sabato 26 maggio 2007
di Elvira Corona
«Le politiche della paura alimentano una spirale di violazioni dei diritti umani in cui nessun diritto è più intoccabile e nessuna persona è al riparo. La guerra al terrore e la guerra in Iraq hanno creato profonde spaccature che gettano un'ombra sulle relazioni internazionali, rendendo così più arduo risolvere i conflitti e proteggere i civili».
C'è il senso dell'emergenza nelle parole di Paolo Pobbiati, presidente della sezione italiana di Amnesty International, alla presentazione del Rapporto 2007 sulla situazione dei diritti umani nel mondo. Un rapporto preoccupante e a tratti allarmante, non solo per tutte le violazioni in situazioni di conflitto, o sotto regimi dittatoriali, alle quali oramai ci siamo tristemente abituati, quanto per le limitazioni ai diritti umani che vengono fatte passare da parte dei governi democratici in nome della guerra al terrorismo e della sicurezza nazionale.
«Le politiche della paura sono miopi e ipocrite», ha continuato Pobbiati, «adottate dai gruppi armati come dai governi autoritari, che le usano come spauracchio per legittimarsi, e dai paesi ricchi e democratici, che fanno prosperare il proprio prodotto interno lordo con la vendita delle armi alle nazioni in guerra».
Il rapporto è composto da tre parti: una premessa generale in cui si fa il quadro della situazione mondiale dei diritti umani, una seconda che analizza le varie macroregioni del mondo (Africa subsahariana, Americhe, Asia e Pacifico, Europa e Asia centrale, Medio Oriente e Africa del Nord) e infine una terza parte dedicata alle campagne di Amnesty. Tra le situazioni più critiche nel mondo, le guerre dimenticate in Darfur, Cecenia, Sri Lanka e Sudan, ma anche Cina, dove nessuna delle promesse fatte dalle autorità prima dell'assegnazione dei Giochi olimpici sono state mantenute (anzi, le politiche repressive cinesi sono rimaste invariate, con la connivenza di aziende e governi occidentali).
Il rapporto ammonisce la comunità internazionale, troppo spesso silenziosa o impotente di fronte alle grandi crisi dei diritti umani del 2006, sia per quanto riguarda i conflitti dimenticati sia quelli che vediamo ogni giorno in tv, come quello in Medio Oriente, dove non si è fatto nulla, e nulla si continua a fare, neppure per le gravi restrizioni alla libertà di movimento imposte ai palestinesi dei Territori occupati. O in Libano, dove le Nazioni Unite hanno chiesto il cessate il fuoco solo dopo settimane dall'inizio del conflitto, quanto ormai le vittime civili superavano già il migliaio.
Richiamati ovviamente l'Afghanistan, dove ancora non ci sono istituzioni realmente fondate sui diritti umani e sullo stato di diritto, e l'Iraq, dove le forze di sicurezza hanno acuito la violenza settaria piuttosto che limitarla, il sistema giudiziario si è rivelato profondamente inadeguato e le peggiori pratiche come torture, processi iniqui, pena di morte e stupri impuniti sono ancora all'ordine del giorno. In diversi paesi africani, poi, intere comunità sono state allontanate dalle proprie case senza una procedura equa, una ricompensa o l'individuazione di un alloggio alternativo: violazioni fatte spesso in nome del progresso e dello sviluppo economico.
Ma il rapporto accusa anche gli esponenti politici che hanno sfruttato la paura di un'immigrazione incontrollata per giustificare misure più dure contro migranti e rifugiati in Europa occidentale. La divisione tra musulmani e non musulmani è aumentata, alimentata da strategie anti-terrorismo discriminatorie. Gli episodi di islamofobia, antisemitismo, intolleranza e in genere gli attacchi contro le minoranze religiose sono aumentati dappertutto. «In molti paesi, agende dominate dalla paura alimentano la discriminazione, allargando le distanze tra abbienti e nullatenenti, tra loro e noi, e lasciando senza protezione i gruppi più emarginati» si legge nel Rapporto di Amnesty.
A cinque anni dall'11 settembre, sono emerse nuove prove sul modo in cui l'amministrazione Bush ha combattuto la guerra al terrore, attraverso sequestri, arresti, detenzioni arbitrarie, torture e trasferimenti di sospetti da una prigione segreta all'altra, e dalle cosiddette extraordinary rendition (le consegne straordinarie, attuata tramite la CIA allo scopo di catturare uomini sospettati di far parte di cellule terroristiche di matrice islamica pronte a compiere attentati in Europa e negli Stati Uniti), che ha coinvolto governi di numerosi paesi tra i quali anche l'Italia. Queste mal concepite strategie antiterrorismo - secondo Amensty - hanno fatto poco per ridurre la minaccia della violenza o assicurare giustizia alle vittime del terrorismo, ma hanno fatto molto per non garantire a livello globale i diritti umani e il primato della legge.
Anche le libertà di stampa e di espressione in generale risultano limitate: non a caso il rapporto è stato dedicato ai giornalisti liberi, quelli che vogliono raccontare la verità a tutti i costi, anche a rischio della propria vita. E la libertà d'espressione - scrive Amnesty - è stata soppressa in molti modi diversi, non proteggendo scrittori e difensori dei diritti umani in Turchia, uccidendo attivisti politici nelle Filippine, minacciando, sorvegliando e arrestando sistematicamente i difensori dei diritti umani in Cina, fino all'assassinio di Anna Politkovskaya e alle nuove leggi restrittive per le organizzazioni non governative in Russia. Internet poi è diventata la nuova frontiera del dissenso: attivisti on line sono stati arrestati e alcune aziende occidentali hanno collaborato con i governi nel restringere l'accesso all'informazione sulla Rete in paesi come Bielorussia, Cina, Iran, Siria e Vietnam.
E l'Italia come è messa? Il nostro paese non ha ancora una legge sul diritto di asilo. Il Governo non ha inoltrato la richiesta di estradizione per i 26 cittadini statunitensi coinvolti nel caso di rendition di Abu Omar. A seguito della legislazione antiterrorismo in vigore dal 2005, diversi migranti hanno ricevuto ordini di espulsione e alcuni sono stati rimandati nel paese di origine. La legislazione italiana non prevede specificatamente il reato di tortura e il nostro governo non ha ancora ratificato il protocollo contro tale pratica. Non c'è alcun adeguamento tra la nostra legislazione nazionale e il diritto applicato dalla Corte Penale Internazionale. Ritardi che mettono in discussione la nostra credibilità a pochi giorni dall'elezione dell'Italia a membro del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite per il prossimo triennio.
La battaglia per l'affermazione dei diritti umani nel mondo, a leggere il rapporto, appare difficile e scoraggiante. Se poi pensiamo che in media per ogni dollaro speso per una politica di sviluppo ce ne sono dieci spesi in armamenti, il parallelo con Don Chisciotte i suoi mulini a vento è immediato. Per questo Amnesty International chiede ai governi di rigettare le politiche della paura e investire nelle istituzioni dei diritti umani e nello stato di diritto, sia a livello nazionale che internazionale.
C'è anche qualche segnale di speranza nelle 685 pagine del rapporto: le istituzioni europee hanno recentemente raggiunto un risultato importante in termini di trasparenza e assunzione di responsabilità sul fenomeno delle rendition e grazie alla pressione della società civile l'Onu ha accettato di sviluppare un trattato per il controllo delle armi convenzionali. Piccoli passi per un cammino ancora molto lungo.
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