mercoledì 13 giugno 2007
di Nanni Spissu
Allora è finalmente chiaro che l'indulto è stato una follia.
È vero che ha dato una mano ai poveri corruttori, tartassati non dal fisco, ma da una giustizia altrettanto ficcanaso, impicciona e francamente poco elegante. Non si può sporcare così il buon nome di chi si e limitato a truccare qualche piccolo appalto, non si può buttare in pasto alle belve chi si è fatto finanziare la politica, la sua, da qualche capitolo del bilancio dello stato o delle altre istituzioni, chi ha sistemato solo qualche lontano parente o affine, come figli, sorelle e cognati. O chi magari poveretto, si sa, qualche giudice doveva pur corromperlo, per fare un favore a un amico, così caro, amatissimo.
Ma pare che questo indulto, che continua a piacere a tanti (così che a chi scrive viene persino lo scrupolo di non avere coscienza, o magari si scopre il complesso del giustizialista), oltre ad avere avuto i tanti lati positivi sopra descritti, avendo finalmente reso giustizia a suo modo a concussori, corruttori, speculatori, esperti in sommosse e via raccontando, ha avuto anche il pessimo effetto di svuotare le colonie penali.
Da qui l'appello, accorato, del dott. Francesco Massidda, provveditore regionale alle carceri per la Sardegna, affinché vengano recuperati, con una allettante campagna acquisti, 200 detenuti da destinare alle colonie penali della Sardegna, parzialmente svuotate dall'indulto.
La cosa si può vedere, come si diceva con una frase un po' Art Deco, tra il serio e il faceto.
Faceto è più facile. Perché si può immaginare che, invece del solito tam tam di radiocarcere, che sarà pur attivo anche in questo caso, giri per le celle un solenne bando di reclutamento, con tanto di modulo per la presentazione del curriculum, nel quale sia certificato (autocertificato non è il caso, dato l'ambiente) il possesso dei previsti requisiti: sentenza già passata in giudicato, buona condotta e buona salute.
Ora chi di bandi di concorso si intende, potrebbe chiedere se non sarebbe giusto attendersi anche altri requisiti. Perché se l'urgenza è giustificata dal fatto che a causa dell'indulto si rischia il raccolto nelle colonie penali agricole, sarebbe bello magari avere esperienza di campi, frumento, alberi da frutto, allevamento e macchine agricole. Ma siccome le domande «saranno vagliate», questo sarà sarà risolto.
Il requisito della buona condotta si capisce, la vita all'aria aperta è un premio e la buona salute aiuta nei lavori pesanti.
Il paradosso è che nel tanto agognato momento il cui le carceri si svuotano per l'indulto, ci sia una sorta di caccia al detenuto, non a quello oleografico che scappa dal carcere, ma caccia nel senso di reclutamento a fini di evitare un danno alla microeconomia agricola dei tre campi sardi.
Chi potrà scegliere la Sardegna come terra di detenzione? Certo chi sa che Is Arenas non è poi tanto male, se il già ministro della Giustizia Castelli aveva scoperto il vantaggio di una vacanza in quel paradiso, e non potendo lottizzare, almeno c'è andato lui. Gli altri due sembrano avere meno appeal, ma è sempre vita all'aria aperta.
Certo si andrà lontano da casa e questo è un handicap, ma ci può essere rimedio, perché le carceri nazionali sono già piene di gente che sta lontano da casa, tanti extracomunitari che chilometro più, chilometro meno, possono candidarsi al trasferimento. E questi si sa, con tanti altri sfigati, tossici, qualche omicida, qualche pedofilo o violentatore, ladri di galline o di mele, sono la maggioranza. Essendo le carceri notoriamente interdette alle sullodate categorie di corruttori, ladri di stato, concessori e speculatori.
Si può francamente dubitare della possibile candidatura dell'avvocato Previti, che pare impegnato in una serena attività di autocoscienza, oltre che nel perseguire l'obiettivo, ormai, si teme, raggiunto, di non mollare il seggio parlamentare: cosa che è notorio non pare conciliabile con il lavoro agricolo o con la pastorizia nomade.
Ma c'è un risvolto serio, nella questione, molto serio. E ce lo racconta il dottor Massidda. «Il fenomeno [ lo spopolamento della carceri per l'indulto, n.d.r.] rischia di cancellare gli unici tre istituti in Sardegna dove gli ospiti sono avviati ad un reale percorso di riabilitazione sociale, percependo anche uno stipendio: la paga, per un detenuto-pastore o operaio, ammonta ai due terzi del minimo sindacale».
Questo è il nodo vero, è stato più volte riproposto anche di recente, quando il modello della colonia penale, diciamo dell'azienda condotta da persone condannate, viene rappresentato (lo diceva da poco don Cannavera) come l'ideale di un percorso di riabilitazione verso un ritorno alla vita di civile di chi è mancato ai suoi doveri sociali.
Don Cannavera non è mai stanco di dire che l'istituzione carceraria non solo non soddisfa quell'esigenza di reinserimento sociale attraverso il recupero, per una pacifica restituzione del condannato alla vita sociale, ma è un moltiplicatore di pena, perché somma a quella della perdita della libertà, una serie di pene ulteriori, dovute alla struttura stessa della vita carceraria, aggravata spesso dalla condizione generale dei nostri istituti di pena.
Quindi la ricerca va orientata verso altri modelli, in cui la temporanea perdita della libertà si accompagni a un percorso attivo di recupero: e nulla può essere più attivo del lavoro, quando ad esso si somma anche la dignità di una retribuzione.
Non so se il modello della colonia sia l'unico possibile, ed è pur vero che esperienze di lavoro dentro il carcere ce ne sono, ma sono limitate, perché con tutta la buona volontà gli edifici carcerari sono quasi sempre inadeguati ad accogliere attività produttive, anche quando non sono al massimo della loro capienza.
Quindi lo scherzo sui meccanismi di reclutamento non era poi slegato dai risvolti seri della vicenda. Infatti ci si chiede perché questi percorsi privilegiati non possano essere ulteriormente estesi oltre, se i conti non ci ingannano, le circa quattrocento persone destinate alle colonie agricole, a fronte delle 1587 che costituiscono la capienza complessiva delle carceri in Sardegna.
È una domanda apparentemente idiota, ma non troppo: chiede infatti conto del perché non ci sia chiara una linea di tendenza che vada verso quel modello attivo di detenzione, almeno dopo la condanna definitiva, quando la presunzione di innocenza è caduta, in un contesto in cui il carcere preventivo corrisponda strettamente e rigorosamente alle esigenze istruttorie o di sicurezza sociale.
L'adesione, anche personale di chi scrive, a questi orientamenti, non toglie nulla alla convinzione che la pena debba essere certa e che debba essere eseguita, ma in una condizione in cui nessuno può essere privato, con la libertà, anche della sua dignità.
Ma tutti i dubbi sull'indulto restano in piedi, sulla fretta, sulla non esclusione dei condannati per reati odiosi contro lo stato. Li abbiamo già elencati e sono il frutto di accordi condivisi e di scambi di prigionieri.
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