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domenica 10 giugno 2007

Interventi.

Una scuola che non è uguale per tutti
abbandona chi ha bisogno di aiuto
Le promozioni inutili conquistate col ricatto

di Franco Cabras

La maggior parte dei problemi della scuola elementare in Sardegna, da me esaminati nell'articolo pubblicato il 4 maggio in questo giornale, si amplificano e si aggravano nella scuola media.

In genere, i professori si lamentano del fatto che la scuola elementare invii loro molti ragazzi senza la preparazione minima necessaria per affrontare con consapevolezza gli studi, per i quali si richiede agli alunni un impegno maggiore rispetto a quello al quale sono stati abituati. Per molti alunni la situazione di distacco tra ciò che dovrebbero sapere e ciò che sanno si aggrava per il fatto che essi non possono partecipare al loro processo di apprendimento nelle stesse condizioni di altri loro coetanei. Infatti, alcuni studenti fanno parte di famiglie con componenti dotati di cultura adeguata e disponibili a seguirli nello studio a casa e ad aiutarli a fare i compiti. Altri, purtroppo sono la maggioranza, non hanno questa fortuna.

Penso che la Pubblica Amministrazione debba provvedere con urgenza a colmare questa lacuna, anche se quel che propongo comporta costi ingenti: nelle scuole elementari, in quelle medie e almeno nel primo biennio delle scuole superiori dovrebbe essere istituito un sistema di tutoraggio, nel quale far operare insegnanti ben pagati, capaci di seguire nello studio gli allievi che non possono avere tale assistenza a casa. In tal modo si eliminano odiosi elementi di differenziazione culturale e sociale e si può chiedere a ogni studente di rendere conto del modo in cui spende i propri talenti, senza consentirgli di invocare giustificazioni che oggi risultano talvolta valide e inattaccabili.

Dopo le medie, si pensa che l'iscrizione ad una determinata scuola superiore sia il frutto di una scelta che, pur tenendo conto della razionalità limitata di tutte le decisioni e delle incertezze connesse con l'adolescenza dei ragazzi, sia motivata da un'aspirazione, un sogno, una tendenza, un obiettivo che si vuole fortemente raggiungere. Purtroppo, questo comportamento riguarda pochissimi.

La gran parte sceglie la scuola in base ad altre motivazioni: si trova nel luogo in cui abito, ci va questo amico o amica, ci sono professori buoni (non nel senso di preparati, ma che promuovono tutti), fanno ogni anno la gita scolastica in tutte le classi, fanno molte assemblee (giorni di vacanza) e molti scioperi, eccetera. Altre volte, la scelta viene fatta per evitare un ostacolo vero o presunto: mi iscrivo al liceo nell'indirizzo tale, non perché mi piaccia particolarmente, ma solo perché non si studia il latino, ovvero si studia meno matematica, eccetera.

I problemi delle scuole superiori sono fortemente influenzati dalla presenza di professori precari, spesso indotti dal bisogno a promuovere anche chi non sa nulla. Voglio spiegarmi bene. Attualmente in Sardegna, in relazione al numero di abitanti, è presente un numero soddisfacente di istituti superiori. Alcuni di essi sono ubicati in centri abbastanza vicini tra loro. Per esempio, capita che in un raggio di circa 40 chilometri siano presenti 4 o 5 scuole superiori del medesimo tipo (liceo o istituto tecnico). Ebbene, non pochi studenti svogliati e impreparati ricattano i professori dicendo loro: dovete promuoverci, altrimenti l'anno prossimo cambieremo scuola e voi perderete il posto di lavoro, o avrete una contrazione di ore, o sarete costretti ad avere due spezzoni di insegnamento in due scuole distanti tra loro.

Di fronte a questa prospettiva alcuni (comunque non pochi) professori, soprattutto quelli economicamente più deboli, per la paura di non poter più disporre dello stipendio che consente di portare a casa il pane e il companatico e di pagare puntualmente i debiti assunti, a prescindere dall'esistenza o meno del ricatto, sono disposti a promuovere anche gli analfabeti. La dimostrazione di quanto affermo risulta da lavori in mio possesso, scritti da persone che hanno conseguito un diploma di maturità, nei quali la lingua italiana viene brutalmente massacrata. Tali professori, se risultasse utile ai loro scopi, promuoverebbero anche i paracarri, i quali hanno comunque il pregio di stare in piedi.

Come possono la scuola, le famiglie, le istituzioni, i contribuenti, accettare certi tutto ciò? Al fine di evitare queste situazioni incresciose, gli insegnanti che hanno solo uno spezzone di cattedra o sarebbero costretti a operare in due scuole distanti, potrebbero essere utilizzati in una sola scuola, ovviamente con congrua retribuzione, nell'attività di tutoraggio alla quale ho accennato in precedenza. In questo modo si potrebbe attenuare il triste fenomeno degli abbandoni e contribuire a far crescere sul serio le conoscenze degli studenti, le cui carenze, soprattutto in termini di cultura generale, sono purtroppo enormi.

Posso riferire un'esperienza personale: ho dato un passaggio in auto a quattro studenti del liceo scientifico (due di seconda e due di terza), che conosco bene e uno dei quali è certamente molto studioso. Ho provato a stimolare la conversazione con qualche domanda.

Oggi è il 5 maggio. Vi suggerisce qualche cosa questa data?

Boh!

Vi guido in altro modo. Vi ricordate: “Ei fu. Siccome immobile… ”?

No.

Chi è il grande personaggio storico che è morto nell'isola atlantica di Sant'Elena il 5 maggio 1821?

Boh!

Li ho sgridati malamente, ma mi sono sentito controbattere che non sapevano rispondere perché queste cose non le avevano mai studiate. Ho scoperto che l'unica poesia che conoscevano a memoria era San Martino (per loro, tuttavia, non si trattava di una poesia di Giosuè Carducci, bensì di una canzone di Fiorello intitolata La nebbia agl'irti colli). È certo che si può vivere bene ed avere successo anche senza sapere queste cose. Ma forse si vive in maniera più consapevole sapendole. O no?

Altra esperienza. Anni or sono mi è capitato di prendere visione degli scrutini finali in una scuola superiore di recente istituzione, nella quale erano state attivate soltanto otto classi, due sezioni (A e B) per ciascuno dei primi quattro anni del corso di studi di durata quinquennale. Ho subito notato che il numero degli iscritti per ciascuna classe era di circa quindici unità e che due o tre allievi per classe si erano ritirati entro il primo trimestre.

Mi è subito venuta in mente una considerazione di un illustrissimo senatore: a pensar male si commette peccato, ma quasi sempre ci si azzecca. Confesso il mio primo cattivo pensiero: si trattava di alunni fasulli fin dall'origine, parenti o amici dei potenziali professori o degli studenti intenzionati a frequentare, invitati ad iscriversi solo per consentire di raddoppiare le sezioni per ogni classe e, di conseguenza, aumentare il numero dei professori.

In una situazione certamente idilliaca rappresentata da classi con non più di 13 alunni, era lecito aspettarsi una valanga di promossi. Invece, nelle sezioni A il numero dei respinti oscillava tra il 40 e il 50 per cento. Al contrario, nelle sezioni B erano tutti promossi, con voti dal 7 in su. Mi sono chiesto: come è possibile che alunni provenienti dalle stesse famiglie, che hanno frequentato le stesse scuole elementari e medie, che sono inseriti nel medesimo ambiente socio culturale, siano scadentissimi nelle sezioni A e siano invece tutti bravissimi nelle sezioni B?

Secondo cattivo pensiero: i professori che insegnavano nelle sezioni B si erano sdebitati nei confronti di chi aveva consentito il raddoppio delle classi. Inoltre, avendo presumibilmente una minore anzianità di servizio dei colleghi delle sezioni A, non potevano utilizzare lo stesso metro di valutazione di questi ultimi per non rischiare la fuga verso altra sede dei clienti, con la conseguenza di perdere, in tutto o in parte, il posto di lavoro.

Non so se si è trattato di due peccati o se ci ho azzeccato.


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