martedì 15 maggio 2007
di Cristina Lavinio
Parlare oggi di scuola significa preoccuparsi, oltre che della dispersione scolastica, anche della qualità dell'insegnamento e degli apprendimenti. E significa anche capire che le due cose sono meno slegate di quanto possa sembrare. Bisogna lavorare per un innalzamento della qualità della scuola, con una attenzione seria perché vi vengano impartiti e curati innanzitutto i saperi fondamentali, cioè quelli di base, su cui si costruisce la possibilità di apprendere tutto il resto, fino a conseguire le capacità e i saperi più specialistici. E in questo modo si combatte anche la dispersione, si evita che si perdano per strada tanti ragazzi delle cui intelligenze istruite si ha più che mai bisogno nella nostra “società della conoscenza”.
Probabilmente non c'è nessuno che, oggi, non si possa dichiarare d'accordo con tali affermazioni, simili alle tante che infarciscono, soprattutto in periodo elettorale, i discorsi e i programmi politici in tema di scuola. Ma, tra il dire e il fare… Sappiamo dei tagli sistematici e comunque della percentuale bassissima (rispetto al PIL e rispetto a quanto accade in altri Paesi) degli investimenti per la scuola. A prescindere dai governi, di centrodestra o di centrosinistra. Deploriamo la cosa, sperando sempre in tempi migliori e in politiche più lungimiranti, attente a investire in settori cruciali (come, appunto, la scuola), anche se il frutto di tali investimenti non sarà immediato, e dunque non sarà elettoralisticamente sfruttabile.
Uno dei problemi delle politiche dell'istruzione sta proprio in questo: molto meglio accontentare, con politiche di corto respiro, quei settori che possono produrre risultati, e dunque voti e consensi, nell'immediato. Per di più sembra a molti che la scuola sia un tema difficile e noioso, con cui non è opportuno tediare più di tanto l'opinione pubblica. O, peggio, con cui non è opportuno tediare se stessi cercando di capire. Molti, troppi, sono anche i politici che hanno solo informazioni superficiali sulla scuola, la sua organizzazione, i suoi problemi. Eppure dovrebbero legiferare al riguardo (e penso tra l'altro alla legge regionale sulla scuola che quest'anno dovrebbe finalmente andare in aula). Inoltre, troppi sono coloro che non vedono la portata di problemi liquidati velocemente come “semplici” rivendicazioni sindacali.
Uno di questi problemi è quello della saturazione delle 18 ore, formula misteriosa dietro la quale c'è una norma introdotta dalla finanziaria del 2002 (governo Berlusconi) che non è stata intaccata dal cacciavite dall'attuale ministro Fioroni, attento invece a controllarne accuratamente l'applicazione. Si tratta semplicemente di questo: ogni insegnante, sulla base di questa nuova norma, deve necessariamente svolgere in classe, per intero, tutte le sue 18 ore settimanali; non può più restare a scuola a disposizione per altre attività, comprese le supplenze nel caso di assenze improvvise dei colleghi, quando la distribuzione (sensata e non meramente burocratica) delle sue ore nelle classi non arrivi alla cifra tonda di 18.
Che problema c'è?, si dirà. Questo provvedimento, fatto in nome di un astratto bisogno di risparmio (di posti di lavoro per docenti), è in realtà devastante ai fini della qualità dell'insegnamento. Per capirlo, bisognerebbe tenere presente che l'orario scolastico settimanale è composto da materie che hanno un numero differenziato di ore per classe. Per esempio, in ogni classe, quattro per l'italiano, due o tre per la matematica. A partire dalla scuola media, dunque, lo stesso insegnante ha sempre avuto più classi, prima di tutto del medesimo corso (per esempio, insegnando dalla prima alla terza le stesse materie nella stessa sezione). Se poi la somma delle sue ore nelle varie classi delle medesime sezioni non era proprio uguale a 18, per completare il suo orario l'insegnante faceva utilmente altro e non era costretto ad avere ore di risulta in altre classi ancora. Si badava così alla “continuità didattica”, cioè a quel meccanismo che fa sì che non si debba cambiare insegnante ogni anno per le stesse materie, almeno nel medesimo ciclo scolastico.
Non c'è bisogno di essere psicologi o pedagogisti: lo stesso buon senso dice quanto la continuità didattica sia, in genere, garanzia di un insegnamento migliore, programmato non solo sul breve periodo, fondato su una conoscenza tra insegnanti e alunni maturata nel tempo. Ciò permette di curare meglio gli apprendimenti e di economizzare in “negoziazioni” di metodi e comportamenti, come accade invece ogni volta che si cambiano interlocutori, impiegando tempo e fatica nei processi di adattamento degli uni agli altri.
Adesso, con le 18 ore da fare tassativamente in classe, non si riesce più a garantire la continuità didattica e può capitare di dover cambiare insegnante di matematica, di italiano, di filosofia ecc. di anno in anno, passando da una classe alla successiva. Si è costretti infatti a distribuzioni orarie assurde che, tra l'altro, spezzano le cattedre (fatte spesso di più materie, come nel caso di matematica e fisica oppure di italiano, storia e geografia). Oltre che la continuità didattica, ne risulta limitata l'interdisciplinarità che si instaura spontaneamente almeno tra le diverse materie impartite da uno stesso insegnante. Peggiora così notevolmente, con questo provvedimento apparentemente innocuo, la già discutibile qualità della scuola. Di cui, evidentemente, ci si preoccupa solo a parole, se si lasciano in piedi norme di questo tipo.
Al riguardo, i docenti e il personale tutto del liceo scientifico “Alberti” di Cagliari hanno in questi giorni sottoscritto un documento che è stato fatto proprio e approvato all'unanimità anche dall'assemblea cittadina (svoltasi l'11 maggio) convocata dai sindacati confederali della scuola. Del resto, è solo l'ultimo dei tanti documenti analoghi emersi dalle tante proteste che sono state inutilmente manifestate dagli insegnanti di tutta Italia, a partire dall'introduzione di 18 ore così concepite.
Ma il problema è solo sindacale? Ai lettori valutare, sperando che tra loro ci siano anche non addetti ai lavori, cioè non solo appartenenti al mondo della scuola, ma cittadini consapevoli dell'importanza cruciale di tale istituzione e disposti a prendere posizione perché si arresti la deriva che l'ha investita. E di cui l'attuale normativa sulle 18 ore è solo una delle tante componenti.

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