mercoledì 27 giugno 2007
di Sergio Ravaioli
Credo che il Festival dell'Architettura (FestArch) in programma in Sardegna dal 29 giungo al 2 luglio sia, come tutti gli eventi culturali, una buona cosa. Evento culturale, sia ben chiaro, e quindi sgombriamo il campo da enfasi degne di altro pulpito.
Il primo in Italia! Informo i molti che non lo sanno, che dal 1959 ad oggi l'Istituto Nazionale di Architettura ha organizzato oltre mille eventi sulla materia, alcuni dei quali avrebbero anche potuto essere battezzati festival. Solo che la maggior parte di questi 50 anni sono stati vissuti in epoca preMediaset ed allora gli eventi culturali si chiamavano dibattiti, tavole rotonde, conferenze, mostre.
Ma veniamo ai festival. C'è in effetti una differenza importante tra il festival dell'architettura e gli altri: al festival del cinema si vede il cinema, a quello della musica si ascolta la musica, a quello della birra si beve la birra. A quello dell'architettura non si fa, non si vede, non si consuma architettura: se ne può solamente parlare. L'architettura, come diceva un certo Bruno Zevi, è spazio interno: quindi per viverla ci devi entrare dentro. Per fortuna (… o per disgrazia?) delle tante nostre città d'arte, piene di turisti che non si accontentano di vederne le rappresentazioni, ma vogliono entrarci dentro.
Ciò puntualizzato, ben venga il festival di Cagliari ed Alghero: oltre ai dibattiti e workshop certamente stimolanti e culturalmente ricchi, serviranno anche ad informare i concittadini, amministratori compresi, poco abituati a girare per l'Europa, che la grande architettura, o anche semplicemente l'architettura intesa come qualcosa in più dell'edilizia, in molte parti d'Europa si riesce a fare.
Quando dico fare Architettura mi riferisco all'architettura di pietra, quella nella quale è possibile entrarci dentro, non quella alla Piranesi il quale, non per caso, è noto come pittore, incisore acquafortista e non come architetto (lo era e cercò anche di farlo, senza riuscirci).
Come mai da noi gli architetti sono costretti ad emulare Piranesi, limitandosi a disegnare architetture fantastiche e partecipare a dibattiti vari, oppure ad emigrare, come da secoli avviene, per fare grande architettura laddove il potere politico lo consente?
Buttiamola in politica e trattiamo appunto di questo aspetto.
Tra le molte possibili argomentazioni ne scelgo due.
Primo: in una Regione (ed in un Paese) dove il sistema di qualità è sotto i piedi in tutte le sue espressioni, perché mai l'architettura dovrebbe essere buona? Siamo gli ultimi in quanto a sistema di istruzione, tra gli ultimi per il funzionamento della giustizia, riusciamo a fare una legge sulla continuità territoriale che ci fa costare più andare a Roma o Milano che a Barcellona o a Londra, etc., etc. Ma che possiamo pretendere dall'architettura?
Seconda, e più complessa, argomentazione: i rapporti tra architetto e politica.
È stato già detto che l'architettura la fa il principe: l'architetto è lo strumento, quasi la matita, in mano al principe. Sul rapporto tra intellettuali e potere sono state scritte intere biblioteche, ma quello tra architetto e potere è una sottocategoria con particolarità tutte sue. Mentre a Giacomo Leopardi basta infatti una matita ed una siepe per scrivere l'Infinito, a Tolouse Lautrec un ristoratore che scambi quadri per pasti, l'architetto non può fare a meno di un rapporto forte con il principe. E di un principe forte!
Costruire una grande opera è infatti operazione complessa che presuppone non solamente l'atto creativo della concezione volumetrica e del suo rapporto con il contesto. Arrivare a costruire un'opera vuol dire anche burocrazia, finanza, consenso, tecnologia, organizzazione, un po' di fortuna e, dulcis in fundo, determinazione e continuità di governo.
Il cantiere di una grande opera dura anni ed anni: chi pretende di vedere i risultati entro il proprio mandato amministrativo, difficilmente andrà oltre il progetto preliminare e la fase autorizzativa.
Quando dico principe utilizzo una metafora (un eponimo) per intendere la struttura di governo, che non necessariamente deve essere una monarchia. L'opera architettonica più coraggiosa di tutti i tempi, la cupola del Duomo di Firenze, seppure inaugurata nel 1436 da Cosimo de' Medici, fu commissionata sedici anni prima a Filippo Brunelleschi, in seguito a pubblico concorso, dall'Opera del Duomo, un'istituzione laica formata da amministratori, artisti e operai nella Firenze repubblicana (senza per questo essere un buon esempio di democrazia).
La grande architettura è la rappresentazione della struttura di governo di una società in fase espansiva, che sente il bisogno, il piacere, di rappresentarsi nella forma e con i materiali più stabili nel tempo, e per questo organizza, indirizza le sue risorse verso la costruzione di una grande cattedrale, della Rathouse, della Grand Arche, del Parco della musica.
Mi auguro anche verso la costruzione del Bètile: da entrarci dentro, però! Non solamente da ammirare nelle illustrazioni, alla Piranesi.
Ne riparliamo tra sedici anni?
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