l'altra voce.net


mercoledì 30 maggio 2007

Interventi.

La lingua unificata che porta divisioni
e consumerà risorse ingenti
non può essere una decisione di pochi

di Cristian Ribichesu

Domenica 27 maggio 2007, sulla “Nuova”, la professoressa Eugenia Tognotti criticava la Lingua Sarda Comune paragonandola ad una sorta di mostro, proprio come quello creato dal dottor Victor von Frankenstein nel famoso romanzo di Mary Shelley. Sicuramente la scelta regionale di adottare una lingua comune ufficiale per la Sardegna non incute la stessa paura del mostro, ma probabilmente crea preoccupazioni e indubbiamente divide i sardi su una tematica complementare della tradizione regionale.

Senza voler “indossare il camice del dottore”, e lasciando al linguista il suo ruolo, che mi pare non sia stato rispettato per la decisione finale in merito alla suddetta adozione linguistica, penso sia opportuno intervenire contribuendo con alcune riflessioni critiche.

Indubbiamente, tutte le realtà linguistiche locali della nostra isola soffrono il rischio di estinzione, anche per il fenomeno della globalizzazione. Ma oltre a questo pericolo, adesso potrebbero sorgere i problemi derivanti dall'adozione della Lingua Sarda Comune, paragonabile ad una “globalizzazione secondaria”, causata, appunto, dalle scelte politiche regionali. Infatti, queste hanno richiesto l'individuazione di una lingua sarda che possa essere utilizzata per la registrazione di atti pubblici, oltre che come seconda lingua nell'insegnamento scolastico, o lingua da adottare per alcune trasmissioni di enti televisive o radiofoniche locali.

Però il problema è che non si possono snaturare delle realtà linguistiche per andare incontro a qualsiasi tipo di volere imposto dall'alto, in questo caso un volere con intento “unificatore”, ma in realtà fortemente disgregante.

Certo, se proprio si volesse identificare un tipo di sardo standard, credo sarebbe giusto ricorrere alla variante culturalmente più prestigiosa e maggiormente rappresentata in letteratura, ovvero il sardo logudorese, e magari abbinando una forma grafica uguale per tutti, anche perché, col riconoscimento di questa koinè linguistica sarda bisognerà insegnare questa lingua artificiale, sia a scuola che in numerosi corsi appositi per funzionari pubblici, producendo tutta una letteratura che non esiste.

Ovviamente questo presuppone una ingente spesa per la creazione di questi testi, testi senza alcuna importanza storica, con l'adozione di una procedura contraria alle normali fasi che vedono la creazione di una lingua, perché, in questo caso, sulla base d'una grammatica artificiale si devono produrre testi letterari, mentre invece è sulla base dei testi esistenti che nascono le grammatiche. Per intenderci, Cicerone non ha seguito la grammatica latina per poter codificare il latino delle sue opere, ma è sulle sue opere che è stata codificata la grammatica latina.

Da una parte, inoltre, molte realtà locali potrebbero perdere le proprie specificità linguistiche (perché è innegabile che, tra l'uso dell'italiano ufficiale e di un sardo standard, alla fine avverrà questo livellamento), che sono legate all'antropologia, agli usi e ai costumi delle varie zone dell'isola (per fare un esempio ricordo che le comunità storiche che vivono dalla pesca sviluppano una terminologia maggiore e specializzata per quell'attività, come le comunità montane la sviluppano per l'allevamento).

Dall'altra, una Lingua Sarda Comune è inapplicabile nelle zone in cui si parla il “Sassarese” e il “Gallurese”. Infatti, per queste due specialità il discorso cambia: mentre il Sardo è una lingua unica, divisa in varianti, e comprensibile nei vari territori della Sardegna, eccezione fatta per le isole linguistiche tabarchina e catalana, il “Sassarese” e il “Gallurese” non possono essere ritenute varianti del sardo, perché hanno una grammatica e una sintassi che se ne distacca e si avvicina maggiormente ai dialetti toscani per apporto corso.

In modo particolare il “Sassarese”, nato dalle stesse matrici del logudorese, ma poi arricchito dagli influssi pisani, genovesi, catalani, castigliani e corsi, a parte le forme lessicali comuni al logudorese, ha una fortissima somiglianza col dialetto di Ajaccio, città da cui nei secoli sono provenute numerose immigrazioni.

Qui non si pensa ad un'ostinata difesa delle varietà linguistiche isolane, dato che è naturale che le lingue nascono e muoiono e ciò che ne decreta il successo è l'uso, ma soprattutto alla loro valorizzazione e al recupero della cultura e delle tradizioni ad esse legate. Tuttavia mi sembra giusto ricordare, proprio come afferma il prof. Lupinu, che il primo obiettivo d'una buona pianificazione linguistica non può essere l'imposizione d'una lingua artificiale, quanto l'uso del sardo in famiglia, ovviamente quello di appartenenza.

Comunque, se Mary Shelley voleva «criticare il delirio di onnipotenza dell'uomo, che voleva farsi simile a Dio diventando egli stesso creatore», certamente adesso non si vuole mettere in discussione il “delirio di onnipotenza” di qualcuno, quanto una scelta che potrebbe danneggiare le tradizioni della Sardegna. Detto questo, se la classe politica regionale opera in tal senso, allora spetta ai politici locali adottare misure opportune per la tutela delle diverse varietà, come del resto è doveroso per gli studiosi e per tutti in generale “alzare la voce” chiedendo una consultazione più democratica su una tematica tanto importante.


Google
 


© 2007 Nesos Editoriale Indipendente srl - Cagliari