venerdì 11 maggio 2007
di Adriana Di Liberto*
Questo articolo riprende la relazione su “Infrastrutture immateriali - il gap della Sardegna” presentata in occasione della quinta Giornata dell'economia, a Cagliari.
La teoria economica sottolinea da tempo l'importanza che il livello di infrastrutture immateriali riveste per lo sviluppo economico di un'area. A differenza delle infrastrutture materiali (ponti, strade e quant'altro) il concetto di infrastrutture immateriali è meno definito. Rientrano nella definizione il capitale educativo ed il capitale sociale, il livello di imprenditorialità, la capacità tecnologica ed innovativa di una economia. Di tutti questi fattori molti riconoscono nel livello di istruzione della forza lavoro e, quindi, nel capitale educativo un ruolo di particolare importanza.
Ad un maggiore livello di istruzione è infatti associata una maggiore coesione sociale, una riduzione del crimine, decisioni politiche più informate e benefici intergenerazionali dovuti alla trasmissione della conoscenza dai genitori ai figli. Tutti fattori che concorrono alla formazione del capitale sociale. Ad un maggiore livello di istruzione/formazione è inoltre associata una maggiore attività innovativa e di Ricerca e Sviluppo. Le politiche sull'istruzione diventano quindi determinanti del definire le potenzialità di crescita di una economia.
La Commissione Europea stima che un aumento dei livelli medi di istruzione della forza lavoro di un solo anno scolastico possa aumentare la produttività di un'area di una percentuale compresa tra 4-9 punti. Se guardiamo alla crescita delle economie dal dopoguerra ad oggi, emerge che i miracoli economici, Giappone e Sud Est asiatico in testa, hanno sempre avuto tra gli ingredienti indicati come causa del successo politiche da parte dei governi orientate ad accrescere il capitale umano nazionale ed una forza lavoro con elevati livelli di istruzione. Dei due paesi europei che più sono cresciuti negli ultimi anni, Finlandia e Irlanda, sappiamo che hanno investito in modo massiccio ed efficace nell'istruzione superiore. Il Lazio è la regione italiana che più è cresciuta negli ultimi anni, ed è anche quella che ha la forza lavoro più istruita. Sembra quindi che dal punto di vista dello sviluppo economico l'investimento in istruzione possa considerarsi remunerativo.
Ma i dati indicano chiaramente che anche a livello individuale investire in conoscenza è sempre un buon investimento. Il livello educativo ha infatti un impatto diretto sia sulla partecipazione al mercato del lavoro che sulle possibilità di mobilità occupazionale del lavoratore. Risulta che in Italia l'88% degli uomini ed il 77% delle donne laureate siano inseriti/e nel mercato del lavoro. Tra i diplomati/e le percentuali scendono significativamente, soprattutto per le donne: 79% (uomini), 39% (donne). E i disoccupati di lungo periodo possiedono per la maggior parte bassi livelli di istruzione. La battaglia contro la disoccupazione si combatte quindi anche fra i banchi di scuola.
Vi sono almeno tre motivi che aiutano a capire perché la realtà attuale emargina sempre di più chi non ha un bagaglio di competenze adeguato. Innanzitutto, le società dei paesi industrializzati sono in continua e veloce evoluzione. Si assiste ad un costante declino del peso del settore industriale e ad una crescita del settore dei servizi. La tecnologia diventa obsoleta in un arco temporale sempre più breve, e questo implica che le esigenze di riqualificazione si ripresentino numerose nel corso della vita di un individuo. Queste trasformazioni della struttura economica comportano trasformazioni nelle possibilità occupazionali dei lavoratori. Le competenze “professionalizzanti” non bastano più.
In secondo luogo, la presenza di progresso tecnologico cosiddetto pervasivo implica che settori e mansioni che prima non richiedevano preparazione da parte del lavoratore necessitino attualmente di un iniziale bagaglio di solide e tecnologicamente aggiornate conoscenze. Infine, il processo di globalizzazione comporta una competizione crescente da parte dei nuovi mercati soprattutto tra imprese operanti in settori non avanzati che utilizzano forza lavoro non qualificata a bassissimo costo. La nostra industria ed i nostri servizi non possono pensare di poter competere in questo tipo di produzioni.
Malgrado ciò, l'Italia finora ha investito poco in istruzione. Attualmente, nel gruppo dei paesi industrializzati è tra quelli con i più bassi livelli di istruzione. È anche l'economia che meno è cresciuta negli ultimi dieci anni. Inoltre, i dati del censimento 2001 indicano che la Sardegna è in Italia la regione con la più bassa percentuale di popolazione in possesso di titolo di laurea (6,2% contro il 7,5% media nazionale). Ed è anche la regione con la più bassa percentuale di popolazione in possesso di diploma di scuola secondaria (22,4% contro il 25,9% media nazionale) con percentuali di abbandono scolastico estremamente elevate.
Ma non vi è solo un problema di quantità. Vi è, non meno importante, un problema di qualità dell'istruzione impartita. Non tutta la formazione/istruzione è uguale. L'OCSE ogni tre anni effettua un test tra gli studenti quindicenni scolarizzati (esclusa la formazione professionale) di tutti i paesi industrializzati per valutare le loro capacità nella comprensione dei testi, nella soluzione di problemi logico-matematici e nelle scienze. Queste competenze generali sono considerate indispensabili per consentire agli individui di apprendere nel corso di tutta la vita ed adeguarsi ai cambiamenti. I risultati del test indicano che l'Italia si colloca al di sotto della media OCSE in tutti i tipi di abilità valutate.
Per quanto riguarda le competenze nella lettura, la percentuale di studenti italiani valutata come eccellente nel test è stata del 25%, contro il 50% della Finlandia, il 45% del Canada ed il 37% del Regno Unito. Il divario è ancor più marcato nel caso delle competenze matematiche e scientifiche. Inoltre, anche in questo caso la Sardegna è, tra le regioni italiane, in ritardo. Tra tutte le macroaree italiane, gli studenti dell'aggregato “isole” (il dato sardo è sommato con quello siciliano) sono quelli che registrano i risultati più deludenti.
Dunque, le statistiche indicano che la politica nazionale e quella regionale sono in questo settore colpevolmente in ritardo. Non è sempre stato così. Negli anni del boom economico gli investimenti in istruzione sono stati massicci. I dati censuari indicano che nel '61 gli analfabeti in Calabria erano il 20%, in Sardegna il 10%. Negli anni '70 queste percentuali sono scese vicino allo zero. Da allora però non si sono più fatti nuovi investimenti. Ci si è accontentati di sconfiggere l'analfabetismo. E il divario in termini di infrastrutture immateriali con le altre economie industrializzate è, come visto, cresciuto significativamente.
Tuttavia, negli ultimi anni sembra che vi sia da parte di tutte le forze politiche una maggiore consapevolezza dei rischi che corre una economia poco istruita. Speriamo che le dichiarazioni presenti nei programmi di governo siano seguite da azioni efficaci. Lo sapremo fra qualche anno. Le politiche a favore dell'istruzione hanno infatti un brutto difetto. Dispiegano i loro effetti solo dopo molto tempo e non in corrispondenza delle scadenze elettorali. Anche questo aiuta a spiegare perché, troppo spesso, gli interventi in questo campo devono cedere il passo ad altre “priorità”.
* ricercatore presso il Dipartimento di Ricerche Economiche e Sociali,
Facoltà di Scienze Politiche, Università di Cagliari
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