venerdì 22 giugno 2007
di Elvira Corona
Uno stato africano grande quasi tre volte l'Italia, con 20 milioni di abitanti per metà bambini, in molti casi rimasti orfani e soli dopo la guerra civile finita nel 1992. Un paese messo in ginocchio da una lunga siccità e - da un estremo all'altro - da catastrofiche inondazioni tra il 1999 e il 2000. Ora in Mozambico si combatte una nuova guerra: contro l'AIDS.
Guerra, cosi la chiama Barbara Hofmann, fondatrice di Asem (Associazione per i bambini del Mozambico). L'AIDS ha dichiarato guerra a quei bambini, perché quando non li colpisce direttamente distrugge la loro famiglia. E spesso i più piccoli rimangono soli, in strada, senza nessuno che si occupi di loro. Sono molti i bambini orfani, senza adulti di riferimento, vittime della povertà e della disgregazione sociale. Vederli girare nelle strade a sniffare il gas delle auto non lasciò indifferente Barbara Hofmann nel 1989, quando capitò a Beira, la seconda città del Mozambico. Allora lavorava per una banca a Ginevra ma decise che il suo lavoro sarebbe cambiato: iniziò a contattare organizzazioni umanitarie e a scrivere progetti di sostegno all'infanzia, da presentare al governo mozambicano.
Ma per gli appelli e l'impegno di una persona sola non c'era attenzione: solo con un'organizzazione alle spalle poteva sperare d'essere ascoltata. Dopo un'esperienza in Brasile, le risposte iniziarono ad arrivare. Lei si era detta: «Il primo che mi propone di lavorare nel mondo della cooperazione sarà quello giusto». La prima proposta arrivò dal Brasile, ma da un indirizzo ormai inutilizzato, e il contatto saltò. Così fu il destino - spiega Hofmann - a portarla in Mozambico. Qui inizia a lavorare per una grossa organizzazione, ma il mondo della cooperazione non è esattamente quello che si immaginava. E oggi nelle storie vissute raccolte in un libro, L'albero del corvo e del gabbiano - scritto con la giornalista Wilma Zanelli, con la prefazione di Giulietto Chiesa, presentato in un incontro a Cagliari - parla anche della cooperazione non buona e di quelli che parlano e non fanno.
Storie malate appese all'albero del corvo e storie guarite dalla forza della speranza, sull'albero del gabbiano. La speranza, andare avanti, lasciarsi alle spalle il passato e le sofferenze per le cose belle che ci possono essere nel futuro. Lavorare per questo ed essere sempre coerenti con se stessi: «Se non condivido gli obiettivi e il modo di agire non riesco a lavorare bene», spiega Barbara Hofmann.
Asem, la sua associazione a sostegno dell'infanzia mozambicana, nasce per questo. Non bastava la voglia di fare qualcosa per gli altri, doveva essere qualcosa che la rendesse davvero soddisfatta. All'attivo di Asem, che ora conta sostenitori sparsi nel mondo, due centri di accoglienza che ospitano 350 bambini, che - ci tiene a sottolineare la fondatrice - non sono degli orfanotrofi, ma dei centri di passaggio, dove possono rifugiarsi i bambini e i ragazzi di strada, in attesa di trovare una famiglia disposta ad accoglierli.
L'associazione ha aperto anche due scuole che accolgono circa 1800 allievi, tra i bambini più poveri, quelli che non possono comprare neanche le matite, e là imparano a leggere e scrivere, e un centro di formazione professionale, dove i più grandi imparano un mestiere. Dalla sua fondazione nel 1991, dall'associazione sono passati circa diecimila bambini. Ma ora si vuole fare un altro passo avanti: aprire un centro dove gli adulti possano imparare a creare progetti di autosviluppo: «Sono ancora troppo poche le persone integrate nel sistema economico del paese».
La fondatrice di Asem è una donna determinata, neanche una grave malattia è riuscita a fermarla. Nel 2001 è stata colpita da una delle forme più gravi di malaria, quella cerebrale: un mese di coma e una riabilitazione durata qualche anno, ma poi di nuovo al lavoro. E anche se i numeri della sua associazione non sono da capogiro, Barbara Hofmann si ritiene soddisfatta: «Anche una persona solo e un piccolo progetto possono migliorare la vita di qualcun altro».
E mentre i potenti del mondo parlano, fanno proclami e dichiarazioni su quanti aiuti dare all'Africa, lei preferisce agire. È convinta che a livello politico non ci sia la volontà di fare veramente qualcosa. Dice a proposito degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, che a molti sembrano irraggiungibili per il 2015: «Se davvero si volesse, quel traguardo sarebbe ancora possibile».
A conclusione dell'incontro, una piccola provocazione. Un semplice gesto, come quello di stringere la mano a qualcuno, potrebbe avere degli effetti rivoluzionari: «Pensate… se tutti avessimo sempre le mani occupate a stringere quelle di qualcun altro, non ci sarebbe più lo spazio materiale per prendere in mano le armi…».
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