domenica 10 giugno 2007
di Maria Letizia Pruna
La stampa degli ultimi giorni riporta la notizia dell'intenzione del Governo Prodi di modificare la “legge Biagi” attraverso un provvedimento che potrebbe essere varato a fine giugno. Credo esistano pochi altri temi tanto insidiosi da affrontare quanto quello della riforma del mercato del lavoro introdotta qualche anno fa dal secondo Governo Berlusconi. Una riforma che ha sollevato forti polemiche ma anche alimentato grandi aspettative, ha acceso conflitti sociali e istituzionali che non si vedevano da decenni e cancellato molte sicurezze, ma anche prefigurato grandi possibilità di innovazione: in una parola, ha segnato il passaggio alla “modernità” anche per il mercato del lavoro italiano, che sempre fatica ad adeguarsi.
La modernità - liquida o fluida che la si voglia immaginare - è connotata da una ambivalenza insopprimibile, poiché disfa, cambia, sottrae e aggiunge, molto o poco non si capisce, né è sempre chiara la direzione che prende, almeno all'inizio. Ma dopo un po' è impossibile non capire da che parte si sta andando. Questo è il punto in cui ci troviamo: siamo in grado di capire quale direzione ha preso nel nostro paese il processo di modernizzazione del mercato del lavoro e di questo si dovrebbe discutere serenamente.
Le ragioni della difficoltà di discutere della riforma avviata qualche anno fa sono diverse. A cominciare dalla controversa paternità della legge che l'ha definita (legge n. 30/2003, “Delega al Governo in materia di occupazione e mercato del lavoro”, seguita dal decreto legislativo 276/2003 che ne dà attuazione). I più la difendono, alcuni fanno finta di volerla modificare, pochi la contrastano apertamente, chi è in condizioni di cambiarla se ne scusa (i tecnici del ministero, secondo quanto riporta La Repubblica, si premurano di chiarire che le modifiche in corso di elaborazione non produrranno alcuno stravolgimento della legge 30…). Fatto sta che la paternità di questo provvedimento non se l'è voluta assumere nessuno, ed è stata ostinatamente lasciata al prof. Biagi, che non ha potuto accettarla né rifiutarla, perché era stato ucciso un anno prima della sua approvazione.
Attribuire questa legge a Marco Biagi ha voluto rappresentare per alcuni un riconoscimento al suo impegno nella riflessione ed elaborazione della riforma, ma per altri è stato un tentativo (ben riuscito) di blindarne l'attuazione in nome del rispetto al giuslavorista, ucciso proprio per averla voluta. Credo si debba avere l'onestà e la lucidità di dire che l'omicidio di Marco Biagi - atroce e inaccettabile come quello di D'Antona e di tutte le altre vittime del terrorismo - non fa della legge 30 un capolavoro da salvaguardare ad ogni costo, come fosse l'ultima espressione della vita di una persona onesta che non deve essere cancellata.
Nessuno può dire se Biagi avrebbe voluto il provvedimento proprio così, né se oggi si sarebbe adoperato per modificarlo; e comunque il dibattito su un tema centrale come il lavoro deve liberarsi da questo vincolo morale improprio.
La legge 30/2003, che secondo le consuetudini parlamentari si dovrebbe chiamare “Maroni” (dal nome del ministro che l'ha firmata e che avrebbe dovuto riconoscerla come propria, per quanto ispirata al libro bianco sul mercato del lavoro curato da Marco Biagi quasi tre anni prima), ha una serie di gravi limiti che derivano da un approccio alla flessibilità monodimensionale e da una logica di agevolazione unidirezionale.
La riforma introduce infatti un solo tipo di flessibilità, quella numerica, cioè la possibilità per le imprese di ridurre o aumentare il numero di addetti a seconda delle loro esigenze, utilizzando una serie ampia e articolata di contratti a termine. Prevede, nel complesso, una serie di agevolazioni rivolte quasi esclusivamente alle imprese, in modo cumulato, consentendo loro non soltanto il ricorso a forme contrattuali a termine, ma anche un costo del lavoro inferiore a quello “standard”.
La legge 30 è iniqua non perché introduce molta flessibilità nel mercato del lavoro, ma perché la regala alle imprese e ne scarica il costo interamente sui lavoratori. Sulle prime si cumulano i vantaggi (di cui si è detto), sui secondi gli svantaggi: l'instabilità del lavoro e la debolezza delle tutele quasi mai sono compensate da una maggiore autonomia o da una retribuzione più elevata o da migliori prospettive di carriera. Al contrario, si cumulano spesso con altre condizioni sfavorevoli: una diffusa irregolarità (fino a un'assoluta aleatorietà) dei compensi economici, livelli retributivi inferiori, sottoutilizzazione di titoli e competenze, scarsa o nulla possibilità di avanzamento professionale, maggiore esposizione a forme di irregolarità del lavoro, elevata incertezza dei tempi e dell'organizzazione dell'attività, estrema debolezza contrattuale.
È questo stridente squilibrio che andrebbe sanato, facendo pagare un po' di più la flessibilità alle imprese (che possono sceglierla, mentre i lavoratori possono solo subirla) e, per contro, compensando i lavoratori e le lavoratrici flessibili con retribuzioni ben più elevate. Non si tratta dunque di intervenire con “ammortizzatori sociali”, come spesso si dice. La legge 30 va in primo luogo corretta, e in secondo luogo accompagnata da forme di sostegno del reddito e della contribuzione previdenziale e assicurativa commisurate alla flessibilità introdotta.
È senz'altro vero che le nuove forme contrattuali e gli altri tipi di esperienze lavorative introdotte negli ultimi dieci anni (a partire dal 1996, con il “pacchetto Treu”, che ha regolato l'uso delle borse di lavoro, dei tirocinii formativi, dei piani di inserimento professionale) hanno contribuito a sbloccare l'accesso dei giovani al lavoro, a favorire il loro inserimento lavorativo, erodendo la solida contrapposizione tra insider e outsider. Del resto, forme di lavoro tanto agevolate non potevano non sortire questi effetti.
I lavori atipici sono anche riusciti a ridurre le attività completamente in nero svolte dai giovani (o quanto meno la loro incidenza sull'occupazione giovanile), anche se hanno costituito solo in parte canali di accesso al mercato del tutto nuovi, mentre per lo più hanno fornito una nuova veste e più agevoli canali di espansione ai lavori e “lavoretti” occasionali che i giovani hanno sempre fatto.
In sostanza, è corretta la percezione di una maggiore permeabilità del mercato del lavoro che gli stessi giovani esprimono. Diminuiscono infatti coloro che temono la disoccupazione e che devono affrontarla, ma aumentano quelli che sono fortemente preoccupati dalla precarietà del lavoro, anche se non l'hanno ancora sperimentata; perché la flessibilità del lavoro, così come è stata introdotta nel nostro mercato del lavoro, ha assunto un connotato negativo che non possiede di per sé. Questo è il punto che non si può eludere: l'instabilità del lavoro riguarda (e minaccia) non solo il posto di lavoro ma spesso anche il mestiere, il reddito, l'identità sociale e professionale, le relazioni personali, le condizioni familiari; in due parole, l'intera esistenza.
Flessibilità e mobilità non hanno una connotazione di valore in sé, né positiva né negativa: possono arricchire le persone se governate con equità, oppure impoverirle, compromettendo la fiducia nelle istituzioni di cui abbiamo invece un gran bisogno. E se la fiducia dei cittadini pesasse un po' di più della fiducia delle imprese nelle scelte di governo?
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