martedì 26 giugno 2007
di Andrea Pusceddu
Nell'ultima puntata di quella fiction chiamata Partito democratico, uno degli eroi positivi decide di scendere in campo per il bene comune, e prendere le redini della flebile corrente progressista italiana.
L'idea è che possa sollevare ascolti e consenso per un programma che nell'ultimo anno non è che mieta tanti consensi.
Tutto bene, se non fosse per la cronica imperizia dimostrata dagli inaccorti sceneggiatori che da tempo lavorano alla trama di questa transizione, che per ora sembra più una transumanza.
Walter Veltroni è intelligente, piace a sinistra ed è rispettato dalla destra. È amato dai laici ma dialoga - inevitabilmente per chi ha un posto di potere a Roma - con prelati e porporati.
È uomo di cultura, sia classica che pop, è carismatico, si è distinto per molte iniziative a favore del terzo mondo.
Ha scritto diversi libri, e sentendolo parlare è chiaro che addirittura ne legge qualcuno.
Ha solo cinquantacinque anni, e pazienza se nel resto d'Europa i leader politici a quell'età già pensano ad una villa in campagna ed ai nipotini: qui in Italia, è praticamente un bimbetto.
Il sindaco di Roma si è opportunamente ritirato dalla politica attiva - aggettivo che oggigiorno è sinonimo di urlata - facendo bene e seriamente il suo mestiere di primo cittadino.
La sua, adesso, è una faccia pulita, mentre gli altri nomi di punta dei Ds sono usciti con le ossa rotte dagli intrecci tra politica e finanza, dai tentennamenti dell'azione di governo, dal logorante e quotidiano confronto-scontro con una opposizione a mano armata, che colpisce sotto la cintola senza il minimo scrupolo.
Veltroni è, in una parola sola, proprio quello che ci vorrebbe come leader di un partito dalla sensibilità ancora incognita come il Pd.
E allora? Di cosa ci lamentiamo? Cosa c'è che non va?
Quello che non va è che, anche nel fare scelte giuste, si è dimostrato ancora una volta come il Pd sia una creatura nata in provetta, una testa che non ha un cuore, un vertice che non pensa alla base.
La procreazione ci sarà, o almeno così sembra.
Manca, ora come sempre, l'atto d'amore.
Il Partito democratico punta - sono parole dello stesso Veltroni - ad avere il 35% alle prossime politiche. Si tratta, occhio e croce, di raccogliere di una quindicina di milioni di voti.
Quindici milioni di voti vogliono dire quindici milioni di teste, e quindici milioni di cuori, quindici milioni di vorrei da tenere in considerazione.
Ed invece, sino ad ora, quello del Partito democratico è stato un doppio misto tra funzionari Ds ed i pari grado della Margherita, con Prodi a bordo campo che sorveglia il tutto. Ne è venuto fuori il cosiddetto comitato di saggi, composto seguendo i bilanciamenti stechiometrici del più antico dei manuali Cencelli. Due a te, due a me, uno a lui.
Il risultato, tanto triste quanto prevedibile, è un'arida lista di quarantacinque nomi. Tra questi, appena due o tre sono di persone con meno di cinquanta anni, e mentre nessuno sta sotto quaranta. Per essere il partito del futuro, assomiglia parecchio alla Prima Repubblica, ma non sorprendiamocene: le persone sono ancora praticamente quelle.
Comunque sia, quanto possono essere rappresentativi questi quarantacinque nomi, belli o brutti che siano, delle sensibilità di quindici milioni di persone?
Poco, probabilmente, se come in questo caso si sta fondando un nuovo partito da zero, da un foglio bianco.
Nulla, se di questo partito manca persino una carta di identità su cui poter scrivere peso, altezza e segni caratteristici.
Lo stesso è avvenuto per la scelta di Veltroni.
Fassino avanza il nome di Veltroni. Veltroni telefona a Rutelli ed incontra Francheschini. Veltroni accetterà l'incarico, Francheschini sarà il vice.
Signore e signori buonanotte, e vai con l'inno. Fine delle trasmissioni.
I quindici milioni di persone saranno, come al solito, soldatini di carta armati di matita copiativa, carne per elezioni, funzionale alla sola durata del weekend elettorale.
Ancora una volta, quelli che in Italia sperano che il futuro non svolti a destra, si troveranno a dover scegliere tra la zuppa ed il panbagnato, a sottoscrivere di fatto una scelta presa da pochissimi in nome di tutti.
La zuppa stavolta non è male, poteva venire molto peggio.
Però ci sarebbe piaciuto discuterne la ricetta tutti insieme.
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