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sabato 19 maggio 2007

Venditori di fumo sponsor del carbone
Regione, attenta ai piazzisti
e alle politiche spericolate senza futuro

di Maria Letizia Pruna

L'intervista a tutta pagina della Nuova Sardegna a Rinaldo Sorgenti, vicepresidente di Assocarboni, mi è parsa sconcertante da molti punti di vista (potrebbe essere esilarante se non fosse per la serietà del tema). Innanzi tutto è quanto meno curioso che per capire se è utile e opportuno utilizzare di più il carbone come fonte di energia si vada a chiederlo ad un rappresentante dell'associazione di imprese che importano e commerciano carbone: equivarrebbe a chiedere al titolare di un'enoteca se è conveniente produrre più vino.

È un peccato che il giornalista non spieghi meglio il ruolo dell'intervistato (il lettore medio non è tenuto a sapere che cos'è l'Assocarboni, che peraltro, nell'ambito delle politiche energetiche nazionali e internazionali, conta come il due a briscola): si tratta di un'informazione essenziale per comprendere almeno in parte i rozzi ragionamenti riportati nell'articolo.

Le affermazioni di Sorgenti sono così sconcertanti che mi è venuta voglia di sapere qualcosa di più su questo strano signore che dice cose assurde con una leggerezza che oltrepassa abbondantemente la decenza. Mi sono quindi presa la briga di cercare sul web qualche informazione, e ho scoperto per cominciare che il signor Rinaldo Sorgenti, che appare così convinto del facile uso del carbone, pare non sia neppure laureato (e questo spiegherebbe la sua approssimazione), e che nel dicembre del 2005, in qualità di vicepresidente della Stazione sperimentale per i combustibili di San Donato Milanese (ente pubblico economico fondato, come molti enti utili, con regio decreto del 1940), ha firmato insieme a illustri rappresentanti del mondo scientifico una lettera indirizzata al Presidente della Repubblica nella quale si afferma, tra le altre cose, che «l'alternativa alle fonti fossili - inquinanti e sempre più costose - è offerta solo dalla tecnologia nucleare da fissione».

Internet fa scoprire altre informazioni curiose su questo personaggio: è membro del direttivo di una associazione che si chiama “Quelli del '94”, che rappresenta un movimento ispirato a coloro che nel 1994 hanno contribuito alla nascita di Forza Italia e alla vittoria di Berlusconi (per chi fosse curioso, consiglio di dare un'occhiata al sito dell'associazione: un vero delirio). Illuminanti interventi di Sorgenti si possono leggere su “Ragionpolitica”, rivista online del Dipartimento formazione di Forza Italia, il cui direttore responsabile è Gianni Baget Bozzo. Questo spiega come mai in qualche convegno sull'energia organizzato da Forza Italia il signor Sorgenti acquisisca il titolo di ingegnere. Non sappiamo dove - soprattutto come - abbia conquistato l'autorevolezza per la quale lo invitano a tutti i convegni, nei quali va dicendo che «basterebbe raddoppiare la quantità di energia elettrica generata con il carbone per ridurre la bolletta energetica di dieci miliardi di euro». Tutto qui. Semplice, no?

Sorgenti è un presenzialista e un grafomane (non deve avere molto lavoro con le sue multiple vicepresidenze), interviene in ogni forum o dibattito web sull'energia o temi affini, scagliandosi contro l'ecologismo catastrofico, il fondamentalismo ambientale (sic) e le altre forme di espressione del pregiudizio che penalizzano ingiustamente il consumo di carbone: secondo lui, infatti, osteggiano «l'incremento dell'impiego del carbone in modo ormai ingiustificato, e fanno percepire nell'opinione pubblica il carbone come un combustibile altamente inquinante» (sic). Il 29 luglio dell'anno scorso, non avendo di meglio da fare, ha scritto anche sul blog di Beppe Grillo, per sollecitarlo ad informarsi meglio (ce ne vuole di faccia tosta), così «avremo il piacere di sentirti dire cose più oculate. Altrimenti, pensa al teatro, è meglio».

Insomma, c'è da augurarsi che le scelte della nostra regione - di cui il signor Sorgenti si è molto compiaciuto durante la recente conferenza internazionale - non tengano conto delle sue idiozie. Ci fidiamo molto più di Rubbia (e di tanti altri veri esperti) che affermano che il “carbone pulito” non esiste, perché resta irrisolto il problema delle emissioni di anidride carbonica. Questo non significa chiudere il dibattito sul futuro del carbone, semmai condurlo in modo serio.

Le miniere di carbone non sono impianti industriali come tanti altri, sono più difficili da gestire di tanti altri (hanno un impatto molto più forte sul territorio, dal punto di vista sociale, economico e ambientale). Impongono scelte di politica industriale (ed energetica) di lungo periodo, non decisioni capricciose e contraddittorie. Non si può decidere di rimettere in attività una miniera di carbone ferma da oltre vent'anni, con ingenti investimenti per dotarla delle tecnologie più avanzate e delle professionalità necessarie, e dopo qualche anno decidere di fermare l'attività; poi, dopo qualche anno ancora, decidere di riattivarla di nuovo (con una inaugurazione un po' fuori luogo), come se si trattasse di aprire e chiudere un esercizio commerciale.

Le miniere del Sulcis sono state riaperte in condizioni sempre più incerte, e oggi, dopo decenni di dismissioni, forse senza neanche più una cultura mineraria solida come un tempo. Per decenni, dopo avere fermato la miniera (creando gravi problemi sociali nel territorio, in termini di occupazione ma anche di individuazione di nuove identità produttive), a Portovesme hanno continuato a bruciare carbone polacco e sudafricano (scaricato dalle navi carboniere con impatti ambientali non secondari).

E fino ad anni recenti è stato bruciato in impianti inadeguati a garantire condizioni di salute alla popolazione di quell'area, invece che costruire un impianto di gassificazione per utilizzare il “carbone Sulcis”, come ha fatto la Spagna nelle Asturie con il suo carbone, destinando alla costruzione del gasificatore i fondi europei dell'Obiettivo 1 del primo Quadro comunitario di sostegno, proprio negli anni in cui la Sardegna non riusciva a spenderli.

Sono passati inutilmente quindici o forse vent'anni. In effetti, è più corretto dire che i quindici o venti anni passati hanno cambiato molte cose. I progetti non sono gli stessi in qualsiasi momento si decida di realizzarli. Se saltano i tempi, può essere compromessa la ragionevolezza di certi progetti. Diciamo quindi la verità: se c'è un momento sbagliato per parlare di sfruttamento del carbone è proprio questo. Ci vuole perizia per decidere di fare certe cose nel momento peggiore.

La nostra regione avrebbe potuto e dovuto usare il carbone sardo da almeno vent'anni, predisponendo gli impianti adatti nei tempi giusti, con scelte più coerenti, da difendere con maggiore determinazione, evitando che ingenti investimenti per la riattivazione delle miniere del Sulcis venissero vanificati dopo pochi anni anche per colpa di un partner pubblico inaffidabile (l'Enel), con il quale oggi si è rifatto un accordo dal quale di nuovo dipendono le sorti della produzione locale di carbone.

Paghiamo quindi le conseguenze, ancora una volta, di politiche sbagliate, miopi, legate a obiettivi e pressioni contingenti più che a progetti lungimiranti. Se avessimo il gassificatore e se la miniera fosse a regime, non dovremmo decidere se utilizzare o meno il carbone. L'aspetto davvero più assurdo di questa faccenda è avere chiuso una miniera di carbone continuando a bruciare carbone (di altri). Le differenze di qualità tra i diversi tipi di carbone sul mercato internazionale (a più alto o più basso tenore di zolfo) si sarebbero potute affrontare con adeguati investimenti in tecnologie, che negli anni si sono fortemente sviluppate.

Oggi le questioni ambientali non sono più eludibili. Dovremmo tirare un sospiro di sollievo di fronte all'assunzione di posizioni ferme in materia di riduzione delle emissioni di CO2, invece che indignarci perché ci vogliono impedire di bruciare il nostro carbone.

Forse non è più tempo di investire rilevanti risorse in una miniera di carbone. In altri paesi europei, com'è noto, la chiusura delle miniere di carbone è stata tutt'altro che facile. La Gran Bretagna della Thatcher nel modo più brutale alla fine degli anni '80, ma poi la Francia e il Belgio negli anni '90, hanno chiuso le loro ultime miniere. Doloroso o meno che fosse, dal punto di vista sociale e non solo, lo hanno fatto (per motivi molto diversi). Ma soprattutto non hanno perso tempo a riconvertire le zone minerarie e certamente non torneranno sui loro passi.

Chi può garantirci che questa volta la politica regionale non stia di nuovo improvvisando scelte dispendiose e rischiose?


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