martedì 12 giugno 2007
di Elvira Corona
Raccoglitori di cotone in Uzbekistan, venditori al mercato in Benin, fantini di cammelli in Qatar, pescatori in Ghana. Senza dimenticare i bambini costretti a combattere nei numerosi conflitti africani o nella guerriglia colombiana, o la prostituzione alla quale sono obbligate le bambine (o poco più che tali) provenienti dell'est Europa, o ancora i bambini mandati a mendicare ai nostri semafori. Tante forme di sfruttamento per bambini e bambine in tutto il mondo.
Lo sfruttamento non è tutto uguale: per questo viene condivisa da ILO (Organizzazione Mondiale del Lavoro), UNICEF, Save the Children e altre tra le più importanti organizzazioni in difesa dei minori, una distinzione tra due definizioni anglosassoni, child work e child labour. La prima indica il lavoro minorile lecito, quello che non ha conseguenze necessariamente negative, permette comunque di frequentare la scuola, non mortifica i diritti fondamentali dei bambini e consente allo stesso tempo di svolgere un'attività che aiuta la famiglia a tirare avanti. La seconda invece è l'accezione più negativa, quella che indica lo sfruttamento senza il riconoscimento di nessun tipo di diritto, nega l'accesso all'istruzione e spesso comporta ritmi di lavoro e privazioni della libertà paragonabili alla schiavitù. Contro questo tipo di lavoro oggi viene celebrata in tutto il mondo la sesta Giornata internazionale contro il lavoro minorile.
L'agricoltura, è il settore nel quale si registrano le più alte percentuali di bambini impiegati, circa il 70% del totale: da questo dato nasce la campagna ILO The Future Harvest (il raccolto del futuro), per denunciare il lavoro dei minori nel settore agricolo e allo stesso tempo sensibilizzare al problema. Ma anche l'industria arruola molti piccoli lavoratori.
E proprio alla vigilia della Giornata è giunta la notizia degli sfruttamenti che si stanno verificando in Cina, nei confronti di bambini poco più che dodicenni (l'ILO nella sua Convenzione 138 stabilisce che l'età minima per lavorare è 15 anni), pagati la metà del salario minimo stabilito per legge. Sono stati trovati a lavorare per alcuni fornitori ufficiali di gadget per le Olimpiadi di Pechino 2008. La denuncia arriva da Playfair 2008 Campaign, una coalizione internazionale che raggruppa associazioni, organizzazioni sindacali e non governative, tra le quali Oxfam, Clean Clothes Campaign, Global Unions.
Secondo gli attivisti che hanno anche pubblicato un rapporto intitolato No Medal for the Olympics on Labour Rights (nessuna medaglia olimpionica per i diritti dei lavoratori) si tratta di un giro d'affari di centinaia di milioni di dollari. Per lo più accumulati sulle spalle di piccoli lavoratori (e non solo) impiegati per confezionare tazze, borse e oggetti di cancelleria con il marchio ufficiale delle Olimpiadi, che finiranno nei negozi per turisti occidentali che si recheranno nel paese delle lanterne rosse ad assistere ai giochi olimpici.
Alla base del lavoro minorile è la povertà, una povertà sempre più diffusa, così come la difficoltà o impossibilità di andare a scuola e ricevere un'istruzione adeguata. A volte è difficile stabilire quale sia la causa e quale l'effetto. Con queste premesse risulta facile cadere nella spirale che coinvolge milioni di bambini e bambine. Secondo i dati dell'Organizzazione Mondiale del Lavoro, nel mondo ci sono 317 milioni di bambini economicamente attivi. Di questi, 218 milioni rientrano nella categoria degli sfruttati e 126 milioni di loro sono esposti a lavori rischiosi e alle peggiori forme di abuso.
I bambini e le bambine che lavorano si concentrano per lo più in Asia e nel Pacifico, dove si contano poco più della metà del totale, segue l'Africa Sub-Sahariana che ne conta quasi 50 milioni, mentre in America Latina sono 5,7 milioni. Ma il lavoro minorile riguarda anche bambini e adolescenti di altre regioni, compresi i paesi industrializzati dove circa 13 milioni di bambini lavorano.
Anche in Italia sono migliaia i bambini e gli adolescenti impiegati occasionalmente o in maniera continuativa, collaborando spesso ad imprese a conduzione familiare, o presso terzi. Difficile quantificarli esattamente: i dati Istat si attestano sui 144 mila, altri istituti di ricerca parlano di valori sottostimati affermando che le cifre reali sfiorano i 500mila minori. Particolarmente esposti al rischio di grave sfruttamento lavorativo sono i minori stranieri, soprattutto se giungono in Italia da soli: nel loro caso si va dalle violazioni della normativa sul lavoro a situazioni estreme come la tratta e la riduzione in schiavitù a scopo di prostituzione, accattonaggio, attività illegali.
Secondo Save the Children, si tratta di forme di grave sfruttamento economico e lavorativo rispetto alle quali manca in Italia un adeguato sistema di monitoraggio e idonee misure di prevenzione e tutela per i minori coinvolti. L'Italia, infatti, pur avendo ratificato nel 2000 la Convenzione ILO 182 del 1999 sulle forme peggiori di lavoro minorile, non ha ancora predisposto il piano d'azione in materia, così come stabilito dalla convenzione e dalla raccomandazione 190 ad essa allegata. Il piano d'azione deve individuare e sviluppare strategie in grado di affrontare il problema delle peggiori forme di lavoro minorile, sia per la raccolta e sistematizzazione dei dati sia per la realizzazione di interventi concreti di prevenzione e di contrasto al fenomeno.
Nel mondo, molti bambini lavoratori sono più visibili di altri, come ad esempio i bambini di strada, ma ce ne sono altri, come i lavoratori domestici che sono più nascosti e vulnerabili che spesso si trovano in condizioni di vera e propria schiavitù. Secondo dati Unicef, sono 5 milioni e 700 mila i bambini schiavi in tutto il mondo. Altri bambini e adolescenti risultano invece vittime di situazioni di grave sfruttamento, tra cui la tratta, che - sempre secondo i dati del Fondo delle Nazioni Unite per l'Infanzia - riguarda 1 milione e 200 mila minori.
Rappresenta un fallimento di tutti, sapere che ancora oggi il lavoro minorile è uno dei disagi più forti vissuti da bambini e adolescenti in molti paesi. Nonostante la Convenzione dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza del 1989 sia stata sottoscritta con grande diffusione su scala mondiale, e nonostante tutte le normative nazionali tendano ad eliminare questa forma di sfruttamento, il problema continua ad esistere. Molte aziende coinvolte in questo tipo di sfruttamento cercano di aggirare le legislazioni di paesi - che per fortuna di stanno mostrando più sensibili al problema - magari spostandosi verso quei paesi dove ci sono meno diritti garantiti e meno possibilità di essere tutelati.
Per questo è necessaria una presa di coscienza da parte di tutti. La famosa campagna di boicottaggio nei confronti della Nike fu un successo: la società civile, scegliendo di non acquistare i prodotti del noto marchio di abbigliamento sportivo che utilizzava manodopera infantile nei paesi del sud-est asiatico, è riuscita a far cambiare strategie operative alla multinazionale. Ma non bisogna abbassare la guardia e sempre fondamentale risulta l'informazione, che ci permette di fare delle scelte responsabili anche quando facciamo shopping. Non rendersi involontariamente complici di questo assurdo sistema che permette a grandi aziende di vedere aumentare i propri profitti con il lavoro di piccole braccia sarebbe già qualcosa.
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