sabato 2 giugno 2007
di Sergio Ravaioli
Quando è stato che la Sardegna ha bucato e si è fermata per strada con le gomme a terra? Il 1º giugno 1993. E quando se ne è accorta? Credo il 19 giugno 2006, ma non ne sono sicuro: forse non se ne è ancora accorta.
Mi spiego.
Il 1º giugno 1993 il Consiglio regionale con la legge numero 25 decretava la fine dell'esperienza di programmazione iniziata 18 anni prima con la legge regionale numero 33, e poneva termine ad un'agonia che si protraeva ormai da 5 anni o forse più.
Nel '93 si era da tempo esaurita la stagione nella quale la Sardegna aveva affidato le leve di comando della cosa pubblica a persone di grande valore. Cominciamo il troppo breve elenco con l'unico ancora vivo (ed ancora lucido!), Pietrino Soddu, al quale affianchiamo i compianti Umberto Cardia, Mario Melis, Nino Carrus. Breve elenco per il quale sono sicuro di non aver commesso errori e credo neppure omissioni.
Il disegno definito, a vario titolo ed in varia misura, da quel gruppo dirigente con la legge regionale n. 33 del 1975 (cosiddetto secondo Piano di Rinascita) puntava a superare la logica Romana - Ministeriale che aveva ispirato la programmazione del primo dopoguerra (e del primo Piano di Rinascita, sostanzialmente gestito dalla Cassa del Mezzogiorno) ed a creare in Sardegna una ben attrezzata e capillare struttura capace di indirizzare, di governare un processo di sviluppo gestito dai sardi e fondato sulle risorse locali.
Pilastri di questa architettura erano il Centro di programmazione ed i 24 Organismi comprensoriali. Il Centro doveva supportare tecnicamente il Comitato per la programmazione incaricato di «concorrere al processo di formazione, attuazione e verifica del piano, dei programmi e dei progetti» e quindi di proporre al Consiglio regionale il Piano generale di sviluppo, lo Schema di assetto del territorio e i Progetti settoriali. Ho fatto parte del Comitato per la programmazione per circa quattro anni, occupandomi prevalentemente dello Schema di assetto del territorio, e quindi parlo con una certa cognizione di causa.
I pilastri erano buoni, ma le fondamenta no! Il disegno del 1975 si è rivelato oltre vent'anni in anticipo rispetto alle analoghe prescrizioni successivamente emanate dall'Unione europea per il Quadro comunitario di sostegno 2000-2006. Inoltre si fondava su una inesistente leva di amministratori e funzionari in grado di gestire con competenza, senso di responsabilità e lealtà un disegno oggettivamente ambizioso. Forse per via di una sottovalutazione della trasformazione epocale che si voleva avviare, l'impazienza nel vedere i risultati ed il venir meno di molti dei politici di prim'ordine su elencati hanno portato, a poco a poco, alla convinzione che fosse sbagliato lo spartito e non inadeguati i suonatori.
La soluzione più facile era evidentemente quella di buttare a mare lo spartito e così fu fatto, appunto con la legge regionale del 1º giugno 1993: si sciolsero gli Organismi comprensoriali, alcuni dei quali avevano predisposto ottimi e lungimiranti Piani di sviluppo socio economico, ed anche il Comitato per la programmazione che, tra luci ed ombre, aveva pur sempre costituito un tavolo tecnico-politico al cui interno si svolgeva un confronto su progetti di sviluppo e non su bandierine di partito.
Si disse che la programmazione doveva nascere dal basso, questa volta senza preoccuparsi di creare strutture di supporto che, non avendo in precedenza prodotto risultati apprezzati, si sentenziò che non servissero. Nacque la stagione degli “accordi di programma” nati in più o meno segrete stanze romane e milanesi, spesso frequentate da cagliaritani, ma talvolta sbarcati in Sardegna senza che nessuno ne fosse al corrente. Si potrà approfondire in un altro intervento; per ora basti il rinvio all'articolo sui finanziamenti Saras comparso su La Repubblica di pochi giorni fa (26 maggio 2007, prima pagina).
Adesso si vuole solo sottolineare che la mancanza di strutture di supporto amministrativo e tecnico ha generato una stagione, spero conclusa o vicina a concludersi, nella quale per un verso si intratteneva il popolo invitandolo a presentare progetti che mamma Regione avrebbe finanziato, per altro si è fatta la fortuna di politici e politicanti che, invece di perder tempo a definire progetti di sviluppo di interesse generale, hanno ritenuto più proficuo impegnarsi a portare avanti singoli progetti aziendali nati all'interno del proprio bacino elettorale.
Questa è purtroppo la storia della Sardegna negli ultimi 15-20 anni!
L'acme di questa commedia è stato raggiunto con le 14.000 proposte presentate da altrettante imprese della nostra martoriata Regione il 19 giugno 2006 in risposta allo “Avviso pubblico per la presentazione di progetti integrati di sviluppo”. Nell'anno da allora trascorso la Regione si è impegnata (ed ha impegnato le 14.000 aziende) in un'attività, non ancora conclusa, degna del miglior barman dell'Harris bar: dare una bella shackerata ai 14.000 ingredienti e tirar fuori 5 progetti integrati di sviluppo regionale e 5 progetti integrati di sviluppo territoriale per ciascuna delle 8 province sarde. Il tutto a sei mesi dallo scadere del Programma Operativo Regionale finanziato dall'Unione europea.
Mah!
Tornerà mai in Sardegna la stagione in cui programmazione venga intesa come sinonimo di serietà?
Intanto dei quasi 700 milioni di euro destinati alla Progettazione Integrata, 570 dell'Unione Europea andranno persi se non spesi e rendicontati entro il 31 dicembre 2008.
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