domenica 13 maggio 2007
di Nanni Spissu
C'è un motivo serio per parlare di beni culturali. Anzi, meglio, ce ne sono due.
E cominciamo dal più facile: per ricordare che fino al 20 maggio in tutta l'Italia è arrivata la settimana della cultura voluta dal Ministero dei Beni culturali. Programmi molto interessanti, visite ai musei, tutti gli istituti statali impegnati con iniziative originali, così come amministrazioni locali e privati. Si può sapere tutto, quindi anche quanto riguarda la Sardegna, consultando il sito del Ministero (MIBAC).
Un secondo motivo è un intervento di Salvatore Settis su “La Repubblica” del 4 maggio, pubblicato sotto il titolo: “L'attacco delle regioni ai Beni culturali”.
Intanto Salvatore Settis: uno dei baluardi nazionali della difesa del nostro patrimonio culturale, direttore della Scuola normale di Pisa, professore ordinario di Storia dell'Arte e dell'Archeologia classica, accademico dei Lincei, presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali dal 2006, di cui è vice Antonio Paolucci, già ministro dei Beni culturali. Quindi autorevolezza a iosa, in prima linea a denunciare i rischi derivanti dalle politiche di svendita del nostro patrimonio culturale attuate dal governo di centrodestra. Il tutto con una pubblicistica di alto livello scientifico e di documentata denuncia di quello che in maniera icastica definisce l'Italia s.p.a., come recita il titolo di un suo famoso libro.
Settis, sfogliando il cosiddetto albero del programma del Governo Prodi, sul sito dello stesso governo, si sofferma sul ramo “Valorizzare il nostro patrimoni di beni culturali e paesistici”. A cascata, questo il che fare. Ecco: consolidare l'organizzazione statale della tutela; incrementare le capacità operative delle Soprintendenze; rafforzare i poteri e l'autorevolezza dei soprintendenti; estendere le funzioni di tutela ai governi territoriali, lasciando allo stato le funzioni di alta garanzia generale.
Questo progetto, definito da Settis anticostituzionale, se reale, non solo testimonierebbe una sorta di sciatteria governativa nella gestione di una materia così delicata, ma farebbe pensare a una grande operazione delle Regioni per appropriarsi attraverso la valorizzazione anche della competenza in materia di tutela. Torneremo più avanti su questi concetti.
Intanto va riconosciuto che lo Stato ha i suoi meriti, grandi, nella storia della difesa dei nostri beni culturali. Si pensi solo al fatto che nel 1939 nascevano in Italia due leggi fondamentali che hanno espresso, in relazione ai tempi della loro approvazione, una cultura della tutela molto avanzata.
Ma che, nell'Italia di oggi, la salvaguardia debba passare necessariamente solo dall'amministrazione dello Stato e che le Regioni siano di per sé un pericolo non sembra affatto automatico.
Per ragioni, come si dice, del mio ufficio, sono testimone del fatto che in Sardegna questo assunto non è dimostrabile, non è lo stato negli ultimi trent'anni e dopo la nascita delle Regioni ad autonomia ordinaria, quando molte di esse si sono dotate di legislazione molto avanzata, per esempio, in materia di beni librari, allorché furono loro trasferite le soprintendenze. E ciò non fu nemmeno quando, con la delega alle Regioni delle competenze in materia di paesaggio, la tutela paesaggistica fu loro affidata, seppur con la folle e finale supervisione delle soprintendenze statali sugli atti di concessione di nulla osta.
Mi fu dato di incontrare il professor Paolucci che, nella sua veste di ministro dei Beni culturali, rendeva visita al presidente della Regione. Egli, soprintendente storico di Firenze, finissimo studioso, acconsentì a effettuare una visita lampo alla città. E fu facile dimostrargli come una serie di cose mostruose consentite dal dopoguerra ad allora non erano certo da attribuire alla sciatteria della Regione, delegata dal 1978, con norme d'attuazione. Delega concretamente esercitata solo dal 1984 e quindi la storia raccontava che quelle brutte cose di Cagliari non furono certo autorizzate dalla Regione.
Certo non esistevano allora le norme volute da Galasso sulla tutela del paesaggio e questo rende comprensibili molte cose, legate anche a una scarsa diffusione, a livello di coscienza collettiva, di una convinta e consapevole cultura della salvaguardia.
Esiste ancora, dura a morire, una cultura antiregionalista e proconsolare in un ministero tra i più centralisti. Io provengo da quei ruoli e so, ad esempio, che da quel ministero, per i beni librari, sono nate politiche straordinarie e profetiche per la lettera pubblica. Ma so anche che la Regione ha saputo onorare, sviluppare, diffondere quella filosofia delle sviluppo delle biblioteche e anche della tutela del ricco materiale librario raro, generando un servizio avanzatissimo e diffuso in quasi tutti i comuni sardi. Così come ha saputo assecondare, sopravanzando le intuizioni iniziali dello Stato, modelli altamente tecnologici di gestione del patrimonio, con la creazione di archivi informatici ora diffusissimi.
Oggi la Regione si è dotata di uno strumento rigorosissimo di tutela del paesaggio, che semmai è aggredito da interessi variamenti connotati per presunto eccesso di tutela, non certo per lassismo. E si era già dotata di piani paesaggisti, che furono annullati in sede di giurisdizione amministrativa, per carenze di tutela. Ma la Regione fu tra le prime a dotarsi di quel tipo strumento, che pur con le debolezze manifestate, appariva allora il risultato di uno sforzo culturale nuovo. La nascita delle Regioni a statuto ordinario determinò un'esplosione delle politiche di valorizzazione, con legislazione avanzatissima in materia di servizi bibliotecari e museali, poi sempre aggiornata nel tempo: ricordo la Toscana, l'Emilia Romagna, la Lombardia, la Puglia. È stata una stagione ricca di fermenti nuovi e le regioni furono un grande moltiplicatore delle politiche culturali, al di là e oltre le competenze.
Sarebbe, dice Settis, anticostituzionale la previsione di estendere alle Regioni, Province e Comuni competenze di tutela. L'art. 117 della Carta riserva allo Stato, in via esclusiva, quelle competenze. È invece competenza concorrente quella in materia di valorizzazione, spettando alle Regioni la potestà legislativa, eccettuata la determinazione dei principi fondamentali, lasciata allo Stato. L'art. 118 consente poi, anche in materia di tutela, forme di coordinamento tra Stato e regioni tramite la legge statale.
Non è questa la sede per affrontare problemi molto complessi, di interpretazione dell'assetto delle competenze come scaturisce dal nuovo titolo quinto della Costituzione, come, ad esempio, sui rapporti tra tutela e valorizzazione e sulla loro interdipendenza; e così sulla questione della gestione dei beni cui fa riferimento il decreto Bassanini sulla riforma della pubblica amministrazione. Né chi scrive se lo può permettere.
Ma la questione, politica, mi sembra essere questa: è possibile immaginare, fatta salva la difesa in capo allo Stato degli ambiti relativi al coordinamento, all'eventuale esercizio di funzioni sostitutive, alla garanzia di omogeneità delle politiche e degli standard, per esempio in materia di restauro e di catalogazione, o come dice l'Albero di Prodi, «alle funzioni di garanzia generale», in base al principio di sussidiarietà, un'evoluzione della materia che consenta che il livello (istituzionale) più alto non faccia ciò che può essere correttamente fatto da quello più basso?
Si può rispondere si.
Le autonomie hanno dimostrato via via chiarezza di obiettivi e determinazione nel perseguirli, come lo Stato e talvolta di più, se si pensa che proprio dallo Stato veniva l'idea di mettere all'incanto il nostro patrimonio culturale per fare cassa.
La Regioni, d'altra parte, hanno anche dimostrato di sapersi e potersi dotare di personale di livello almeno pari a quello centrale. Le eccellenze e le debolezze sono equamente diffuse e bastava e basta guardarsi intorno, ieri e oggi.
Siamo in Sardegna e guardiamo quindi alle cose di casa nostra. Noi abbiamo una consapevolezza del valore e della peculiarità della nostra storia. Il fondamento della nostra specialità, la sua ragione profonda sta nella nostra storia e per questo l'abbiamo difesa, anche quando sembrava che per noi quella specialità potesse persino essere una remora.
Ora abbiamo una legge sui beni culturali molto avanzata e manifestiamo nel settore culturale un dinamismo vivace e consapevole, seppur sovente appesantito da un'idea di sardità oppressiva e opprimente e nient'affatto liberatoria. La nuova legge si propone, superando concretamente e modernamente le discrasie concettuali insite nella scansione in tutela, valorizzazione e fruizione, il fine di favorirne l'integrazione, in una visione armonica con le politiche del territorio.
Visione unitaria, per valorizzare «beni, istituti, i luoghi della cultura, e i relativi contesti territoriali». Tutto ciò non in splendido isolamento, ma con lo Stato e in rapporto con Province e Comuni, i cui compiti, come quelli della Regione, vengono puntualmente definiti. Al piano regionale è affidata la definizione degli obiettivi ispirati ai principi della nuova legge. Musei e Biblioteche saranno organizzati in sistemi, nella logica della cooperazione e della condivisione di standard e strumenti tecnici.
La legge è complessa, ma manifesta la capacità della Regione di interpretare consapevolmente il proprio ruolo, candidandosi autorevolmente a svolgere un ruolo di prima linea in materia di beni culturali.
Certo la funzione dello Stato è essenziale e strategica e di garanzia e, diciamo, l'ha guadagnata sul campo, dal 1939 in poi. Ma anche lui con le sue debolezze e anche i rischi. Le Regioni anche loro con meriti, rischi e debolezze. La via dell'integrazione è, quindi, maestra. Questo stato plurale sta nella Costituzione, non è fondato sui proconsoli, ma sulla sussidiarietà, nella dignità di costruire assieme una storia civile e comune, cioè la stessa storia di tutti, senza primi della classe. E ricordando che le mani sulle nostre città sono state messe non in vigenza di competenze regionali. Allora quell'albero che possiamo scalare nel sito del governo può non essere così folle e manifestare la volontà di esplorare forme possibile di riconoscimento alla Regioni della loro capacità di operare. L'esperienza sarda mi pare lo dimostri.
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