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sabato 2 giugno 2007

Il presidente e il direttore generale
in un groviglio inestricabile,
perché a Dettori manca il movente

di Giorgio Melis

Renato Soru blinda Fulvio Dettori: resti al suo posto, non lo sfiducio. La commissione consiliare d'inchiesta è andata oltre le sue prerogative: risponderò in Consiglio, visto che mi è stato impedito di farlo in commissione. Il presidente specifica ancora: «Io riconosco il Tribunale e l'autorità giudiziaria si sta occupando della vicenda». Il dado è tratto. Soru non si tira indietro: fa la sua mossa e offre uno scudo al direttore generale. Gesto impegnativo, anche a futura memoria. E pure rischioso, sempre proiettato nel tempo.

Il pasticciaccio brutto del caso “Saatchi & Saatchi” ora diventa un groviglio istituzionale - amministrativo - politico - giudiziario che non sarà facile sbrogliare: qualcuno, se non più d'uno, rischia di farsi male. Non è un nodo che si possa recidere e neanche sciogliere. Perché si proietta su vari fronte che si ricongiungono in due persone. Le dimissioni di Dettori erano una possibilità con due varianti. Poteva essere un gesto spontaneo del funzionario, per potersi difendere meglio senza che diventasse un'ammissione di responsabilità. E allo stesso tempo, come più alto collaboratore di Soru, una mossa per “coprire la corona”: come si diceva un tempo dei ministri che dovevano ogni colpa per non esporre il re, “irresponsabile” per principio.

Invece qui è la “corona”, ovvero il presidente, che copre il “ministro”. Questi aveva già annunciato di sentirsi tranquillo e di non aver alcuna intenzione di ritrarsi dal delicato incarico. Soru non solo non glielo ha chiesto ma gli ha anzi confermato piena fiducia davanti alla censura della commissione consiliare. È una decisione opportuna? Non ci sono controindicazioni immediate. Ma a più lunga scadenza sì, politiche e giudiziarie.

L'approvazione della censura è già un fatto politico di rilievo. Perché c'è stato un voto unanime. Dunque non solo dell'opposizione ma anche della maggioranza su cui si regge Soru. Ci sono stati mal di pancia nel centrosinistra ma infine i suoi rappresentanti hanno votato col Polo: per di più con qualche abbraccio finale quanto meno singolare o non di buon gusto.

Segno che le anomalie e le irregolarità riscontrate nell'operato della commissione e di Dettori sono state considerate insuperabili? Probabile. Ci sta anche che qualcuno della maggioranza non abbia sgradito dare una botta a Soru. Ma la sostanza cambia poco. Davanti a un simile pronunciamento, non si può far finta di niente. Dettori o Soru, od entrambi, potevano trarne una conclusione o quella opposta. Hanno scelto la blindatura.

Forse è una scelta obbligata. Le dimissioni di Dettori non equivarrebbero a una sorta di “confessione”. Gli atti compiuti nella commissione sono comunque ascrivibili, se confermati irregolari, soltanto a lui, alla sua volontà consapevole e non estensibile materialmente a Soru. Però. Però c'è il fatto che manca il movente. Una motivazione conclamata e plausibile, un interesse personale di Dettori nei presunti favoritismi a favore della nota agenzia: viceversa nota per le prestazioni fornite a Tiscali, dunque a Soru, che non ha mai nascosto la sua alta considerazione per Saatchi & Saatchi. Se violazioni ci sono state nel comportamento di Dettori, potrebbero essere eventualmente ascritte all'intenzione d'essere in sintonia con le aspettative del presidente.

Ecco perché le due posizioni sono inestricabilmente connesse, specie sul piano politico. Su quello giudiziario, è un'altra musica: le responsabilità sono personali per fatti materiali, le motivazioni extra-fattuali sono irrilevanti nella formazione del giudizio. Ma è sul piano politico che la faccenda rischia di complicarsi a breve scadenza. Se, come pare, la censura della commissione sarà trasformata in ordine del giorno, con un voto finale del Consiglio, si svilupperà in aula non un semplice dibattito ma un vero “processo” che l'opposizione e singoli esponenti della maggioranza in rotta con Soru farebbero al presidente.

E infine, se il voto riflettesse quello della commissione e una maggioranza bipartisan si riformasse e si esprimesse in aula, sarebbe un fatto non ridimensionabile o ricusabile: oltretutto senza precedenti nelle vicende autonomistiche. A quel punto o Dettori dovrebbe dimettersi o Soru dovrebbe dimetterlo: salvo arrivare fino in fondo anche lui. Evento traumatico non prevedibile, non auspicabile perché chiuderebbe la legislatura drammaticamente.

La prospettiva mette anche la maggioranza davanti a un bivio cruciale: se votasse in aula come in commissione, potrebbe ottenere il dimissionamento di Dettori ma anche la dissoluzione del Consiglio. Ecco perché ci sarà un travaglio profondo che già scuote il centrosinistra. Lo spingerà alla ricerca di compromessi, notoriamente non facili da raggiungere con Soru.

Potrebbe favorirli l'incognita, che però tale non è, e che pesa comunque come un macigno sulla vicenda. C'è un convitato che non è di pietra ma in toga e che sarà comunque determinante, anche se a scadenza più lunga: la Procura di Cagliari. Il giudice Mario Marchetti ha praticamente concluso l'acquisizione di atti e versioni sulla vicenda e presto inizierà a tirare le somme. Pare che ci arriverà entro luglio con la dichiarazione di chiusura delle indagini preliminari e la comunicazione agli indagati. Il ricorso annunciato all'articolo 415 bis del codice di procedura penale preannuncia per l'appunto che non ci sarà archiviazione ma si procederà non più contro ignoti ma nei confronti di persone con nome e cognome.

Se tra questi nomi ci fosse quello di Fulvio Dettori, chiamato a difendersi da un'accusa esplicita, potrebbe ancora restare in quella scomoda posizione nel ruolo attuale, a firmare e convalidare tutti gli atti della Giunta assumendosene la responsabilità formale? È una domanda alla quale bisognerà comunque predisporre una risposta preventiva nel caso si avverasse. Una nuova blindatura, davanti a un atto giudiziario che non inficia la presunzione di innocenza di alcuno ma diventa una grave turbativa istituzional-amministrativa, parrebbe azzardata.

Sono scenari futuri ma non troppo. Presenti e incombenti, dai quali non si può purtroppo prescindere. Di fronte ai quali l'uomo solo al comando, ovvero Soru, appare ancora al comando ma anche molto solo di fronte a decisioni gravi che ricadono interamente sulla sua persona e responsabilità.


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