l'altra voce.net


lunedì 2 luglio 2007

Interventi.

Il fuoco contro il fuoco, un'arma in più
per combattere gli incendi estivi
assieme a educazione e cura delle campagne

di Giuseppe Delogu*

La recente ondata di caldo che ha colpito il sud Italia ed in parte anche la Sardegna ha inaugurato, com'è consuetudine, la lunga stagione degli incendi boschivi. In soli tre giorni, oltre mille incendi sono stati contabilizzati tra la Sicilia, la Calabria ed in parte la Sardegna. Un film già visto, la cui sequenze ci accompagneranno per i prossimi mesi, con il solito grande clamore che spesso associa questo fenomeno - naturale ma generato dai comportamenti umani - al panico ed alle isterie collettive degli “aerei che arrivano in ritardo“, dei “complotti piromanici” etc.

Vorrei tentare di presentare - dal punto di vista dell'operatore diretto, di chi tutti i giorni opera a capo di una struttura regionale che ha bene in mente il primario obiettivo del contrasto al fuoco nemico e della difesa dell'incolumità umana - un approccio razionale e culturalmente corretto al problema degli incendi.

Primo. In tutto il mondo (non solo occidentale) si sta radicando il convincimento che non può essere inseguito il trend dell'aumento degli incendi forzando la crescita esponenziale dei mezzi e delle tecnologie di attacco al fuoco: oltre una certa soglia di giornate a forte rischio, a nulla vale la migliore flotta aerea, per quanto ben coordinata.

Occorre invece tendere all'obiettivo di ridurre il numero degli incendi che si sviluppano.

Il fuoco diventa incendio selvaggio (estate 2003 in Spagna e Portogallo) quando incontra campagne e foreste abbandonate, invase da biomasse secche in eccesso rispetto alla capacità di raccolta (per il pascolo o per le utilizzazioni forestali).

Il problema degli incendi è - oggi che l'uso del suolo è tendenzialmente non di prelievo ma di accumulo - la crescita esponenziale ed il controllo delle biomasse secche. Le prescrizioni regionali antincendio obbligano ad azioni di riduzione della biomassa (fieno secco nelle pertinenze stradali e all'intorno delle abitazioni di campagna), ma questo è ancora poco rispetto per esempio a quello che si realizza in Corsica, dove vige l'obbligo sistematico del debroussaillement legal cioè dell'eliminazione della totalità degli arbusti e delle erbe secche in un raggio di almeno 50 metri dalle pertinenze delle case, per metterle in sicurezza.

Mi piacerebbe che tale obbligo, anziché in prescrizioni annuali, fosse contenuto all'interno di norme urbanistiche regionali tese a tutelare, insieme all'ambiente, anche la vita umana, così come il divieto o la limitazione alle costruzioni in agro ed in bosco che oggettivamente aggravano il rischio degli incendi rispetto all'incolumità umana.

Secondo. Lo spegnimento degli incendi richiede una grande conoscenza teorica del fuoco nelle sue manifestazioni fisico-chimiche, in rapporto alle morfologie del terreno, alla dinamica della vegetazione etc. Ma soprattutto occorre che sul fuoco intervengano operatori esperti in pratica, che conoscano il reale comportamento del fuoco e che ne sappiano prevedere l'evoluzione: occorrono cioè dei professionisti che sappiano coniugare i saperi del passato (la conoscenza e la “manipolazione” del fuoco da parte dell'uomo di campagna) con le conoscenze scientifiche di oggi.

Per questo, il Corpo Forestale e di Vigilanza ambientale della Regione Sardegna è da tempo partner applicativo del grande progetto internazionale chiamato “Fire Paradox”, cioè quel progetto in cui si analizza il paradosso del fuoco come strumento per prevenire gli incendi.

Come?

Mentre in tutta Europa si adotta ormai abitualmente - anche nella gestione dei siti naturalistici, per mantenere un certo equilibrio ecologico - il fuoco “prescritto”, cioè il fuoco invernale non solo controllato ma anche guidato secondo esigenze di migliore tutela del suolo e della vegetazione, in Italia si stenta ad adottare questa tecnica, salvo alcune piccole prove svolte a livello universitario in Piemonte.

In Sardegna da alcuni mesi sono state attivate a cura del CFVA delle particelle sperimentali di fuoco prescritto in pinete litoranee, per regolare e ridurre (senza danni per il bosco) la lettiera degli aghi di pino che d'estate rischia di alimentare giganteschi fuochi di chioma.

La sperimentazione sul fuoco prescritto consente di esercitare un importante training per gli operatori rispetto all'uso del controfuoco (si torna a su connottu!) negli incendi in cui le tecnologie diventano impotenti. Beninteso, il controfuoco non risolve l'incendio, ma se ben condotto, aiuta a modificarne il comportamento e ad estinguerlo. È la tecnica omeopatica (fuoco-contro-fuoco) che può risolvere molte situazioni di rischio.

Terzo. Solo da un cambiamento dei comportamenti si può incidere sulla riduzione del numero degli incendi. Spesso la causa rilevata dai nostri investigatori dei Nuclei di indagine antincendio è da riscontrare nella incapacità di uso del fuoco o di attrezzi che generano fuoco da parte di persone (semplificando possiamo definirli cittadini e non gente di campagna) che non valutano affatto il rischio del fuoco.

Non mi stancherò mai di chiamare all'attenzione ogni nostra azione, la più banale, dalla sigaretta dimenticata alla smerigliatrice/saldatrice, alle mietitrebbia che impattano il ferro contro le pietre, alle linee elettriche occasionali e mal gestite in campagna etc. come frequente causa di incendio. Da evitare. Da capire. Da reprimere. Nel nome dell'interesse generale alla sicurezza pubblica ed alla tutela dell'ambiente: ogni tanto, quando parliamo di incendi, non lamentiamoci soltanto dei “ritardi degli aerei”, ma guardiamo anche ai nostri quotidiani comportamenti.

(* comandante del Corpo Forestale e di Vigilanza ambientale della Regione Sardegna)


Google
 


© 2007 Nesos Editoriale Indipendente srl - Cagliari