venerdì 1º giugno 2007
di Nanni Spissu
«Sinite parvulos…». Questo invito alla fiducia viene violato da chi, nel nome proprio di quel Cristo che lo pronunciava, è stato accolto nella comunità della chiesa come depositario di un messaggio così alto, che dovrebbe amministrare e di cui dovrebbe essere custode: è un tradimento spaventoso.
È appena finita la trasmissione di Santoro. Abbiamo visto un documentario sui preti pedofili, abbiamo ascoltato le voci del dolore, della delusione, della lacerazione di tanta infanzia lordata e privata dei suoi diritti da quegli orchi in veste talare. Chi aveva paura delle conoscenza, chi amava il silenzio, chi ha sempre paura della verità, classe politica mai adulta, chi pensa che diventando cittadini non si possa più essere cristiani, è servito.
Abbiamo visto informazione, sappiamo ora che la chiesa ha potuto esprimere con dovizia di spazio e, devo dire, in maniera civile e autorevole, se pur non sempre convincente, il suo punto di vista, come era suo diritto. Quindi questa nostra classe politica di baciapile si dimostra ancora una volta più papista del papa, perché della verità non bisogna aver paura. È del male che si deve aver paura e conoscerlo serve a combatterlo.
Uso, ora, irritualmente la prima persona per assumermi in pieno il carico di quello che dico.
Io conosco con quale violenza si può essere strappati da una comunità di fedeli che ti fa i processi e quale possa essere il disagio e il lutto che ne deriva. Ho vissuto su di me la violenza della mente e dell'intelligenza, per aver scelto di pensare e di vivere la mia libertà, anche di leggere e chiedere conto del Gesù di Rènan o di fare politica nella conquistata, faticosamente, libertà di cittadino.
Ma ho conosciuto oggi dalla televisione delle persone cui è stata tolta la dignità di persona, venute lì a testimoniare la propria sofferenza al di là dell'umano e persino del diabolico, a mostrare la loro povera umanità rubata e, assieme, la loro dignità riconquistata per la forza della loro denuncia civile, nonostante tutto, ancora credenti. Ebbene, ciò mi ha dato il senso della mia fortuna e al confronto dell'abisso in cui essi, invece, hanno dovuto precipitare e da cui hanno avuto la capacità di uscire, quelli che ci sono riusciti.
Dietro le quinte, diventate trasparenti, di quel processo per pedofilia a un sardo, don Dessì, concluso per ora almeno con una pesante condanna penale di un sacerdote, c'è un fardello di vergogna insopportabile, che pone una difficoltà drammatica per il mondo dei cristiani.
Questo sentimento di vergogna il cattolico se lo porta sulle spalle con una fatica che appare insopportabile e cerca il suo bilanciamento nell'appartenenza a una comunità, che lo accoglie per andare, assieme, per quella via che è indicata da una comune fede.
Quel desiderio di rifugio si capisce, il cristiano lo sente e assieme lo implora, perché si possa erigere una barriera insormontabile tra la sua fede e la sua appartenenza, e la tragedia violenta che il prete sporco recita davanti ai loro occhi stralunati, indifesi, in preda, vorremmo, a un'allucinazione improvvisa.
Quelle comunità coese e serene, che offrono sempre sicurezza, nascono anche da una guida, da un prete, che recita tutti i giorni la sua parola di amicizia e offre fiducia perché gli sia restituita. Ebbene abbiamo visto proprio come quelle comunità possano essere il terreno fertile anche per la tragedia della violenza e dell'abuso.
Ma deve essere netto il rifiuto, per tutti i cittadini che hanno della convivenza un concetto positivo, l'idea che quei preti siano il prete.
Tante figure positive di preti stanno nell'amicizia, nell'esperienza e nei ricordi di tanti di noi, anche laici come chi scrive.
Come dimenticare quel Raimondo Cossu di Bitti, gesuita, che non contento di aver scelto il Madagascar come terra non di conquista, ma cui offrire il possibile e l'impossibile della sua persona, sceglie il Ciad nonostante la guerriglia e muore a Parigi, inutilmente curato per le conseguenze di una granata che gli scoppia addosso in quella terra d'Africa. Raimondo Cossu era anche un po' matto, ma di quella follia semplice, trasparente, generosa, che ti mette a nudo senza sconti e ti aiuta a accettare il rischio di scegliere per gli altri.
Ma se non possiamo giudicare la chiesa dal quei preti pedofili, non la possiamo, purtroppo, giudicare nemmeno da padre Raimondo, perché quella chiesa, quella che sta tutti i giorni sui giornali, non è fatta di pedofili, ma è certo nemmeno di eroi.
Parliamo di quella chiesa militante e militare, non quella, che rispettiamo, del silenzio, ma quella chiassosa, petulante, ossessivamente convinta nella sua presunzione. Quella chiesa lì i suoi pedofili li occulta e li lascia nelle parrocchie, nei collegi, magari con ipocriti trasferimenti. Invece padre Raimondo, e altri, li dimentica, perché non sono potere, non sono vanagloria, non sono che una povera tomba nel cimitero di Bitti, che aspetta ogni tanto un ricordo che non arriverà.
Lo ricordano pochi amici, Raimondo, chi scrive tra questi, conservando i suoi poveri ricordi di quella terra d'Africa dove lui era andato senza il casco coloniale e senza fucile, povero prete di Bitti disarmato e disarmante.
Ma ecco un'altra storia, quella di un altro povero prete, che lasciò la sua chiesa di Cagliari perché la vita gli aveva posto, improvvisa , la responsabilità della paternità che lui aveva accettato con coraggio. Lui, che amava Cagliari, amava Bach e anche le aragoste, è fuggito come un ladro, fuori, via da noi, per morire dimenticato, quaggiù nemmeno un suffragio, un ricordo, una prece, come si dice. Aveva continuato a vivere la sua onestà e la sua rettitudine, con la sua famiglia nuova, e gli amici (?) fingono di non sapere nemmeno della sua morte.
E allora che va raccontando Ratzinger di un cattolicesimo che si vanta di essere l'unico possibile collante della società italiana, con una visione così totalizzante e oppressiva del suo ruolo di capo di una religione.
Ma a prescindere dal fatto che fortuna vuole che ciascuno ancora si incolli dove più gli aggrada, mi chiedo quante colle produce questa chiesa variegata, dove ognuno sceglie, in fondo, la sua, e c'è spazio per il povero gesuita di Bitti e l'orco condannato dal tribunale e da tutti noi, e per i tanti orchi protetti per salvare, nell'ipocrisia, l'onore ormai volatile, e c'è spazio per chi abbandona quell'altro povero prete sposato a una quotidianità separata e umiliata.
Questa cosa del collante è da far imbestialire. Collante, per dire, ma la frase è: «La fede cattolica e la presenza della chiesa rimangono il grande fattore unificante di questa amata nazione».
Mie irriverenti osservazioni.
Credo, intanto, che essere un po' meno amati ci farebbe bene, potrebbero cominciare ad amare, che so, la Francia e la Germania, ma mi sa che, lassù, la cosa è un po' tosta.
Sapevo che questa nazione aveva scelto un suo fattore unificante rappresentato dalla Costituzione, quel patto laico, un grande spazio accogliente e unificante le tante Italie culturali, storiche, linguistiche, geografiche, ideali, credenti e meno credenti.
Mi ero sbagliato, perché non mi risulta che queste parole provenienti dal quel trono augusto o cattedra, come talvolta si fa chiamare quel potere, soglio persino, abbiano ancora trovato risposta adeguata nell'orgoglio nazionale svenduto per un piatto (molto potenziale) di voti.
La fede cattolica è diventata in verità discrimine, separazione, come quel «con Cristo e senza Cristo» di pacelliana memoria, che ha prodotto anche scomuniche per chi aveva nella sua libertà di cittadino scelto un partito, che aveva persino votato l'art. 7 della Costituzione.
Francamente, e per fortuna, tanti dei grandi uomini di quel partito italiano, democratico, mai radicalmente anticlericale, sopra quella scomunica hanno dormito sonni tranquilli, perché i problemi di cui si interessavano erano altri.
Ma non c'è in Italia una storia di unificazione intorno alla chiesa, c'è una civile storia di scelte di campo che ciascuna coscienza ha operato nella sua libertà e oggi io credo che i dati ci diano anzi conto di una chiesa minoritaria, con forte senso di revanche, con sintomi forti di astinenza per quel potere drogante che ha esercitato tramite il partito cattolico, anzi, cristiano, come volle essere chiamato, immeritatamente.
Il presidente Napolitano, ci rappresenta con quell'equiibrio che è giusto e che non può non essere sensibile alle sfaccettature di quelli che possiamo chiamare i sistemi organizzati delle coscienze, ma che si possono anche tranquillamente chiamare le diverse sensibilità presenti nel territorio nazionale. Ma non si può accettare che un capo di stato estero proponga questa idea di nazione monoculturale, tutta stretta intorno a una fede possibile tra le tante, la sua. Stato allora non più laico, ma stato religioso, integralista, stato monolitico che non riconosce più sé stesso, ma si specchia in un elemento estraneo alla sua natura terrena e storica, quindi laica.
Siamo fuori dalla Costituzione. Perché riconoscere il diritto dei cattolici di veder considerate nella giusta misura le loro posizioni, non può diventare, come ormai appare, solo una fattore di squilibrio e un elemento di fatto discriminante della altre sensibilità, che sono tra l'altro, maggioritarie.
Meglio vedere un partito della chiesa, che scende in campo in maniera leale e coerente con la costituzione e propone la propria idea di stato e se la gioca sul terreno della ricerca del consenso?
Impossibile e paradossale, Ratzinger ha detto che la Chiesa non fa politica ed è ciò che tutti ci aspettiamo di sentirci dire. Ma la politica la fa, in Italia in forme pesantissime, l'ha fatta direttamente con il partito cattolico, la fa oggi addirittura indicando minacciosamente quali debbano essere i comportamenti del parlamento. E la fa fuori d'Italia.
Chi obietta ci dice che la chiesa è il povero padre Raimondo di Bitti, andato nell' Africa martoriata a offrire sé stesso senza riserva e senza il casco coloniale.
O che la chiesa è padre Vittorio Papoff, medico gesuita, che lasciava Cagliari e con la sua forza non immaginabile in una corpo così fragile, diventava cittadino di quel Madagascar lussureggiante e povero assieme, occupato da uno stato europeo coloniale e ricco. Vittorio Papoff aveva con sé la sua fede, il suo stetoscopio e un'energia strabiliante e fondò un modello di assistenza moderno, diventando uno dei punti di riferimento dell'organizzazione sanitaria pubblica della nazione malgascia.
E tanti obiettori potranno anche presentare tante altre storie di sacerdoti, laici cristiani, suore che hanno dato tutto senza riserve in nome di quella fede.
Ma loro non c'entrano e possono persino essere un alibi, come è plasticamente rappresentato dai dati sulle spese effettuate con l'otto per mille, dove la percentuale dei fondi destinati alla solidarietà è irrisoria, nonostante la chiesa ci chieda quel moderno obolo con immagini di poveri, famiglie assistite, preti generosi e votati solo alla loro missione di carità e di speranza.
E si dirà, ancora, della povertà, così serena e generosa assieme di tante comunità religiose, come quella dei gesuiti a Cagliari, che scelgono questa virtù come quella più vicina al modello di una fede separata dai beni materiali. E si ricorderà, come abbiamo fatto da queste pagine, quanto per i giovani, secondo lo spirito vero di quel sinite parvulos venire ad me, hanno fatto i molti padre Morittu o don Cannavera.
Così sarebbe dimostrato che quella rappresentazione della chiesa che viene da tipi come chi scrive, sarebbe iniqua e parziale.
Certo ne ha la parvenza, ma questa voce, non solitaria, per fortuna, non è animata solo dalla sua laicità (non agnosticismo, che è la virtù negativa di chi non sceglie e non fa giustizia di tante posizioni, ricerche, vite vissute), ma è di chi vede lo stridore tra il sacrificio di Raimondo, di Vittorio, e i trionfo del potere, la concezione egemonica della chiesa romana e l'umiltà e la forza straordinaria di quei grandi preti e anche la sofferenza di quel povero prete sposato, morto nel più terribile anonimato.
Ci sono anche le obiezioni più malevole, che parlano di astio, pregiudizio e simili. Queste virtù negative la lasciamo a chi le assegna agli altri per averne buona conoscenza personale.
A noi restituite una normalità creativa e pacificata assieme, in cui ognuno faccia il suo mestiere e assicuri agli altri il rispetto che gli sarà ricambiato con gli interessi.
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