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giovedì 5 luglio 2007

Battuto un colpo in Consiglio
meno onorevoli, conti in chiaro
Restano i sospetti: niente
sceneggiate e insabbiamenti

di Giorgio Melis

Nel sepolcro imbiancato del Consiglio regionale, qualcuno si è deciso a battere un colpo: ma resta da vedere se spalancherà le porte a una svolta o sarà insabbiato come la legge di iniziativa popolare per la riduzione delle indennità. Rifondazione comunista ci prova, proponendo una legge costituzionale da trasmettere al Parlamento. Obbiettivo: ridurre a sessanta i consiglieri regionali, con un risparmio di spesa di venti milioni di euro all'anno, cento milioni in una legislatura.

Buona mossa, se andrà avanti e sarà rapidamente conclusa. Il Parlamento, se stimolato dalle forze politiche isolane, ci metterebbe poco ad approvare una legge di due soli articoli. A questo punto i tanti fautori (a iniziare dal compassato Mariolino Floris) della soluzione radicale non hanno più alibi. Possono confermare nei fatti, cercando una intesa bipartisan, la volontà di risolvere la questione incalzante e attualissima del Consiglio mangiasoldi. Appunto riportando il numero degli onorevoli a una misura ragionevole: regioni con popolazione tripla marciano benissimo con 60 consiglieri.

C'è anche una novità in vista. Almeno sulla trasparenza, la nostra battaglia solitaria snobbata dal resto dell'informazione sarda, la sveglia è suonata nel “parlamentino”. L'ufficio di presidenza, incalzato da alcuni e particolarmente da Paolo Pisu di Rifondazione (protagonista in aula, in solitudine e subito isolato, di una battaglia per l'austerità e la trasparenza), sembra intenzionato a rendere pubblici gli emolumenti dei consiglieri, pubblicandoli nel sito dell'assemblea: in ritardo di anni rispetto a tante altre regioni.

Aspettiamo decisioni e fatti. E i tempi. Si può fare subito, se davvero c'è la volontà: non c'è ostacolo sostanziale, formale e tecnico che freni. Se invece dovremo aspettare, tra contorsioni e resistenze, se li tengano pure riservati i loro numeri cifrati come conti svizzeri: l'hanno fatto finora, possono perseverare. Ma ormai le carte sono scoperte: andranno solo maggiormente diffuse, senza mollare un attimo, e diventeranno di conoscenza generale: a disdoro ulteriore di un Consiglio che ha fatto dell'opacità, difesa a riccio, coperture incrociate tra onorevoli e personale, la sua cifra politico-etica di pessima lega.

Ma tornando alla proposta di Rifondazione, può essere salutata positivamente solo se non risulterà dimostrativa, volutamente velleitaria, non sostenuta con forza. Si deve chiedere un chiaro pronunciamento a tutti i gruppi: perché i sardi possano vedere chi è davvero favorevole alla riforma e chi invece l'appoggia a chiacchiere per meglio sabotarla. È sconcertante che anche i comunisti puri e duri non abbiano fatto altro che generici riferimenti allo scandalo del Consiglio-cicala, al secondo posto (ma vale il primo e con numeri da primato assoluto) che spende per sé più di tutte le altre assemblee italiane: a parte la Sicilia che ha una popolazione tripla e ben altre tradizioni e storia, nel bene e nel male.

E neanche un cenno alla persistente censura che la rassegna stampa del Consiglio attua sistematicamente, per ritorsione, contro i nostri articoli su questa vergogna regionale. La libertà d'espressione non abita in via Roma. È limitata agli organi d'informazione che non disturbano il manovratore: gli altri vanno espunti e silenziati. E su questo Rifondazione ha taciuto: come gli altri. Non ci meraviglia troppo, del resto. Luciano Uras, capogruppo di Rc, aveva risposto infastidito alle nostre domande: «Basta con questo stucchevole tormentone qualunquista della politica che gronda soldi». Può darsi che nel suo partito, dove si versa una buona quota degli emolumenti consiliari, questa sia la linea ufficiale. Per fortuna c'è chi anche lì chi ha dissentito da tempo e con forza: Paolo Pisu, rara avis messa in minoranza in aula, è l'eccezione che purtroppo conferma una pessima regola.

A parte questo, c'è da restare sospettosi per alcune fra le prime reazioni. Di appoggio da parte di alcuni gruppi, con riserve molto discutibili di altri. Il diessino Orrù ricorda che bisogna andarci piano perché bisogna assicurare un'equilibrata rappresentanza dei territori in Consiglio. Che discorso è? Siccome si sono fatte quattro nuove province ridicole, rendendo la Sardegna uno zimbello nazionale, occorre che tutte abbiano adeguata presenza nell'assemblea. Anche perché in territori con elettorato ristretto, gli onorevoli in carica hanno maggiori possibilità di rielezione: naturalmente se le poltrone non si riducono. Con questa logica, sarebbe corretto ripristinare tutte le comunità montane (anche quelle sotto il livello del mare), i consorzi e gli enti inutili e parassitari: producevano, oltre costi proibitivi e scandalose prebende per volontà dei partiti contro quella dei cittadini, un mucchio di poltrone e poltroncine rimpiante con echi di straziante sofferenza per i privilegi perduti.

Alle corte, al Consiglio che si autoriduce entro questa legislatura, tagliando 25 dei posti che lascerebbero altrettanti orfani tra gli uscenti nella prossima, ci crederemo quando lo vedremo. L'istinto di conservazione in politica è più forte che in ogni altro campo: i fatti lo dimostrano. Si vedrà presto se sarà così anche stavolta e se l'iniziativa di Rifondazione, pur lodevole, è solo un ballon d'essai che non sarà sostenuto e verrà insabbiato. Rischioso, perché la questione è al centro del dibattito nazionale. È possibile che il Parlamento si autoriduca entro qualche anno. Il Consiglio può restare al palo? Certo che può, e magari vuole nella maggioranza degli eletti e degli aspiranti. Perciò il colpo battuto è solo un primo segnale: utile se ne seguiranno altri e decisivi. Altrimenti sarà l'ennesima sceneggiata e un'offensiva presa per i fondelli dei sardi.


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