sabato 9 giugno 2007
di Mimmo Bua
Qualche giorno fa, il premio Nobel Jeremy Rifkin ha provato a spiegare ai politici italiani (che mentre lui spiegava quasi sicuramente avevano la testa altrove) che l'economia basata sul petrolio è al tramonto e che il futuro, già cominciato, sta in un altro modo di produrre e usare l'energia. Non si tratta solo, quindi, di «adeguare le nostre politiche energetiche ai cambiamenti climatici e ambientali», come ha sostenuto Pierferdinando Casini, vanesio presidente della Fondazione Camera dei deputati che ospitava l'incontro.
Marco Ferri ieri ha commentato su Megachip l'intervento di Rifkin e si è visto costretto a mettere nero su bianco che «Casini, come gran parte dei politici italiani, capisce poco o niente» del cambiamento epocale già in atto. Spiegando: «Non capire niente non è un epiteto, ma un semplice fatto». Il fatto è che il ragionamento di Rifkin non è uno dei tanti vacui discorsi sulla “salvaguardia del pianeta”. È un ragionamento scientifico, serio e realistico su un «nuovo modello di sviluppo» che non solo è «ecologicamente e socialmente compatibile», non è solo «possibile» ma - anche se i ciechi non lo vedono - è in atto. Sintetizza efficacemente il titolo dell'articolo di Ferri: “Il nostro è già un altro mondo possibile”.
Ecco perché il “concetto” risulta essere troppo difficile per Casini e i politicanti leader della sua genìa. Ferri la mette giù dura, come va messa: se Casini e tutti gli altri della sua casta (quella che abbraccia e contiene tutte le sigle esistenti) dovessero capirlo, dovrebbero conseguentemente ammettere che la loro funzione politica è finita. “Non solo la sua (di Casini), ma quella dell'intero ceto politico italiano ed europeo», precisa Ferri. Esagera? Non credo proprio, dato che le cose stanno proprio così. Chi ha occhi per vedere, guardi. E chi ha mente per pensare, rifletta.
Le tesi di Rifkin si possono sintetizzare, a colpi d'accetta, come segue.
Ai parlamentari distratti, Rifkin ha spiegato la questione in parole semplici e compensibili a un bambino dotato di un minimo di intelligenza.
Finora - per produrre l'energia necessaria a tenere in piedi l'intero sistema economico mondiale - abbiamo sfruttato petrolio, carbone e uranio; ovvero risorse esauribili, presenti solo in alcuni paesi, quindi fonti di energie che si definiscono “privilegiate” o “esclusive”. Con l'idrogeno e l'utilizzo delle fonti rinnovabili (sole, vento, acqua) è pienamente possibile non solo una trasformazione radicale nel modo di produrre e utilizzare l'energia, ma una vera e propria trasformazione radicale della coscienza umana, della coscienza della specie.
Grazie a questa nuova ed attuale “realtà del mondo”, l'Europa, in particolare, che resta ancora la seconda superpotenza industriale anche se a breve verrà sorpassata dalla Cindia, può raggiungere la sospirata autosufficienza energetica senza dover condannare a morte un terzo o la metà della sua popolazione.
Ha detto Rifkin, a proposito del paese chiamato Italia: «Durante il vostro Rinascimento è nato il capitalismo industriale e in seguito, grazie alla vostra creatività, grazie alle grandi invenzioni di radio e telefono, si è andata sviluppando l'era tecnologica. … L'Italia è l'Arabia Saudita delle fonti rinnovabili. Senza ancora rendervene conto, siete seduti su un tesoro incalcolabile: il vostro sole, il vostro vento, la vostra neve, le vostre acque».
Marco Ferri - con invidiabile capacità di sintesi - prova a disegnare gli scenari possibili e conseguenti a questo dato di fatto.
1) Il tramonto dell'era della seconda rivoluzione industriale, e il conseguente inizio della terza, in prospettiva rende obsoleto e superato l'intero apparato burocratico dello Stato. Dato che ognuno sarà in condizione di produrre l'energia necessaria per vivere, produrre beni e progredire, non solo cambierà l'idea stessa di benessere, ma non ci sarà più nessun bisogno di apparati politici e militari finalizzati esclusivamente all'esercizio del dominio, o del controllo o dell'indottrinamento-imbonimento basato sulla falisificazione e la menzogna.
2) Tutte le guerre di conquista delle fonti di approvigionamento delle materie prime, le guerre di rapina delle fonti energetiche dislocate soprattutto nell'emisfero meridionale del pianeta Terra, dovrebbero cadere rapidamente o drasticamente in disuso. Rendendo del tutto inutili gli apparati militari e commerciali, le diplomazie, le guerre di conquista o di supremazia razziale, etnica o religiosa, nelle quali il movente economico o “imperialistico” è, diremmo, la sostanza pervicace che sta dietro le ideologie.
3) Dunque, come sottolinea Ferri, dovrebbe finalmente sparire la “necessità” conclamata delle lotte e delle guerre fratricide per il possesso feroce dei mezzi di produzione. La possibilità di socializzare le fonti essenziali dell'approvigionamento energetico, dovrebbero liquidare definitivamente la vecchia idea della “ricchezza delle nazioni”, per sostituirla finalmente con l'idea della “ricchezza dell'intera specie umana”.
Sintetizza Ferri: «Produrre l'energia che mi serve, significa poter decidere direttamente di produrre quello che mi serve». E dunque tramonta (o comincia a sbiadirsi) anche l'ossessione del consumismo: cioè dell'assatanato desiderio indotto di consumare soprattutto tutto quello che non serve, o che danneggia la salute del corpo e della mente, nonché del pianeta.
Può darsi che Ferri si spinga troppo in avanti quando aggiunge che questa prospettiva, reale e attualmente possibile, «elimina il problema dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo», causa prima dello sfruttamento dissennato delle risorse naturali, delle tensioni sociali, della distruzione delle persone, dei veri e propri genocidi degli individui, delle collettività e dei popoli dei paesi condannati al sotto-sviluppo.
4) La novità mai prima prospettatasi all'umanità è che ognuno, da solo o organizzato in piccole comunità, potrà agevolmente e sempre più semplicemente produrre energia disponibile ed inesauribile per sé e per gli altri. Non dovrebbe essere difficile capire (tranne che per Casini e tutti gli altri della sua casta di “intoccabili” - che nel sistema indiano delle caste è classificata, non a caso, come l'ultima o la più bassa) che questo cambia alla radice l'idea stessa della “produzione del reddito” individuale e collettivo.
Di conseguenza cambia anche l'idea radicata del lavoro come condanna ineluttabile inflitta all'uomo fin dai tempi della “cacciata dal paradiso terrestre”. Devono quindi cambiare i rapporti di forza fra i redditi diseguali e il ruolo stesso della politica intesa come intermediazione tra i rapporti di forza o di debolezza esistenti.
La tecnologia controllata da una minoranza di “padroni” ci ha comunque liberato, almeno nelle apparenze se non proprio nella sostanza, dalla fatica fisica del lavoro. Rifkin è convinto che il nuovo modo di produrre energia (in particolare l'energia dell'idrogeno) ci libererà dalla schiavitù del lavoro, inteso come mezzo inaggirabile o ineliminabile di produrre reddito (e profitto per i padroni del vapore, soprattutto).
Le nuove tecnologie alimentate dalle nuove (in realtà antiche come l'universo) fonti energetiche, finalmente o virtualmente alla portata di tutti, potranno «ristabilire la giusta proporzione tra libertà individuali ed eguaglianza collettiva».
Secondo questa rosea visione del futuro prossimo venturo del mondo e dell'umanità, la realizzazione dei grandi ideali che hanno animato l'aspirazione al progresso della modernità (libertà ed eguaglianza) sembrano davvero a portata di sguardo e di mano. Vedremo, verrebbe voglia di dire.
In coda alla riflessione possiamo anche aggiungere la domanda: se davvero l'Italia fosse l'Arabia Saudita delle fonti rinnovabili - come sostiene Rifkin - la Sardegna cosa potrebbe essere?
Forse potrebbe essere la Dubai del solare e dell'eolico, se l'emiro (la testa o il ceto dirigente, ovvero quello che dà - o dovrebbe dare - la direzione o la rotta) fosse (o fossero) davvero illuminati e illuminanti. La nozione di “illuminato” comprende ovviamente anche la valenza “senza ombre”.
E però, calma! Come dice Ferri, «i politici italiani hanno ben altro a cui pensare». I politici sardi, se vogliamo insistere sul particulare, anche. O un po' peggio.
Lo scrivente si aggrega alla ferrea convinzione di Ferri, riprendendo paro paro la sua conclusione: «Ma noi no. Questa prospettiva la vogliamo (o la vorremmo proprio) cogliere».
Dato che anche noi siamo altrettanto fermamente convinti che non ci sono e non ci possono essere alternative: nè nella fede di varia appartenenza, nè nella religione in senso proprio e tanto meno in quella “laica” dei consumi, e tanto meno nella politica. A meno che non ci ispiri o si faccia per lo meno riferimento a una religione dell'umanità e a una politica della specie umana, che comprenda tutte le ricchezze e le differenze delle sue svariate componenti. E di cui fa parte anche l'esigua componente detta “popolo” o “nazione” o “nazionalità minoritaria” dei Sardi. E sia chiaro che lo dico con orgoglio.
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