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martedì 19 giugno 2007

Interventi.

La cattiva scuola e il futuro dei giovani
Il rilancio dell'istruzione
non può passare dalle solite scorciatoie

di Franco Cabras

Nell'esaminare alcuni aspetti della situazione della scuola in Sardegna non si deve assolutamente trascurare la responsabilità personale e individuale di ogni alunno: ciascuno di noi è artefice, per una parte importante, del proprio destino. Nessuno può permettersi di dimenticare che a scuola si deve studiare, anche se non si può pretendere che tutti gli studenti siano studiosissimi e bravissimi.

Possiamo esigere che chi frequenta la scuola dimostri di studiare e di sapere almeno a livello di sufficienza (effettiva e non fasulla) nella maggior parte delle materie caratterizzanti il corso di studio? Non si può continuare a confondere il diritto allo studio (sacrosanto per tutti, in particolare per i più deboli, che devono essere seguiti ed aiutati più degli altri) con il diritto alla promozione (spettante soltanto ai meritevoli). Oggi, invece, in certe scuole, anche gli studenti gravemente impreparati hanno la certezza della promozione, sia pure con la burletta dei debiti formativi.

Molti studenti approfittano della situazione esistente, senza rendersi conto che stanno facendo del male a se stessi. Altri, invece, sono delle povere vittime: sono quelli che nella loro carriera scolastica hanno incontrato un grande numero di insegnanti buoni. Si tratta di coloro che, per mancanza di forti motivazioni a far bene il proprio mestiere, per quieto vivere, per stanchezza connessa con il doppio o triplo lavoro, per ricerca di facile consenso, per mascherare eventuali carenze formative o didattiche, per non perdere il posto di lavoro, promuovono tutti regalando buoni voti.

Questi ragazzi, in perfetta buona fede, si illudono di essere bravi, pensano di essersi impegnati in maniera soddisfacente e non si accorgono, o se ne accorgono in ritardo, di essere stati ingannati: i professori dalla promozione troppo facile, accompagnata da voti molto alti non meritati, non amano i loro allievi e fanno loro del male. Ovviamente non sostengo che si debbano dare voti bassi: ciascuno deve avere la valutazione che gli spetta, quindi anche quella massima. Ogni docente serio prova piacere nel trasferire quello che sa ai propri allievi ed è felice se essi ottengono voti alti (meritati): una parte del buon raccolto è dovuta al seminatore.

Chi svolge l'attività di insegnante non può e non deve essere cattivo. Se lo è deve essere cacciato dalla scuola. L'insegnante deve essere però giustamente severo, nell'interesse degli allievi, soprattutto di quelli che, non essendo figli di qualcuno che conta, per affermarsi nella vita possono fare affidamento esclusivamente sui propri saperi e, quindi, devono impegnarsi fortemente nello studio. Tutti quelli che sono stati a scuola, di norma, parlano bene degli insegnanti che hanno trasmesso loro qualche cosa di utile per la vita, a prescindere dal fatto che fossero severi o severissimi, mentre non apprezzano o addirittura disprezzano coloro che erano soltanto buoni, nel senso che non trasmettevano né saperi né valori, ma semplicemente regalavano i voti.

Il mio lavoro di professore mi ha consentito di avere una frequente interazione con numerose generazioni di studenti universitari, con i quali ho sempre cercato (non spetta a me esprimere giudizi sui risultati) di avere un rapporto improntato alla severità didattica, accompagnata all'ottimismo (ritengo che si debba evitare con forza che gli studenti diventino vittime del fatalismo imperante e perdano la speranza in un futuro positivo), all'ironia e all'allegria. Sono indulgente nei confronti delle ragazzate e non apprezzo molto i giovani musoni invecchiati anzitempo. Gli studenti, dopo aver studiato, devono divertirsi come tutti i giovani della loro età e compiere anche azioni trasgressive, nei limiti della sana goliardia: chi non fa certe cose da giovane, in seguito si pentirà, ma sarà troppo tardi, perché non avrà più né il tempo né la voglia di farle e gli resterà soltanto l'amarezza di non averle fatte.

I ragazzi sardi non sono certo diversi dai loro coetanei che vivono in qualsiasi altra parte della terra. Lo stesso vale per i loro insegnanti. Dappertutto ci sono alunni studiosi e meritevoli e altri poltroni e ignoranti. Anche tra gli insegnanti, a tutti i livelli, alcuni sono preparati e altri lo sono meno o non lo sono affatto; alcuni sono didatticamente efficaci e altri non sanno trasmettere quello che sanno. Tuttavia, in base alle graduatorie (che vanno comunque interpretate con intelligenza e buon senso), la scuola in Italia non gode certo di buona salute e in Sardegna essa appare più scadente che nel resto d'Italia.

Stando così le cose, non ci si deve stupire se la maggior parte dei posti messi a concorso dalle Facoltà universitarie a numero chiuso più ambite siano appannaggio di studenti non sardi e se gli abbandoni al primo anno di Università raggiungano quasi il 20 per cento degli iscritti. Comunque, non basta prendere atto, per l'ennesima volta, della situazione: è necessario indignarsi e reagire con tempestività ed efficacia al fine di ribaltarla.

In Sardegna, occorre che tutti prendiamo coscienza del fatto che finiranno (forse sono già finite) le doppie pensioni (INPS e INAIL) e le indennità di accompagnamento, che consentono di mantenere nel benessere giovani inoperosi, finirà l'assistenzialismo diffuso e ciascuno sarà chiamato a camminare con le proprie gambe. Verranno aiutati soltanto coloro che effettivamente e senza loro colpe (tra le quali rientrano i comportamenti omissivi) verseranno in stato di bisogno. La nostra Regione potrà mantenere livelli di benessere soddisfacenti solo se noi Sardi sapremo aumentare e migliorare, in maniera molto marcata, i nostri saperi.

Tuttavia, anche una scuola intrisa di tutti i connotati negativi che ho cercato di esporre, riesce a formare un apprezzabile numero di studenti molto bravi, che hanno successo negli studi universitari e nel mondo lavorativo, sia in Italia, sia all'estero. In base alla mia esperienza personale e alle informazioni avute da miei colleghi, almeno il 15 e forse il 20 per cento degli studenti che si laureano nelle Università della Sardegna, fatte purtroppo salve le gravi carenze di cultura generale, conseguono una preparazione specialistica notevolmente più elevata di quella degli studenti bravi di 40 o 50 anni fa.

Si tratta in prevalenza di donne, che si dimostrano più costanti nello studio e più determinate dei loro colleghi maschi nel perseguire in tempi accettabili risultati di buono od ottimo livello. Esse riescono ad organizzare le loro giornate in modo da conciliare gli impegni universitari con quelli casalinghi (riguarda molte di coloro che non risiedono nella sede universitaria) e con le attività tipiche delle ragazze della loro età: innamorarsi, divertirsi, fare sport, eccetera. Evidentemente il merito di tanta bravura, a dimostrazione che la serietà esiste anche in Sardegna, è principalmente dei singoli studenti (femmine e maschi), ma anche delle loro famiglie e degli insegnanti di tutte le scuole che hanno frequentato, dalla materna all'Università.

A questi giovani molto bravi, si contrappone una percentuale altissima e purtroppo crescente di studenti scadenti, non motivati, pigri, alla continua ricerca dei percorsi facili, delle linee di minor resistenza, che tirano a campare ripetendo più volte gli esami e accontentandosi di una promozione purché sia. In molte materie i voti più frequenti sono purtroppo compresi tra 18 e 20 trentesimi e i punteggi di laurea conseguiti da un crescente numero di studenti sono molto bassi. Le posizioni intermedie, che in situazioni normali dovrebbero essere le più affollate, sono invece fortemente sotto rappresentate.

La situazione della scuola in Sardegna può cambiare in meglio? Certamente sì! Tuttavia, per conseguire questo risultato è necessario un notevole impegno di tutti coloro che sono coinvolti nel processo di apprendimento: famiglie (non per caso collocate al primo posto), studenti, insegnanti, dirigenti scolastici, responsabili politici. Tutti devono sentirsi responsabilizzati e responsabili del buon andamento della scuola, senza il facile, ma infruttuoso, scaricabarile.


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