l'altra voce.net


domenica 20 maggio 2007

Quel vizio di leggere preso in bilioteca
Il libro è un servizio pubblico
ma i soldi pubblici intasano i cataloghi

di Nanni Spissu

È importante che L'Altra Voce abbia aperto uno spazio ai problemi della lettura.

Mi sembra, tra i diversi approcci che si possono avere alla questione del leggere, che due siano prevalenti e riguardino l'assetto della filiera attività editoriale - circuito commerciale e di quella che, partendo sempre della produzione editoriale, procede attraverso le forme organizzate di lettura pubblica. La prima filiera termina, in libreria, con il possesso del libro, che prelude quasi sempre al suo utilizzo per lettura, studio, ricerca. La seconda filiera si chiude invece con un uso temporaneo, attraverso forme di prestito o di consultazione e/o lettura in luoghi deputati, che sono principalmente le biblioteche.

Allora quando si parla di dati sulla lettura di che si parla?

Si parla intanto di una merce di qualità, il libro, che finisce in mano ai lettori, che ne sono i consumatori, abbiamo detto attraverso almeno due possibili terminali: la libreria e la biblioteca. Esiste anche il canale del prestito tra persone che è difficilmente quantificabile, ma che ha un peso, come lo ha negli indici di lettura dei quotidiani.

Come qualunque merce il libro nasce da imprese specializzate, che attraverso quella che si può chiamare la linea editoriale caratterizzano in una certa direzione il complesso della produzione. Questa linea determina gli ambiti di interesse che verranno accolti in quella summa della produzione dei singoli editori che sono i loro cataloghi e che rispecchiano gli orientamenti disciplinari, anche ideologici, comunque culturali in senso lato. Un'editoria a vasto spettro disciplinare convive con un'altra editoria orientata verso ambiti più ristretti e circoscritti.

I due terminali che offrono il prodotto dell'industria editoriale, libreria e biblioteca, costruiscono i propri modelli di offerta e soddisfano le esigenze dei propri clienti/lettori non in uno spazio libero, nel quale sono le esigenze dei lettori a determinare i contenuti, appunto, dell'offerta, ma solo dentro quegli spazi, di contenuto e formali, che sono i limiti determinati dai contenuti delle proposte editoriali.

Chi entra in biblioteca o in libreria, sceglie in ambiti che il bibliotecario o il libraio hanno individuato tra quelli decisi da chi produce i libri. Ovviamente, la quantità gioca, nei due terminali, nel senso che più la biblioteca è grande e così la libreria, più si trova e si sceglie.

Non sento quasi mai, da parte degli editori, un ragionamento che ci faccia capire se gli indici di uso dei libri siano, e in quale quantità, determinati dalla qualità del prodotto editoriale. Qualità intesa nel senso non solo di buono o cattivo, ma anche, più genericamente, come risultato di una capacità di corrispondere, ma anche di precedere gli orientamenti del lettore. Editori come maîtres à penser, e ce ne sono stati e ce ne sono.

Registro però con interesse, anche nel recente articolo di Matteo Bordiga su questo giornale, la dichiarazione del presidente dell'Associazione Sarda Editori, Mario Argiolas, che è titolare della Cuec, editrice di qualità, curiosa e coraggiosa. I lettori: «Leggono una manciata di libri all'anno e quindi incidono poco sul mercato. Che, mai come in questi anni, langue e riposa su titoli seriali e dal forte appeal commerciale, anche se magari dallo scarso valore qualitativo e contenutistico».

Un'editoria quindi che ha l'occhio alla quantità di libri che il libraio potrà vendere e forse alla spinta che viene dai sistemi di promozione di prodotti, e dalle mode, cioè dalla domanda eterodiretta? Non tutto è così, anzi i cataloghi dicono il contrario, ma evidentemente c'è una domanda molto orientata nel senso indicato da Argiolas. Sarebbe interessante capire quanto i dati dell'indagine Istat, in quanto legati alla produzione editoriale, facciano riferimento al canale libreria o al canale biblioteca o altri ancora: sono infatti dati di sintesi su quanti libri vengono annualmente letti dalle persone.

Il rapporto editoria biblioteche. Editore e libraio amano le biblioteche di un amore a stantuffo. Perchè è vero che le biblioteche comprano i libri, ma li danno anche in lettura e in prestito e ogni lettore sembra essere un acquirente perduto.

Il che è vero per quello specifico libro, ma forse ci si dimentica che senza una rete pubblica e organizzata di biblioteche nel mondo, e quindi anche da noi, non si prende il vizio di leggere, così come è giusto che ci si ricordi che, comunque, nessuna seria attività di ricerca, sia disciplinare che multidisciplinare, potrà mai esistere al di fuori di organismi strutturati come le biblioteche, supportate da una complessa attività bibliografica e catalografica.

Nel 1969 l'editore Einaudi lanciò una sfida straordinaria, pubblicando, nella collana PBE, un volume, il cui titolo è “Guida alla formazione di una biblioteca pubblica e privata”. Prefazione di Delio Cantimori, curatore Paolo Terni. Era il catalogo delle biblioteca di Dogliani, patria degli Einaudi, che essi vollero e dotarono di un fondo librario, che fu presentato come un modello compiuto di una ideale biblioteca. Fu anche investimento, perché l'Einaudi vendette poi quel blocco di libri ai centri di servizi culturali della Cassa per il Mezzogiorno, con notevole profitto.

Ma l'operazione era un atto di moderna politica editoriale, perché senza le biblioteche il libro non si conosce. «Produrre libri e promuoverne la lettura è un servizio pubblico». Sono parole di Giulio Einaudi, all'inaugurazione della biblioteca di Dogliani.

Trovo che siano parole di una modernità straordinaria, siano come la quadratura del cerchio, se vogliamo condividere l'idea che l'intera filiera del libro costituisce nel suo insieme, servizio pubblico.

Poi la scuola: leggendo i dati Istat, come ha ben rimarcato Argiolas, si scopre che con l'aumentare dell'età cala l'interesse per la lettura, in genere dopo i venticinque anni. Bordiga li chiama, bene, i lettori scolastici: la scuola, è evidente, specie attraverso i libri di testo e sino all'Università, ha un'incidenza decisiva nel determinare quei dati relativamente positivi. È dopo che manca il sostegno alla lettura, anche perché la scuola educa poco all'uso della biblioteca e alla frequentazione della libreria quando non ci si deve più andare per lo scolastico, e non insegna l'uso degli strumenti bibliografici.

Quei dati registrano un vero e proprio analfabetismo di ritorno legato a una frattura netta tra vita scolastica e l'uscita dalla scuola. Cui si aggiunge l'inserimento in professioni che non tutte esigono uguale qualità di tenuta dell'impegno culturale.

Ma tornando a Giulio Einaudi, mi pare che questa idea di servizio pubblico sia tale che, da sola, può giustificare il sostegno pubblico all'industria del libro, così come giustifica la spesa per la creazione delle rete di biblioteche ormai così fitta sul territorio nazionale e anche qui da noi, come ricorda Mannoni nel pezzo di Bordiga.

Io sono consapevole dei rischi che ciò comporta e credo che bisogna ammetterlo con franchezza, per evitare distorsioni dell'offerta. Io non sono mai stato fedele devoto del mercato, che considero uno strumento necessario, ma non una divinità infallibile.

Però temo un'offerta editoriale dopata dall'intervento pubblico, che le toglie libertà e qualità. Giudico l'offerta editoriale sarda, oggi, dotata di uno slancio interessante, grazie a alcuni editori medio piccoli, che sono riusciti a superare il mercato locale. Né in Sardegna abbiamo tra i nostri vanti un editoria grande, e ci sogniamo invano di svegliarci un mattino trovando un Laterza tra i nostri imprenditori.

Qui si pubblicano prevalentemente autori sardi o anche non sardi che operano negli atenei sardi. Difficilmente grandi nomi al di fuori di quelli, scelgono editori sardi, anche se talvolta avviene il contrario, di sardi editi fuori. Ad esempio nel campo nella letteratura (oggi: Niffoi con Adelphi, Mannuzzu e Angioni con Einaudi, sono un esempio).

Certamente questo è conseguenza anche della vecchia, e ormai abrogata dal 1998, legge sull'editoria, su cui l'impresa sarda si è adagiata comodamente, anche se non esclusivamente. Quella legge ha dopato i cataloghi degli editori sardi e consentito che improvvisati editori o, come si scriveva nei cataloghi delle biblioteche, ed. tip. (editori tipografi), vivacchiassero e intasassero gli scaffali. E che, col sistema dell'acquisto delle copie da parte della Regione, fossero quelli dei suoi magazzini a essere stipati.

Mannoni dichiara a Bordiga che gli interventi regionali devono mirare alla qualità del prodotto editoriale. Questo non è avvenuto e non avviene sempre, perché i parametri che consentono l'assegnazione di contributi non centrano il risultato di sostenere solo una editoria di qualità. Non è una novità, è nuova la chiarezza di Mannoni sul tema.

Certo la definizione della qualità del prodotto editoriale non è facile e può essere oggetto di equivoci e di prevaricazioni e una nuova legge dovrà sforzarsi di dare forma a questo requisito: l'esperienza insegna che comitati e commissioni di esperti e cose simili non hanno soddisfatto quelle aspettative e oggi si è sperimentato che anche la presenza diffusa nei banchi delle librerie non sempre significa qualità.

È comprensibile anche che l'editoria in Sardegna sia in prevalenza orientata alle cose della Sardegna: è giusto. Ma ciò non determina espansione dei mercati per l'impresa nostrana, se non per quelle opere che possono raggiungere il mercato dell'emigrazione e per quelle di carattere generale, di consultazione o i repertori che sono destinati alla ricerca, alle biblioteche, agli studiosi.

Siamo davanti a problemi complessi e a un mercato fragile, perché offre beni che per la stragrande maggioranza della famiglie italiane sono, purtroppo, marginali rispetto a quelli che assicurano la sopravvivenza. Incide anche il fatto che i giovani lasciano tardi la casa dei genitori e quindi tardano a formarsi nuove librerie di famiglia, perché sono sufficienti e disponibili quelle del nucleo d'origine. E le nuove case d'abitazione sono misurate per i servizi di prima necessità e non sempre offrono molto spazio alle raccolte private di libri.

Ma a questo si pone rimedio con la rete pubblica di servizi bibliotecari. Molto qui viene fatto, molto può essere ancora fatto sul piano della quantità di opere disponibili. Si tratta di creare l'abitudine all'uso di questi servizi, che nelle grandi aree urbane devono essere disseminati nel territorio per essere facilmente conosciuti e utilizzati e non concentrati solo in grandi istituti bibliotecari centralizzati.

Occorre un nuovo atto di fiducia nel libro. L'informatica ha messo in crisi enciclopedie, repertori, cataloghi, opere di indicizzazione, arricchendo e agevolando la ricerca al loro interno in maniera un tempo inimmaginabile. Dante Alighieri lo possiamo anche scaricare, ma per stamparlo su carta e leggere con la penna in mano, per capirlo. Io preferisco ancora comprarlo dal libraio.


Google
 


© 2007 Nesos Editoriale Indipendente srl - Cagliari