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giovedì 28 giugno 2007

Via le donne anche nella patria di Eleonora
Politica unisex, democrazia dimezzata
se i maschi-padroni pilotano le candidature

di Eugenia Tognotti

Neppure il modello Sarkozy (senza parlare, naturalmente, del “rosso” Zapatero) ha fatto proseliti nei litorali della Gallura e nella pianura del Campidano. Sono rigorosamente unisex - come si è visto e letto - le giunte di Olbia e di Oristano: come se, per qualche maligno sortilegio, il genere femminile fosse scomparso da quelle città, azzerato, cancellato; o che difettasse, malauguratamente, in quelle due realtà urbane, la preziosa risorsa sociale, politica e culturale - che conosciamo bene - di tante energie, capacità e intelligenze femminili.

Così, semmai ce ne fosse ancora bisogno, le immagini pubblicate dai quotidiani sardi - con gli assessori in fila, tutti uomini - hanno offerto una rappresentazione visiva del difetto di democrazia paritaria, della drammatica marginalità delle donne nei luoghi della decisione politica, della scandalosa anomalia di una classe politica al maschile. E pensare che il sindaco di Oristano è una donna. Le cui prime dichiarazioni a caldo - se i giornali hanno riportato fedelmente le parole dopo il varo della giunta - non hanno tradito neppure un piccolo cruccio per aver dovuto rinunciare all'apporto di idee, fantasia, passione di altre donne nell'amministrazione della città.

E sì che Oristano è la patria della grande giudicessa Eleonora, che riuscì a conciliare - come diremmo oggi - diversi e impegnativi “ruoli” - sovrana, moglie, madre, combattente e legislatrice. Come cantano i poeti popolari nei loro, in verità non eccelsi, versi: «La tua destra sì prode nell'armi / il destino d'un popolo regge / nel sapiente voler d'una legge / il diritto s'intese parlar). Lo fece così bene, si sa, da legare il suo nome, alla fine del XIV secolo, alla famosa “Carta de Logu”, un corpo di leggi scritte che ha rappresentato un punto di riferimento per quattro secoli.

E tuttavia, non è ai sindaci - o solo ai sindaci- che si deve attribuire l'intera responsabilità di non aver inserito neppure una donna in giunta: di certo hanno dovuto fare i conti con i partiti che li hanno sostenuti, con lobby di influenza, condizionamenti incrociati, sbarramenti e arcani equilibri tra correnti che portano in genere a sacrificare le donne, ammesso che sia stata presa in considerazione l'ipotesi di cooptarne qualcuna.

Del resto il caso di Olbia e di Oristano riflette, a livello locale, il più generale problema della drammatica sottorappresentazione delle donne dalle sedi delle decisioni politiche. Cosa che rimanda, appunto, al nodo delle classi dirigenti politiche e dei partiti, o meglio dei loro apparati, che detengono i poteri di investitura e dove gli uomini hanno in genere una schiacciante superiorità numerica e un'enorme capacità - sfortunatamente ignota alle donne - di “fare squadra”. Non per niente il nostro paese è agli ultimi posti al mondo per numero di donne parlamentari, nella retroguardia dell'Europa latina e mediterranea, e in prossimità di alcuni paesi dell'Africa nera.

D'altra parte questa sciagurata legge elettorale ha ulteriormente spostato nelle segreterie dei partiti - dove le donne sono in assoluta minoranza - il potere di scelta: in assoluta minoranza nelle liste le posizioni “sicure” per le donne, cui era evidentemente attribuito uno scarso appeal elettorale. Scarsissima la “visibilità” di donne politiche nella campagna elettorale, e quindi anche di modelli femminili per le giovani donne. A dominare nei salotti televisivi è stato, ed è, il (trasversale) egocentrismo narcisistico dei leaders, cosa che crea un corto circuito con i giornali che, da parte loro, intervistano e danno conto quasi esclusivamente delle prese di posizione - ancorché non memorabili - dei soliti noti, da Berlusconi a Fassino, da Rutelli a Casini, da Fini a Pecoraro Scanio, da Mastella a Diliberto a Di Pietro.

La marginalità femminile nel nostro paese - si sa - non riguarda solo la politica ma tutte le sedi decisionali, le professioni, le aziende, la pubblica amministrazione. Ma per cambiare, forse, occorre cominciare proprio dalla politica, privata di un patrimonio di valori, competenze ed idee che le donne potrebbero portare nelle istituzioni, un nuovo personale politico e una nuova linfa rigeneratrice. Che farebbe molto bene anche qui da noi, in Sardegna, per restare al di qua del mare. C'è da dubitare però che la strada giusta sia quella del modello Soru, cioè quello della “selezione” e della scelta ancora una volta e come sempre in mani maschili che, in splendida solitudine, possono conferire l'investitura, ma anche toglierla, come i grandi feudatari medievali.


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