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sabato 12 maggio 2007

L'uso politico della religione diventa
muro ideologico contro il dialogo
e nega la società aperta dell'inclusione

di Paolo Pani

È un confronto ad armi impari. Il Vaticano usa politicamente la “sua religione”, ma non accetta il confronto dietro il dogma del non possumus. La critica (qualsiasi critica) diventa “terrorismo”, perciò non ne sono stabiliti i limiti. È, in altri termini, emergenza democratica dove si nega il diritto di replica e di critica ragionevole.

S'interrompe un dialogo già avviato della comunicazione e del confronto, e si scavano trincee, mentre è sconcerto fra quanti avevano creduto nell'abbattimento del muro ideologico fra laicismo e clericalismo in una società aperta dell'inclusione.

La “questione della religione” è del tutto sopraffatta dalla “questione politica”. È opportuno farsene una ragione, approfondire il “fatto politico”, dove sono evidenti gli schieramenti. Il cattolicesimo conservatore della destra segue il Vaticano, che, a sua volta, si associa, anche se non esplicitamente, a quella parte politica. È inoltre altrettanto evidente come si vogliano introdurre nel centro-sinistra fratture e divisioni.

Quali gli argomenti che accomunano? È molto evidente come, anche in Italia, la Destra rivendichi gli antichi caratteri ideali di forte identità nello Stato-nazione, le origini cristiane dell'Europa, ma in un quadro d'egemonia del suo potere temporale, d'esclusione delle diversità. È evidente un processo politico d'interramento e di continentalizzazione, di chiusura dei confini europei della cristianità, di scelta definitiva, senza appello, fra il “bene” ed il “male” nella loro assolutezza.

In questi termini è affermato anche “il bene assoluto dell'Occidente”, in modo inappellabile, da esportare. È coincidenza fra “religione” e “potere temporale” della politica. Non esiste più neppure il grigiore indistinto del Limbo.

A questo punto è forse necessaria una domanda. In che misura il “singolo” Papa riesce a condizionare la “politica” del Vaticano e determinarne i processi, oltre il suo alto magistero? È innanzi tutto lecito? La risposta può essere affermativa, ma, contestualmente, è aperto il confronto. Nella stessa misura in cui un Papa giudica, può essere, egli stesso, giudicato. Il Papa ha una sua identità, che può essere riconosciuta dalle sue origini e dalle sue risposte alla storia.

Giovanni XIII è stato Papa italiano del dialogo, di apertura oltre i confini del Vaticano. È stato il Papa della “moderna riforma” della Chiesa, che annunciò nella presentazione del Concilio Vaticano II. In un mondo diviso fra due opposte ideologie, auspicò la via del dialogo e della conciliazione attraverso il prestigio della sua persona e una continua e forte diplomazia pontificia, nella continua ricerca di punti di raccordo. Insisté sulla necessità di trattative leali e sincere e fu attento alla ricerca di un modus vivendi con i regimi totalitari comunisti. È stato Papa pastorale (“parroco del mondo”), delle questioni sociali oltre i rigidi schemi dell'ideologia, d'accoglienza delle diversità sociali. Questo suo programma pastorale fu promulgato nelle due encicliche, Mater et Magistra, del 1961, e Pacem in terris, del 1963, praticamente di consenso universale.

Paolo VI è stato Papa della diplomazia pontificia e vaticana, proseguì l'opera di Giovanni XIII nel Concilio Vaticano II. Fu aperto alle questioni sociali, ai problemi del terzo mondo, ma anche molto attento alla questione degli intellettuali cattolici ed al dialogo della Chiesa con i non-credenti e con i non-cristiani. Fu forte Papa riformatore della Chiesa di Roma. I due Pontefici furono aperti al dialogo e risposero alle richieste sociali del loro tempo. Il loro non è stato confronto che esclude, ma tentativo pragmatico di pace e di conciliazione.

Dopo 455 anni sale quindi al soglio pontificio un Papa non italiano, Karol Wojtyla, polacco. Giovanni Paolo II supera i confini del Vaticano con stile energico, in un rapporto fortemente mediatico con le masse dei fedeli, a livello ecumenico. Sul piano dottrinario è Papa della tradizione, di forte opposizione ai “relativismi sociali” ed al dialogo, all'interno della stessa comunità dei cattolici. Si confronta con le religioni non cristiane, ma opera dall'interno di una forte e rigida identità dottrinaria, di un cattolicesimo della restaurazione.

Sul piano etico è forte oppositore di ogni concezione materialistica e dei sistemi politici che la rappresentano, in senso universalistico, dal marxismo al capitalismo. Con i suoi viaggi vuole esprimere l'universalità spirituale del cristianesimo e della Chiesa cattolica, ma da una posizione di forte egemonia. Il Vaticano gli è debitore di aver allargato i suoi confini, universalmente oltre quelli romani, e di un'Europa cristiana e cattolica.

Al Papa dell'universalità della Chiesa cattolica succede il Pontefice tedesco, Ratzinger. Fin dagli inizi del suo Pontificato si distingue per il suo carattere fortemente dottrinario nell'affermazione di una rigida identità cattolica ed europea, di chiusura alle diversità. È Papa tedesco, “di terra”, dell'Europa continentale, al cui interno stabilisce i suoi confini, una propria centralità ed una forte identità, non solo dottrinaria, ma anche politica ed ideale.

Dal ricordo dei quattro Pontefici scaturiscono visioni differenti del mondo cattolico e dei loro rapporti con la Società. E' da queste premesse che può essere forse riaperto un dibattito ed un confronto oltre le rigidità dottrinarie e d'identità del cattolicesimo europeo.

(red)


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