lunedì 14 maggio 2007
di Giorgio Melis
Allora, un milione di persone in piazza per il family day: come il tax day, election day, Coca day o Mc Donald's day. Verrà anche il gay day, che è pure cacofonico e via anglicizzando tutto a viva forza perché l'italiano non è più abilitato a esprimere idee e azioni. Di questo passo, se il Papa o un vescovo parlerà di “vox Dei”, molti penseranno che solo la pronuncia sia giusta: ma si dovrebbe scrivere “vox day”, perché anche la voce dell'Altissimo andrebbe declinata secondo la lingua universale e onnipresente anche se non ancora del tutto onnipotente.
Insomma, parlavamo all'americana. Magari l'inglese in tema di famiglia non era pertinenente per la Chiesa e dintorni. La pia, infrangibile famiglia cattolica italiana è stata per decenni contrapposta a quella volubile, precaria, mutevole degli Usa: con divorzi plurimi, magari per “crudeltà mentale”, preludio ad altri matrimoni. Ma ora è cambiato tutto anche lì e le convivenze di fatto, che si sciolgono senza divorzio, hanno superato quelle sancite civilmente e religiosamente.
L'anglicizzazione del “giorno della famiglia” era inopportuna anche pensando solo alla Gran Bretagna: dove c'è di tutto e di più da moltissimi anni, coppie eterosessuali e omosessuali, pure qualche convivenza incestuosa che è troppo anche per gli stomaci più corazzati. Non si sarebbe potuto ricorrere al gallico idioma perché “jour de la famille” evoca tolleranze e aperture che la Francia ha sancito da molto tempo per le unioni di fatto, anche omosessuali. Un autogol sarebbe stato anche richiamare l'eventuale “dia de la familia”. La Spagna ha già legiferato positivamente per i suoi “Dico” e non è stato il famigerato Zapatero: è avvenuto durante il governo e con l'assenso del cattolicissimo e destrorso Aznar, il compare di Berlusconi ma assai meno ipocrita del Cavaliere.
Insomma, l'unica era buttarsi sul vecchio latinorum (con molti rischi) e sul suo “una caro”, una sola carne, mutuato dalla Bibbia per indicare la fusione anche fisica del matrimonio senza specificarne l'indissolubilità.
Siamo praticamente l'unico Paese dell'Europa occidentale a non riconoscere quel “diritto leggero”, umano, dovuto e solidale, che ovunque si riserva alle convivenze extra, pre o post matrimoniali. La differenza è che noi abbiamo il Vaticano, con un Papa che è anche un secondo capo di Stato informale nel Bel Paese. Sia chiaro: Dio ce lo mantenga, anche se meno pervasivo.
Il Tevere si è di nuovo ristretto. Tra le sponde dello Stato italiano e quello pontificia non c'è più il “Tevere largo” che era il sogno dei nostri grandi laici (Giovanni Spadolini ci scrisse più di un libro), nel rispetto e nella separatezza tra le due sfere. Allora: un milione in piazza per la famiglia. Qualcuno si poteva meravigliare? Semmai pensavamo che potessero essere tre-quattro milioni, come quelli che Sergio Cofferati portò in piazza a Roma contro il governo Berlusconi. Le “divisioni di Dio” si sono trattenute dall'esagerare in folle ancor più oceaniche.
Anche perché la compagnia era variegata e non tutta credibile come i cattolici puri e duri. Peraltro mobilitata da Forza Italia, An, Udc, Mastella, Lega, dunque poco confessionale e molto politica. Fa lo stesso. Con qualche imbarazzo, tuttavia. Berlusconi è notoriamente un fan della famiglia al punto di volerne molte: ne ha consacrato due ufficiali e un numero imprecisabile e sterminato di occasionali, genere Dico e fotto per settimane, mesi o anni, da Arcore ultimamente a Villa Certosa. Essendo l'Unto e ritenendosi miglior giudice del Papa, ha decretato che “nessun cattolico potrebbe votare a sinistra”. Ci sono, siamo alcuni milioni di italiani che lo dicono e lo fanno da sempre: ora saranno obbligati a scegliere.
Ma a parte queste amenità (diffuse alla grande nel Polo neo-con), resta la domanda. Dopo sa die de sa famiglia, cosa cambia? I Dico, all'ingrosso, dovrebbero essere già spacciati. Tra resipiscenze di Rutelli, piacione ad usum clericum, ex radicale magnacicoria e incenso, lo scatenato parroco godone Mastella( ha comunque consacrato un Dico ministeriale con Giampaolo Nuvoli), i tormenti di metà dei diellini (a differenza dei tosti ex dc alla Marini, Rosy Bindi, Antonello Soro e altri), gli equilibrismi di parte dei Ds che a forza di cambiare nome hanno perso anche l'indirizzo, il senso di sé e della propria storia, tra tutto questo bailamme e lo scatenamento di destra e Lega in sintonia con sacrestie e curie d'assalto, il percorso dei Dico in Parlamento rischia d'essere un'infinita e disastrosa traversata del deserto.
Figurarsi dopo la grande rispettabile parata di sabato. Deus non vult, si griderà esaltando contro i Dico la vox populi (day, naturalmente). Eppure qualcosa non quadra. La piazza è piena, come quando si mobilitano i sindacati o i tifosi. Ma le chiese restano tristemente vuote, come lamenta la Chiesa, che patisce anche il crollo delle vocazioni, spera nel bacino sudamericano e va a cercare preti anche all'Est mai cattolico Polonia a parte. La piazza era piena ma quanto è vasto, oltre l'iscrizione d'ufficio di quasi tutti gli italiani, il popolo davvero cattolico, le divisioni di Dio? Quantitativamente si è molto ristretto. Ma ha qualità e soprattutto un'enorme bimillenaria capacità di far valere il suo potere presso il potere temporale, pesando dieci-cento volte il numero dei credenti: solo in Italia.
Tutti si dicono cattolici. Ricorda l'ultimo, straordinario Papa Wojtiyla. Mai tanto osannato, amato, celebrato: mai tanto poco ascoltato quando lanciava i suoi grandiosi anatemi contro le disuguaglianze e le povertà del mondo, l'egoismo dei Paesi ricchi, le guerre che non potrebbero avvenire fra i dannati della terra senza le armi e gli interessi dell'opulento Occidente. Bisgona cominciare a gridare che il peso politico del Vaticano è debordante, anche perché c'è un clero afono e diligente. Le voci profetiche alla cardinal Martini sono ormai totalmente isolate in una gerarchia conformista e senza slanci.
Ce n'era una che sui Dico diceva cose controcorrente molto sgradite a sua Eminenza Camillo Ruini. Ma è morto: sarà magari vero che se ne vanno i migliori. Il sardo cardinale di Ozieri Mario Francesco Pompedda, insigne studioso di materie giuridiche che aveva dovuto applicare come presidente del Tribunale della Segnatura (l'ex Sacra Rota) aveva detto e ridetto che bisogna fare i conti con le convivenze. “Le coppie di fatto sono un fatto: non possiamo negarne l'esistenza”. Una semplice presa d'atto di una realtà innegabile, postulando indirettamente una soluzione anche giuridica. Ora non ci sono più dissonanze nel mondo vaticano. Ma il problema resta e resterà anche se si vuole buttarlo sotto il tappeto come polverosa mondezza.
Sono centinaia di migliaia o qualche milione di persone coinvolte. Fossero anche poche decine, neanche dieci milioni di persone in piazza possono spingere uno Stato che non sia una teocrazia a negare i loro diritti. Perché in democrazia la libertà di ciascuno finisce dove comincia quella del vicino, che vale lo stesso perché tutto si tiene. Il rispetto delle minoranze è l'essenza della democrazia, il fondamento che le distingue dalle dittature.
Cosa si chiede per le coppie che non vogliono, non possono o semplicemente preferiscono non sposarsi? Minimi riconoscimenti di carattere sostanziale e morale. Non pretendono, e la proposta di legge lo esclude fin troppo duramente, che possano essere equiparati alla famiglia tradizionale, Spesso si tratta di misure puramente solidaristiche, umanitarie. La carità cristiana dovrebbe per prima porsele sulle spalle: anche nel dissenso. Non si è sempre sentito dire che la Chiesa condanna il peccato, non i peccatori? Qui pare che con i Dico arriverebbero Sodoma e Gomorra, la poligamia, le perversioni peggiori. Il disfacimento della famiglia (attenti a non santificarla troppo: il concentrato di violenza, odio, miserie e perversioni che spesso ingloba sono ormai un fatto di massa) non è creato dai Dico. È in atto da qualche decennio, inarrestabilmente.
Nella cattolicissima Italia si fa infinitamente meno che nella laica Francia, nella Gran Bretagna anglicana, nella Germania luterana (tutte cristiane, non dimentichiamolo) per sostenerla sul serio e non con i sermoni. E i governanti sono invitati non a scomunicare i conviventi ma a misure concrete per favorire matrimoni e unioni, soprattutto la natalità e dunque bambini le cui madri sono sostenute socialmente e finanziariamente, trovano asili nido che da noi sono per i nababbi. I Dico o come diavolo si vogliano chiamare sono l'effetto, non la causa. Cui si vuole dare una modesta risposta estendendo alcune garanzie sociali ai conviventi e ai loro figli.
Non è solo il relativismo, il consumismo coniugale, l'usa-e-getta di coppia che ha fatto crollare i matrimoni (anche quelli civili: pochi decenni fa, la Chiesa li condannava, bollando come concubini i contraenti). È che la vita è diventata un incubo per i giovani e non solo. Tutto è precario nelle loro esistenze: lavoro, casa inabbordabile, pensione inarrivabile. Sono nevrotizzati da una precarietà totale: il matrimonio gli appare come un vincolo insostenibile, l'unica cosa non cedevole nella loro disperante società liquida.
Stanno in famiglia oltre i 40 anni. Presente buio, futuro nero. Ma quanti possono prendersi (e vogliono, anche per consumismo sessuale) assumersi una responsabilità che anche a scioglierla costa soldi che non hanno e fatiche che non reggono? Ciascuno di noi ha conosciuto molte coppie di conviventi che si sono puntualmente sposati quando hanno potuto, portando al matrimonio figli cresciuti come e talora meglio dei coniugi consacrati. A questi giovani si sbatte in faccia la porta di una minima solidarietà e riconoscimento: sotto la spinta della Chiesa di Cristo.
Non siamo teologi ma i Vangeli e gli Atti degli Apostoli li conosciamo per lettura non occasionale. Non c'è un solo passo in cui Cristo abbia respinto qualcuno, specie i “peccatori”, accogliendo tutti nella carità che era e resta il rivoluzionario portato della sua predicazione. La Chiesa ha dovuto fare ammenda di errori e colpe inauditi nella sua storia. Ha indotto i credenti a non osservarne i precetti come quando ha negato l'uso della pillola adoperata in tutto il mondo. Strana Chiesa che non ha pietà dei poveri genitori portatori di gravissime malattie e che vogliono figli. Con la legge sulla fecondazione artificiale, dove Ruini si è mosso meglio di qualunque spregiudicato politicante usando l'astensione fisiologica come consensi per il Vaticano, è impedito il controllo post-impianto: per cui i disgraziati genitori possono solo votarsi a partorire figli condannati. E infatti il “turismo” all'estero della fecondazione è diventato un piccolo fenomeno. Senza problemi per i ricchi, un calvario per chi non ha mezzi e conoscenze ma vuole comunque un figlio. Mater magistra?
E comunque cosa c'entra, quale precetto religioso violerebbero i Dico? Nessuno, tranne una pretesa antidemocratica che lo Stato sempre meno laico subisce. A questo tanto vale proclamare l'obbligatorietà del matrimonio e sanzionare penalmente qualunque convivenza fuori di esso:; come un tempo gli adulteri erano passibili d'arresto e venivano concretamente incarcerati. Sono più coerenti un obbligo legale e una sanzione giudiziaria piuttosto che questo festival d'ipocrisia che nasconde ben altro.
Come ha acutamente notato Anna Oppo, l'obbiettivo principale non sono le coppie eterosessuali bensì quelle omosessuali. Per averne la prova, basta citare le parole del leghista Calderoli (anche lui al family day: sposato tre volte, l'ultima col rito pagano del dio Po). Calderoli è la pancia della destra, dice quello che gli altri pensano senza esprimerlo apertamente. «Nel family day, ha vinto Adamo ed Eva contro Adamo e Giuseppe per sei a zero». Illuminante. Il bersaglio principale sono i gay. Che dovrebbero torturare come loro peggiori nemici chi per prima e ancora parla di matrimonio gay. Provoca disagio e rifiuto anche nei più tolleranti. Ma scatena reazioni incontrollate nella massa, usate a pretesto per una nuova caccia alle streghe mentre l'intolleranza si era molto ridotta
.Il rigetto della Chiesa è particolarmente duro e spiegabile. Anche se è indegno usarlo per colpire pure le coppie eterosessuali. La caccia all'untore omosessuale è però doppiamente sospetto, perché comprensibile nelle sue origini, da parte della Chiesa. Che vive, soffre e patisce nelle sue stesse carni, da sempre e ora, il tormento, il dramma e gli abusi dell'omosessualità segreta: nascosta eppure praticata, magari con gli orrori della pedofilia incubata nei luoghi dell'insegnamento cristiano. L'estremismo fondamentalista contro i gay è come un atto dovuto, impone una negazione assoluta verso un fenomeno che la Chiesa conosce e soffre anche in se stessa. Non riesce a esorcizzarlo al proprio interno: si sente obbligata a farlo all'esterno per cercare di essere - vanamente - al di sopra di ogni sospetto: mentre i laici illuminati mai attribuirebbero alla Chiesa le deviazioni di suoi sacerdoti in mezzo alla stragrande maggioranza che onora la fede e la missione evangelica fino al dono e al sacrificio di se stessi.
Purtroppo di questi temi si discute nell'ipocrisia e nel chiuso, cercando capri espiatori spesso per non colpe che sono innanzitutto un dramma per chi vive un'omosessualità percepita all'esterno come colpa, vizio, segregazione e discriminazione. Purtroppo anche qui manca la carità cristiana, subordinata a una “verità” che spesso ne è l'opposto.
Insuperabili le parole del grande giurista Gustavo Zagrebelsky al proposito. “Non dalla carità ma dalla dottrina della verità l'etica cristiana predicata dal magistero è così venuta a dipendere. Nella “nuova alleanza” di fede e ragione, l'etica della carità resta soverchiata e l'etica della verità si trasforma in precettistica, in codici di condotta non molto diversi da quelli giuridici. Difatti essa non prova alcuna ripugnanza, anzi mostra una naturale propensione a volersi imporre attraverso l'ordinamento delle leggi civili. In questo può scorgersi l'oblio dell'originario spirito evangelico”.
Parole distaccate ma severe e pertinenti. Specie nell'intervento ossessivo della Chiesa in materia di sessualità.
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