospettati; altri sono noti per la loro neuro-tossicità. Gli ossidi di azoto e l'ozono che ne deriva agiscono sull'apparato respiratorio e cardiovascolare favorendo patologie infiammatorie e degenerative. L'emissione di nanoparticelle (particolato) di metalli pesanti e cancerogeni attraverso l'incenerimento è un fatto.
3. Riguardo agli studi che mettano in relazione inceneritori e salute umana, esistono centinaia di articoli nella letteratura scientifica. Tra i più recenti: l'International Journal of Hygiene and Environmental Health, del maggio 2007 pubblica un articolo di un gruppo di ricercatori dell'Istituto di Medicina Preventiva, Facoltà di Medicina, Università di Lisbona. Nello studio, relativo ai livelli di cadmio, mercurio e piombo osservati nella popolazione umana vicina a due inceneritori, si conclude che «paragonati con i dati di riferimento in condizioni simili, i livelli osservati di cadmio, piombo e mercurio presenti nel sangue sembrano essere relativamente più alti, sia per i valori medi che per quelli estremi».
Nella rivista italiana di Epidemiologia e prevenzione di maggio-giugno 2006, viene pubblicato uno studio del Dipartimento di medicina ambientale dell'Università di Padova in cui si osserva nella popolazione femminile di Venezia e Mestre un «eccesso statistico del sarcoma ai tessuti molli tra le donne nella categoria a più alta esposizione», e questo viene messo in relazione all'esposizione ambientale.
Un anno prima, sempre la rivista italiana di Epidemiologia e prevenzione (luglio-agosto 2005) aveva pubblicato uno studio dell'UO Biostatistica, CSPO, Istituto scientifico Regione Toscana e Dipartimento di statistica G. Parenti, Università di Firenze, in cui emerge che nel periodo 1986-1992 si è osservato nella zona di Campi Bisenzio un picco localizzato di morti per il linfoma non-Hodgkin tra la popolazione maschile. Nello stesso comune, un inceneritore di rifiuti urbani era operativo dal 1973 al 1986; quando è stato chiuso si sono rilevate le prove di contaminazione di diossina nel suolo.
L'Emidemiology Journal del maggio 2004 aveva pubblicato uno studio dell'Istituto Nazionale di Salute Pubblica giapponese fatto sugli inceneritori in Giappone (ad alto contenuto tecnologico). Nell'articolo si legge che nella zona osservata, con tutte le cautele del caso, si rileva una diminuzione del rischio delle morti tra i nenonati con l'aumento della distanza dall'inceneritore. Ovvero, più si vive vicini all'inceneritore (con un picco tra 1-2 Km) e più si rischia di osservare morti tra i neonati.
Insomma, vicino agli inceneritori sono a rischio i neonati, le donne e gli uomini… L'entità del rischio non è ancora stata quantificata esattamente, ma il rischio per la salute legato alla presenza di un inceneritore è un fatto.
4. Per ogni tonnellata di rifiuti incenerita si ha un aumento dei volumi, ottenendo una tonnellata circa di emissioni gassose dai camini e circa 250 Kg di scorie e ceneri tossiche. L'inceneritore di Ottana richiederebbe lo smaltimento di circa 25.000 t/anno di rifiuti speciali. In trent'anni ci sarebbero 750.000 t di rifiuti speciali da portare in discarica, e in Sardegna non esiste discarica in grado di ospitare un quantitativo così elevato di questo materiale: occorrono infatti discariche speciali che diano garanzie di totale sicurezza ambientale.
A tale proposito si osservi che nel “Rapporto sullo stato di salute dei residenti nelle aree con siti industriali, minerari o militari in Sardegna, Italia” commissionato dall'Assessorato regionale alla Sanità emerge che, nelle aree industriali, la compromissione dello stato di salute delle popolazioni coincide con le attività ad alta produzione di rifiuti speciali. Aumentare quindi la produzione di rifiuti speciali, costuisce un elemento di rischio per tutte quelle popolazioni che si troveranno a risiedere in prossimità delle zone in cui i rifiuti verranno stoccati. Certo, le ceneri si possono trasportare e smaltire in una discarica (a pagamento), ma noi viviamo in un'isola: per trasportare le ceneri occorre usare le navi (gli aerei sarebbero troppo rischiosi), e questo implica elevato rischio ambientale e elevati costi di smaltimento, probabilmente a carico della collettività. La necessità di un corretto smaltimento delle ceneri tossiche è un fatto.
5. A Brescia, in prossimità della città, c'è uno degli inceneritori più grandi d'Europa (ca. 750.000 tonnellate l'anno: il triplo di quello che si vorrebbe costruire a Ottana), che soddisfa da solo circa un terzo del fabbisogno di calore dell'intera città (1100 GWh/anno) ma è costato all'Italia una procedura di infrazione da parte dell'Unione Europea, conclusa proprio pochi giorni fa (5 luglio 2007) con una sentenza di condanna. I giudici della Corte di Giustizia Europea hanno ritenuto la Repubblica Italiana responsabile della violazione degli articoli da 5 a 10 della direttiva del Consiglio 27 giugno 1985, 85/337/CEE, sulla valutazione dell'impatto ambientale, e di aver ignorato le procedure per il convolgimento dei cittadini nelle scelte che riguardano impianti inquinanti come gli inceneritori di rifiuti, procedure che ovviamente devono essere attivate prima della costruzione e della messa in funzione dell'impianto.
Questo inceneritore nell'ottobre 2006 è stato proclamato migliore impianto del mondo dal Waste to Energy Research and Technology Council, un organismo indipendente formato da tecnici e scienziati di tutto il mondo e promosso dalla Columbia University di New York. Ha suscitato però qualche perplessità il fatto che questo organismo annoveri tra gli enti finanziatori e sostenitori la Martin GmbH, che è tra i costruttori dell'inceneritore premiato. L'impianto di Brescia non è così bello come qualcuno lo dipinge, anche questo è un fatto.
Nei prossimi due articoli verranno analizzate le questioni relative alle biomasse e all'energia prodotta, alla scelta di Ottana come sede; verrà infine proposta una possibile alternativa all'incenerimento dei rifiuti.
(1 - continua)
© 2007 Nesos Editoriale Indipendente srl - Cagliari