venerdì 25 maggio 2007
di Francesco Cocco
L'aumento vertiginoso dei costi del Consiglio regionale che l'Altravoce denuncia (40% in più a partire dal 2001), impone una riflessione. Anzi, va subito evidenziato che a questo punto del processo di degrado non basta la riflessione. Occorrono iniziative concrete da parte dei responsabili delle istituzioni, e nel contempo dei cittadini.
Tale aumento vertiginoso non è un “costo della democrazia”, semmai è un rilevante contributo alla sua distruzione, per il discredito che finisce per alimentare nei confronti delle istituzioni repubblicane e segnatamente verso quelle autonomistiche. Tanto di cappello per Bettino Ricasoli che, presidente del Consiglio dei ministri, pagava di tasca propria i viaggi ed il soggiorno nella capitale. Ma nessuno rimpiange quei tempi che escludevano dal governo della cosa pubblica chi non disponeva di cospicui redditi personali. Chi esercita funzioni rappresentative deve essere posto nelle condizioni di esercitarle con serenità.
Non ha però alcuna giustificazione un'indennità che perde anche il ricordo del suo ruolo originario di consentire anche ai meno dotati di mezzi economici di assolvere a ruoli di rappresentanza istituzionale. E che oggi ha finito per assumere dimensioni di vera e propria locupletazione individuale. Ed ha ancora meno senso che una tale remunerazione finisca per configurarsi come privilegio a vita, e per di più reversibile, quasi fosse un asse del patrimonio individuale.
La motivazione che spesso viene addotta per giustificare alte indennità e vitalizi post mandato è nella garanzia che essi offrirebbero per evitare condizionamenti e la stessa possibilità di corruzione. Si dimentica un dato molto semplice ed elementare: cioè che la ingordigia non ha limiti e tende ad autoalimentarsi. Così come priva di fondamento è la motivazione che le elevate indennità servirebbero ad attirare alte professionalità. Dallo scadimento che da vari lustri tende a caratterizzare le assemblea rappresentative non pare proprio che questo sia un valido antidoto.
In questi giorni il dibattito politico è alimentato dalla preoccupazione (D'Alema, Romano, Rodotà ed altri) che possa verificarsi una situazione simile a quella del '92, quando tangentopoli sconvolse il mondo politico ed istituzionale. Credo che una tale valutazione sia errata: gli effetti saranno molto più devastanti. Tre lustri or sono era ancora in campo parte di una classe politica che godeva di antico prestigio, il sistema dei privilegi non era così devastante, la società nel suo complesso non era pervasa da germi disgregatori così invasivi. La metastasi era da tempo in atto ma la crisi era ancora riconducibile alla “questione morale”. La ”questione istituzionale” era ancora un fatto marginale.
Oggi siamo in piena emergenza democratica: si stanno creando le condizioni per un salto verso l'abisso, con molti stregoni ed apprendisti stregoni che pensano di trarne vantaggio per lo loro fortune politiche. Ecco perché in questo momento nessuna sana coscienza civile può sottrarsi all'impegno in difesa delle istituzioni democratiche, e quindi delle nostre istituzioni autonomistiche.
Partire da queste ultime come momento delle più ampie istituzioni repubblicane, anche perché sono quelle in cui più immediatamente ci è dato incidere. Impegno democratico per liberarle da una condizione che tende a soffocarle. Consiglio e Giunta regionale sino a qualche decennio fa contavano complessivamente su ottanta persone elette. La nomina di assessori tecnici, giustificata solo in presenza di altissime professionalità, era un fatto del tutto eccezionale. Circa un ventennio fa, il Consiglio considerò eccessivo quel numero e con una proposta di legge nazionale propose di abbassarlo a sessanta consiglieri. Da questo numero si sarebbero dovuti trarre gli assessori.
Ora con la legge statutaria dello scorso mese di marzo si dichiara incompatibile l'incarico di consigliere con quello di assessore. Il che significa non ridurre ma aumentare, ed aumentare notevolmente il numero complessivo dei componenti Consiglio e Giunta.
Né molta attenzione sembra emergere sulle istanze dei cittadini in ordine al trattamento economico dei consiglieri regionali (e di riflesso degli assessori). Nel 2000 l'elettorato sardo si espresse plebiscitariamente per la riduzione della indennità consiliare. C'era da scommettere che l'esito sarebbe stata disatteso e così è stato. Oggi, per tutta risposta, la citata legge statutaria stabilisce che «non è ammesso il referendum abrogativo …sulle leggi ed i regolamenti riguardanti l'ordinamento degli organi statutari». In parole povere si aumenta il personale politico (tali sono ormai anche gli assessori regionali) e se ne blinda lo status.
Cose da ancien régime, della Francia prima della grande rivoluzione. Per quel che è dato sapere, all'interno della Assemblea regionale vi sono presenze che mal tollerano il regime imperante e si battono per invertire il senso di marcia. Certo vi è una solidarietà di casta che tende ad isolare chi lotta contro la logica del privilegio. Vi sono forme di violenza psicologica che vorrebbero bloccare chi si oppone con coraggio alla “corte”.
Oggi non è più tempo di accettazione pavida. Soprattutto chi è nelle istituzioni in rappresentanza del mondo del lavoro non può e non deve dimenticare che la lotta al privilegio è la discriminante di ogni azione politica che voglia essere veramente democratica. In questa lotta è possibile trovare una nuova saldatura tra i rappresentanti veramente democratici che operano nelle istituzioni e la società civile. Oggi è giunto il tempo di sconfiggere e gettare nell'ignominia politica chi vuol farsi nuovo barone dell'autonomia.
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