giovedì 17 maggio 2007
di Cristina Lavinio
Di che cosa parliamo quando parliamo di politica? Che senso diamo alla parola? Siamo veramente sicuri di capirci e di usare la parola politica nello stesso modo?
Queste domande si sono imposte l'altra sera, forse per l'ennesima volta, a chi ha visto in tv Ballarò, dove due differenti accezioni di politica si sono scontrate nel battibecco tra Renato Soru e Michela Vittoria Brambilla, la presidente dell'Associazione di destra dei Circoli della libertà. Più vicina all'accezione alta (ed etimologica) della politica, come impegno e partecipazione del cittadino al governo democratico della “cosa pubblica”, quella che le parole di Soru presupponevano quando obiettava alla Brambilla (che invece lo negava) che anche lei, con la sua associazione e con le sue precise prese di posizione, stava facendo politica.
Ben più ristretta l'accezione che la Brambilla teneva presente, e che è purtroppo molto diffusa: la politica la fanno i politici che, tra l'altro, sono pagati appositamente per farla. Mentre Soru invocava la necessità di allargare il più possibile il numero di coloro che fanno politica (occupandosi responsabilmente, da cittadini, di cose che riguardano tutti), la Brambilla pensava a una politica diventata una professione.
Ed è, la politica così intesa, una sfera particolare, provvista per giunta di un linguaggio che finisce per sembrare ostico ed estraneo ai più; e magari in mezzo (tra la gente comune e il mondo della politica) c'è la società civile che oggi chiede di partecipare maggiormente a una politica che è invece diventata sempre più lontana e autoreferenziale. Per di più tutti, quando parliamo in questo modo, dimostriamo di condividere e di far coesistere con la precedente questa accezione diversa, più ristretta, di “politica”.
Da qui - dalla politica come professione - a intendere la politica come qualcosa di parte, il passo, poi, è breve. È questa, infatti, una ulteriore accezione che spesso si sente circolare a proposito della politica: politica come sinonimo di partigianeria, magari passando per quelle parti che sono - lo dice la parola stessa - i partiti… Ho scoperto con sconcerto questa ulteriore discutibile accezione della parola sentendo dire che, a rigore, per non incorrere in un ossimoro, non si dovrebbe parlare di un linguaggio politico istituzionale (quello, per esempio, dei Presidenti della Repubblica), dato che le istituzioni sono o dovrebbero essere super partes…
Rendersi conto dell'esistenza di queste diverse accezioni e concezioni della politica, che attraversano e dividono i nostri discorsi e che, se non chiare nelle differenze, generano parecchi fraintendimenti, può servire non solo a facilitare l'intercomprensione, ma anche a riscoprire e contrapporre, a quella deteriore, un'accezione alta della politica, quella che ha fatto definire l'uomo come un animale politico, che vive e non può non vivere in una comunità (anche se non è più l'antica città-stato, la polis) dei cui destini ognuno, con il suo stesso comportamento e azione, ha una parte di responsabilità, lo sappia o meno.
In questo modo ciascuno scoprirebbe che non si può non fare politica; la si fa anche quando non si sa di farla, lasciando spazio ad altri di scegliere per noi. Ed è meglio, allora, farla responsabilmente, scegliendo e partecipando, seguendo e cercando di orientare le scelte di chi abbiamo delegato, con il voto, a governare, esercitando fino in fondo i diritti di cittadinanza sanciti dalla nostra Costituzione democratica.
E senza rassegnarci al ruolo di passivi consumatori in cui il mercato e chi lo governa (e anche molti liberisti di destra e di sinistra) vorrebbero relegarci.
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