sabato 23 giugno 2007
Interventi.
di Giorgio Cossu
Il bilancio povero di risultati del governo regionale, con crisi e tensioni improvvise, il vuoto di novità e le spaccature create da una gestione chiusa e mediocre della nascita del PD, il voto che ribalta tendenze favorevoli e legato ai fronti aperti dalla gestione sempre più verticistica e chiusa di Soru: non possono essere messi fra parentesi, assolti attribuendo il voto a qualche errore, alla questione costiera come reazione ai giusti vincoli del piano paesaggistico o persino agli speculatori e a difesa di un turismo da rapina.
La questione morale sta anche nella correttezza dell'analisi e non nell'ipocrisia del meno peggio e di Annibale alle porte. Non è divisa in due l'Italia, non lo è la Sardegna. Gli elettori vengono influenzati e indotti dal populismo, ma giudicano anche per risultati reali. La violenza di una destra aggressiva e priva di proposte, la modestia e le divisioni del governo Prodi non spiegano il tracollo sardo. Nessuna analogia con Prodi. Ma seria autocritica per affermare riforme e trovare consensi.
Alla radice la politica e i metodi di Soru e l'incapacità di proposta dei gruppi di potere che hanno occupato partiti di onesta tradizione civile e democratica. Gruppi che hanno usato populismo, cooptazioni ed esclusioni per conservare il potere. Partiti chiusi che hanno cooptato Soru, non frutto di selezione culturale e politica, pronto a usare i metodi padronali e visioni improvvisate. Non c'è nessun vero tradimento, era tutto chiaro: una direzione regressiva, visione elementare, improvvisata e velleitaria, metodi di cooptazione e autoritari, chiusure tetragone, assenza di verifiche, metodi da commissario, assenza di spazi di autonomia e dialogo.
Liquidata la questione Soru come direzione estranea al riformismo, occorre tagliare la strada alla ritirata dei Cabras e dei Soro, riprendere proposte di riforma fuori dal populismo ipersardista, da velleità, dai gruppi chiusi, dalle bandiere e dal moralismo, da pretesi nemici e assenza di strategia, cioè di soluzioni collegate, progetti di sistema, riforme come innovazioni.
Molti manifestano imbarazzo, correzioni e critiche al metodo e alle scelte di Soru. Ci sono i pentiti, e i dubbiosi, ma ricompare la tesi del meno peggio, la questione costiera o i votanti cattivi e speculatori. Pubusa chiede che cosa abbiamo fatto di male. Non solo si sa cosa è stato fatto di male quando si è accettata la cooptazione del nuovo, quando si inventano gruppi sul campo, nel segno di un etnocentrismo apolitico, salvo - da provinciale - imporre commissari e tecnici esterni, del centralismo autoritario.
Quando la cultura si riduce a bandiera, si miscelano idee elementari e velleità, un pizzico di ricerca e identità, si passa per riforma il rigore, non si ha un'idea del rapporto tra pubblico e mercato, si traduce nel primato della politica per via dell'uso del potere di decidere. La politica non vede i nessi tra economia e istituzioni per imporsi, non ha nuovi metodi di intervento, pluralismo e classe dirigente.
Quando ricompare quella società civile in spe con amici, padrini e pronta a schierarsi non per proposte, per allargare, ma con, contro, per esserci ed escludere. Ricompaiono come i funghi, pronti e illusi come i volontari delle guerre, ingenui, moralisti e gli stessi. Uno spettacolo triste e populistico di scarsi contenuti e in una direzione regressiva culturale, politica e democratica. Deboli, improvvisati, donnine e zie intesi non a discutere ma a proclamare novità facili, giovanotti in attesa e riciclati privi di dubbi.
Quando non si sono aperti spazi comuni di confronto e di alternativa ai gruppi ristretti che hanno escluso voci e eroso il consenso con politiche deboli e improvvisate.
Quando si crea un clima populistico, inteso a diminuire le deleghe, ad accentrare decisioni, si rafforza il potere con cooptazioni, riducendo gli spazi di autonomia e ogni spazio di reale confronto. Quando non si dà conto delle scelte. Si giustifica tutto con i fini buoni, o col meno peggio.
«Meno deleghe e più decisioni», dice Soru della mediocre legge statutaria: come i re. Per gestire lo sviluppo era necessario uno statuto con più istituzioni, come in altri statuti autonomi e nella struttura delle altre regioni normali e avanzate, dalle Baleari all'Emilia.
È grave e pericoloso il costume di giustificare per assonanza di qualche obiettivo, o azioni parziali ed eccessive, minimizzare errori, e nel contempo inventarsi nemici, con eccessi di linguaggi, con moralismo obliquo.
La tesi di Spissu sul voto amministrativo è esemplare per eccessi. In difesa del Piano territoriale e paesaggistico non solo attribuisce agli elettori intenti speculativi, che è già improprio, trascende e indica il turismo come «possesso totalizzante ed oppressivo di un'industria turistica pirata, … appetiti dei nuovi pirati e nuovi barbari … razzia di qualità e identità, … mangiarsi il territorio con voracità incontrollata, … per distruggerlo». Scrive questo dopo aver chiesto di riflettere e serietà.
Intanto non è un piano territoriale, che è previsto dalla legge 33, come esistono in Spagna. Un piano indifferenziato che non distingue tra diverse funzioni e gerarchie, e quindi esagerato nelle forme e nella sostanza, con atti arbitrari (denunciati da Dessì), che unisce eccesso di autoritarismo con assenza di piani per il territorio e per il turismo. Un piano che sta portando il territorio in mani non produttive, a sterilizzarlo come possibile bene pubblico, accessibile e fruibile, fattore di crescita, per darlo all'uso privato.
Definire il turismo pirata è ben grave, i turisti esterni sono ricercati anche da questa Giunta che spende 43 milioni per la promozione, quattro volte altri. L'attività economica dell'industria turistica usa più ambiente di altre, ma produce più reddito, più indotto e più occupazione, si esercita nell'ambito di regole e piani se si fanno, è meno dannosa delle seconde case che hanno occupato le coste in assenza di piani turistici e territoriali. Se regolata, l'attività può rendere più attraente e migliorare la qualità pubblica del territorio: per render fruibili le coste si spenderà forse 1-2 milioni, 1/30 dell'Andalusia.
Tutte le attività economiche usano l'ambiente e nessuna può essere definita di rapina. Tutte le attività economiche prive di un progetto ampio possono creare danni, specie nell'uso del territorio, per questo occorre non porre solo dei vincoli pesanti - con il risultato di privatizzare il territorio migliore, che è negazione dell'interesse pubblico, della natura di bene pubblico accessibile, fruibile, e se oggetto di piani seri, capace di creare reddito e occupazione - ma piani di zona di recupero e di rinnovo.
In sistemi complessi, atti parziali ed eccessi portano fuori strada. L'economia e la politica non sono campo di facile moralismo e di populismo e retorica, un terreno su cui alimentare divisioni, confusione utile a dividere e mantenere le stesse oligarchie. È bene che non si crei altra confusione con soluzioni come il nuovo Sarkozy, il leader o un giovane o una donna, schermi come primarie senza selezione aperta o quote. Una crisi profonda - culturale e politica - va risolta non con belletti ma sul terreno culturale del confronto, della concretezza strategica e del consenso reale, con allargamento di istituzioni e di articolazioni democratiche, oltre la crisi strutturale dei partiti, restituendo alla politica aperta il ruolo di opzioni e scelta tra soluzioni valide.
Ancora più chiaro è cosa fare oggi, per costruire una alternativa di riforme progressiste. Chi e come, chi può e intende contribuire ad attuare riforme, con discussione razionale e democratica. Non si può lasciare il campo ai vecchi gruppi, in cerca di un altro elettorato. Per assumere le responsabilità in pieno, subito, evitando il ruolo degli sconfitti nobili, mettendo in conto errori e sconfitte, ma aprendo il dibattito a tutto campo, senza la scissione tra bandiere e soluzioni condivise, scelte locali e un altrove migliore, anteporre soluzioni al metodo di confronto pragmatico per ritrovare un consenso non populistico, apertura per rifondare.
Non basta la proposta tecnica di soluzioni parziali efficienti, fatta da Pigliaru, non l'idea di integrare e correggere diffusa da Macciotta fino ai neodorotei alla Francesco Sanna. La questione implica una scelta sulla funzione delle istituzioni e dei beni pubblici rispetto al mercato, non fondati sulla spesa ma su innovazioni.
Non esiste un progetto per l'industria, subita come retaggio, non per le zone interne, non per i comparti agricoli e alimentari, si è fermata la ricerca su due direzioni senza collegarla a realtà, una sola per il vino, tutte calate e controllate dall'alto, negando tutti gli altri spazi di innovazione, come ai centri tecnologici universitari, per carenza di concezione del ruolo, ma con velleità autoritaria.
Il piano per il turismo - l'araba fenice - è stato nascosto e non approvato da Soru, non contiene che vaghe indicazioni, ma serve per ottenere fondi dalla CE, è serio, è morale, che rigore sarebbe non produrre risultati. In nome di velleità come il paesaggio e l'identità, di pastrocchi come il turismo diffuso, che rischia di dare effetti solo sui prezzi locali.
Il giurista non si può allora scindere dal cittadino e dall'obbligo morale di fare i conti economici e sociali delle scelte. Un incontro di competenze. Non può scindere il ruolo locale dalla politica nazionale. Comprendere che la divisione su obiettivi e bandiere è di ostacolo alla ricerca di un confronto sui problemi reali su cui incidere. Accettare il pluralismo e l'incontro convergente e razionale sui percorsi e sui metodi, per affrontare con disegni sostenuti da consenso le urgenze, disegnare una fase costituente dentro una prospettiva di nuovo rapporto tra società e politica.
È difficile capire perché nel '47 partiti con ideologie diverse, in rottura sul governo, abbiano saputo costruire un consapevole ed avanzato testo di regole di stato moderno, mentre in questo momento di difficoltà chi deve prendersi carico di fare un cammino comune, trova tutti i modi per dividersi: non sull'oggi ma sul domani, non sul cosa fare qui ed ora, ma su bandiere, su obiettivi vaghi, la sinistra, la sinistra europea, la globalizzazione, i movimenti, che spesso sono solo parole prive di un contenuto più o meno avanzato per le scelte e l'economia ma un alibi del vizio populistico, dei partiti di valori che non si traducono in atti e soluzioni, di opinioni che cercano emozioni e nemici non da battere ma da esorcizzare.
Ora è necessario un metodo aperto e razionale di costruzione comune di una strategia che non antepone obiettivi che dividono ma percorsi, metodi e processi condivisi di apertura e allargamento.
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