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mercoledì 11 luglio 2007

Una lettera da Asuni, portata dal maestrale
Le idee scambiate fino all'alba
scompaiono sotto paillettes e grandi eventi

di Francesca Falchi

C'era qualcosa nell'aria. Qualcosa che presagiva un cambiamento. Positivo. Negativo. Chissà. Una strana sensazione che sembrava avvolgere il vissuto, non solo quello di chi scrive ma anche quello di amici lontani che la distanza non rende meno vicini, perché per il cuore e la mente spazio e tempo sono concetti relativi.

La lettera di Alberto Masala arriva così, portata dal maestrale che aggredisce Cagliari in queste strane giornate d'estate, dove niente è prevedibile, e meno che mai le brutte notizie. Alberto scrive: «Insieme al sindaco di Asuni, Sandro Sarai, ho scritto questa lettera aperta agli amministratori regionali. L'abbiamo fatto in attesa di una risposta che non è ancora arrivata. Ora pare che, non per mia iniziativa, stia girando ovunque. Infatti ricevo numerose lettere di intellettuali, scrittori e artisti che esprimono inaspettata solidarietà».

Quella sensazione assume le fattezze di una mancanza, di qualcosa che sta per scivolare via, un qualcosa che in questi tre anni ha fatto delle parole “cultura” e “sviluppo del territorio” non dei concetti astratti dotati di valenza esclusivamente elettorale, ma una realtà concreta e oltre-mondo.

«Asuni 2007 - festa della letteratura e delle arti (Parole e visioni intorno al viaggio). Quarto anno: la sussistenza. Dopo tanta attività, proposte progettuali, presenze artistiche rilevanti… dopo tanto dispendio di energia produttiva, ancora non abbiamo la certezza di poter proseguire… Ancora una volta non sono arrivati finanziamenti. Poeti e scrittori, artisti visivi con progetti specifici, musicisti, performers, attori, laboratori… niente di tutto ciò è stato visto o valutato di livello adeguato dagli operatori pubblici della cultura».

Le parole che adesso scorrono veloci, rimangono bloccate e non riescono ad esprimere né la rabbia né il dolore. Quelle parole che fluivano in quelle notti ad Asuni, iniziate al calar delle sera e che sembravano non finire mai, neanche quando l'alba si affacciava su di esse chiedendo un minuto di silenzio, di fronte al sole che inondava la piazza principale e stanchi di tanto discutere, confrontarsi, “crescere”, anche se si era già avanti con gli anni, si faceva finta di andare a dormire.

«Questo non ci offende», continua Alberto, «ci lascia soltanto una profonda amarezza che viene dal riconoscere un'assenza di attenzione, una superficialità da parte di chi dovrebbe rapportarsi con la sostanza delle idee, mentre sconfortevolmente ancora non è capace di distinguere un progetto da una kermesse… Intanto noi procediamo nella sostanza tralasciando, forse troppo colpevolmente, di coltivare amicizie politiche che ci possano rendere il cammino più agevole».

Amarezza, certo. Ma anche tanta, tanta rabbia. Non perché a Nick Horby si preferisca Jack Hirschman, o a Massimo Fuksas Carmen Llanez, o al Museo del Betile il progetto di un Centro di documentazione delle culture migranti con un museo dell'emigrazione, o ancora all'America's Cup il nascente Logos, centro residenziale di produzione e distribuzione di progetti d'arte e letteratura. Ma perché, lungi da qualunque tipo di polemica fin troppo facile o gratuita, ci DEVE essere spazio per tutti, grandi e “piccoli”, magari ridimensionando i grandi e cercando di non schiacciare o eliminare prepotentemente i piccoli.

Certo, la valenza utopica di questa affermazione appare quanto mai evidente e senza dubbio anacronistica, visto gli ultimi avvenimenti. Ma la speranza è dura a morire, così come le idee, quando hanno la pretesa di arricchire senza denaro e nutrire senza cibo. La speranza che non siano “le amicizie politiche” a fare la differenza, ma la qualità delle idee e che chi ha in mano le sorti della cultura abbia «la capacità di uno sguardo sull'intelligenza», perché «sta a loro essere capaci di vedere, non a noi di pietire finanziamenti».

La speranza che fare proprie le idee altrui, soprattutto quelle buone, non serva solo a fare “politica” e a perpetuare un immobilismo che diviene consuetudine senza futuro, ma a mutare realmente il corso delle cose («Due anni fa, per il convegno di Ghilarza, facemmo arrivare una lettera al presidente Soru chiedendogli di voler differenziare lo spettacolo dalla cultura… Un'idea che probabilmente gli apparteneva, o da cui attinse immediatamente senza citare la fonte, dato che aprì il convegno sulla cultura esprimendo il medesimo concetto. Ebbene: da allora niente è cambiato».).

Speranza che, come dice Alberto Masala, «la Sardegna riesca a decolonizzarsi ed a produrre pensiero dell'arte e della cultura in modo non subordinato». Ma anche senza speranze, e nonostante tutto, Asuni resiste, con i suoi 637 abitanti, con l'Asuni Film Festival, con il suo rapporto col territorio, un «rapporto reale ed equilibrato… secondo un modello di sviluppo sostenibile per conservare dignità, coscienza etica e tensione partecipativa nei suoi abitanti».

Dignità, etica, tensione partecipativa, che anche quest'anno - «un anno di passaggio, dimostrativo, non programmato, di sussistenza appunto» - non mancheranno: perché anche se «è troppo tardi per attuare il progetto di arti visive… l'unico punto su cui non arretreremo è la qualità delle proposte».

E noi con loro. Perché se non è il momento delle speranze, deve essere il momento delle certezze, delle prese di posizione decise, del tentativo di modificare uno status sul quale per troppo tempo si è indugiato facendo dei numeri, dei grandi eventi, il metro di giudizio di una qualità inesistente, di un nulla ben coperto da lustrini e paillettes.

Perché è il tempo delle parole e delle visioni, tra lollas e domus de janas, tra condivisione e singolarità, è tempo di quelle parole scambiate a tu per tu con persone di levatura umana ed intellettuale fuori dal comune, che hanno fatto dell'umiltà la loro grandezza, e di quelle visioni che nutrono la mente e lo spirito in un tempo che ha fatto della povertà culturale e della disillusione umana gli unici punti di approdo, in un mondo ormai senza alternative di fronte al caos del nulla.


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