martedì 5 giugno 2007
di Giorgio Melis
Il nuovo piccolo tourbillon in Giunta intriga la maggioranza. Soprattutto, eccita l'opposizione. Che, tutta concentrata su Soru, dimentica e non infierisce sull'altro, quasi obliato interim: quello alla cultura. Perché nell'autunnale trimestre horribilis della Giunta, dopo la defenestrazione di Tonino Dessì e le dimissioni di Pigliaru, c'era stato l'abbandono di Elisabetta Pilia. Prima il casché, poi il paso doble.
Francesco Pigliaru si dimette a ottobre. Soru assume l'interim alla programmazione, gestisce la manovra di bilancio. Poi lo “gira” a Massimo Dadea che ora attua l'ordinary-rendition restituendo l'interim girevole a Soru. Più che un valzer, il ballo del mattone: ci si muove poco, attorno a uno spazio minimo e ruotando attorno al pilastro portante.
Il centrodestra, ossessionato, vede solo Soru e appunto si scorda della cultura, caduta sulle spalle di Carlo Mannoni. Già gravato dai lavori pubblici, che pesano, deve governare un altro assessorato importante. Evidentemente lo fa bene, se nessuno quasi se lo ricorda più e non ci sono proteste. Però l'anomalia resta.
Ed evoca il vuoto improvviso e traumatico di Elisabetta Pilia, assessora scelta da Soru e poi entrata in rotta di collisione con lui. Fino alle dimissioni fragorose e insieme silenziose. Con una lettera durissima ma entrando subito in clandestinità politico-mediatica assoluta. Un esempio di inusitata forza di negarsi a insistite richieste di interviste, dichiarazioni, comparse televisive. Alla voglia di sfogarsi, protestare, recriminare, accusare. Merce rara, di questi tempi. Qualunque cosa si sia pensato e detto di lei come assessora, chapeau al suo stile di donna e personaggio pubblico rientrato nell'ombra piena senza fare una grinza.
Col nuovo movimento in Giunta e il richiamo all'interim di Mannoni, più d'uno ha richiamato una storia finita. Già, e la Pilia? Qualcuno ha parafrasato il titolo di un film celebre: “Che fine ha fatto Baby Jane?”. Appunto, che fine ha fatto Elisabetty-Jane? Intanto: una fine eccellente e di lungo corso, riprendendo dove aveva iniziato e lasciato. Lavora, molto, come dirigente della Biblioteca universitaria di Sassari, viaggia per lavoro e per svago, partecipa alla vita culturale. Non è in gramaglie per l'assessorato perduto. Sarebbe innaturale non le mancasse almeno un po' il ruolo abbandonato: non lo nasconde ipocritamente, ma regge benissimo la vedovanza. Si è come inabissata perché ha rifiutato senza eccezioni ogni esposizione mediatica. Ma non è nascosta, né invisibile.
Si è scelta la parte di desaparecida e l'interpreta con sobrietà e vitalità insieme. Riusciamo a bloccarla mentre è a Reggio Emilia. Risponde perché non riconosce il numero del telefonino “non targato”. Non fa in tempo a chiudere, col tono cortese ma definitivo di altre volte: «Saluto ma non ho nulla da dire e non voglio dirlo».
Si fa in tempo a raccontare: «Sa, Soru riprende l'interim della programmazione che aveva preso da Pigliaru, affidato a Dadea che glielo riconsegna…» e basta a bloccare il “fine comunicazione” come altre volte. Sorpresa, dimentica l'autoconsegna del silenzio: «Non ci possono credere, ma è vero?». È vero.
Pausa lunga, ritorno all'autocontrollo: «Questa non me l'aspettavo». Qualcuno dice che Soru rischia di rimanere solo: e isolato. «Non è un problema per lui, restare solo. È che non ha bisogno di nessuno: può fare a meno di tutti. Ed è certo di sapere tutto lui. Ma che mi fa dire? Chiudiamo qui». Accetta solo uno scambio neutro di altre poche parole non di circostanza. Ma lì chiude.
Come ha chiuso audio e video quando le si sono parati davanti dal 20 novembre, dopo che si era dimessa con una lettera durissima, recapitata a Soru poche ore prima di una riunione di Giunta. Messaggio corretto nella sostanza, freddo e duro a partire dall'incipit: «Egregio Presidente, comunico le mie irrevocabili dimissioni». E nelle motivazioni: «La mia decisione, a lungo ponderata, non intende mettere in discussione il ruolo e i compiti che al Presidente derivano da una legge elettorale e dalla sua elezione diretta, nè disconosce gli importanti risultati raggiunti. Muove piuttosto dal disagio di non condividere un metodo di governo non del tutto consono ai valori che hanno ispirato il programma denominato non casualmente “Sardegna insieme”. Credo, infatti, che la realizzazione del programma non si misuri unicamente sui risultati raggiunti ma anche su una cultura di governo capace di declinare nelle sue azioni il senso della politica che di quel programma ha animato gli obiettivi. Nessun cambiamento potrà essere duraturo se non consolidato dalla collegialità, dal rispetto dei ruoli e delle persone, dalla condivisione, dalla partecipazione. Ringrazio per la fiducia accordatami ed auguro al Presidente e agli Assessori un proficuo e soddisfacente lavoro».
Inoltrata la lettera, Elisabetty-Jane risultò per tutti missing in action. Dispersa. Sparita. In poche ore svuotò il suo ufficio all'assessorato, scomparve letteralmente da Cagliari. Due giorni dopo riprendeva servizio alla Biblioteca dell'Università di Sassari. Sorriso un po' stirato all'inizio, sciolto col trascorrere del tempo. E poi full immersion nel lavoro, vecchi amici, modica frequentazione culturale.
Nessuno, proprio nessun rapporto concesso a giornali e tv che naturalmente si sono stancati presto. E lei, ormai distaccata, a lasciarsi alle spalle il passato sulla ribalta, quasi due anni e mezzo da assessora, vivendo la sua routine di ritorno. Ma non indifferente: sarebbe anormale.
Nel breve scambio di fine chiamata, si riesce solo a chiedere: come si sta lontano dal governo, da Soru? Rimpianti, rabbia, altro? Risposta selettiva, glissando sul nome scabroso: «Si sta bene se si ha un lavoro gratificante, impegnativo: aiuta. Si sta male non per aver perso qualcosa di provvisorio. Soprattutto per la delusione: per il progetto politico e culturale in cui si era creduto intensamente, per un sogno svanito e una passione frustrata».
Nessun commento, ciascuno dia il suo. Ma la desaparecida non è più solo una foto di giornale sbiadito, un ruolo lasciato, un giudizio distaccato. Nel giorno del paso doble in Giunta, la sua immagine è rifiorita non solo per dignità. Ma, per favore, nessuno la usi per dire: Elisabetta è viva e lotta insieme a noi. Non lo vorrebbe e la sua sobrietà non lo merita.
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