l'altra voce.net
stop all'uso dei bambini soldato!


giovedì 10 maggio 2007

Bocciata la cooperazione italiana
Pochi soldi e in ritardo,
facciamo i piazzisti coi poveri del mondo

di Elvira Corona

Cooperazione incoerente, inefficace, che non mantiene le promesse neppure quando sono in gioco vite umane, che privilegia gli esperti nostrani nonostante costino molto di più, e vincola i paesi bisognosi di aiuto a rifornirsi con beni made in Italy. Ma anche cooperazione fantasma - faccio finta di aiutarti ma in realtà non ti dò nulla - e addirittura qualche episodio di finanza creativa con i soldi degli aiuti. È impietoso il rapporto di ActionAid (“L'Italia e la lotta alla povertà nel mondo”) sulla cooperazione allo sviluppo del governo italiano. Una lettura istruttiva, e a tratti sconfortante, questo dettagliato documento presentato ieri che valuta i progressi fatti dal nostro paese rispetto agli impegni presi nel 2000 a New York e poi in occasione del Consiglio europeo di Barcellona del 2002.

Il sottotitolo del rapporto 2007 è “In attesa della svolta annunciata”. Attesa vana, finora. Cinque anni fa, l'Italia si era impegnata a destinare almeno lo 0,33% del Pil all'aiuto pubblico allo sviluppo entro il 2006: un obiettivo che ormai non riuscirà a realizzare neppure quest'anno. Ci si ferma a uno 0,20% del Pil, che scende allo 0,11% se non consideriamo le cancellazioni del debito. Risultati minimi che spesso vanno persi, se si pensa che paesi come India e Cina si ritrovano nella condizione paradossale di ricevere aiuti internazionali dall'Italia e allo stesso tempo di pagare somme equivalenti per rimborsare il debito verso il nostro paese.

Vale la pena analizzare alcuni dati richiamati da ActionAid. Tra il 2000 e il 2005 l'Italia ha esportato armi per 2 miliardi di dollari, fornendo più armamenti che aiuti a Pakistan e Brasile. Dal 1998 al 2005, i volumi dell'aiuto pubblico allo sviluppo sono stati tra i 2 e i 3 miliardi di dollari, mentre nello stesso periodo le spese militari sono aumentate costantemente fino al picco dei 27,4 miliardi di dollari nel 2004. E anche la finanziaria di quest'anno ha stanziato 22 miliardi di euro per la Difesa: un aumento del 12% rispetto all'ultima finanziaria del governo Berlusconi.

Ma l'Italia è anche uno dei peggiori erogatori, assieme alla Finlandia. Il nostro Paese ha sborsato in media soltanto l'89,2% di quanto promesso ai paesi in via di sviluppo tra il 2000 e il 2005, contro il 100%, e oltre, della maggior parte dei partner europei. Etiopia, Albania, Argentina, Palestina e Marocco sono i paesi che hanno maggiormente sofferto l'inaffidabilità dell'aiuto italiano. Tante per dare un'idea: nel caso dell'Etiopia, l'aiuto equivaleva al 18% del Pil del paese africano.

Critiche agli interventi italiani anche per un nazionalismo fuori luogo: un esperto italiano di istruzione mandato in missione in Ghana - fa notare Actionaid - costa 20.000 dollari al mese, mentre un professore locale non ne costerebbe più di 300. Irlanda e Germania nei propri progetti scelgono più del 50% del personale nei paesi di destinazione degli aiuti. L'Italia invece vincola i propri progetti all'acquisto di materiale italiano nel 38% dei casi: una scelta che fa aumentare il costo degli interventi tra il 30 e il 50%.

L'immagine che hanno i governi africani della cooperazione italiana è quella di un sistema poco efficace. L'Italia è tra i donatori che in genere non sostengono finanziariamente le priorità di sviluppo indicate dal paese beneficiario dell'assistenza, ma guarda piuttosto alle proprie priorità. Gli interventi sono poco flessibili, altamente imprevedibili e seguono procedure complesse che costituiscono la causa principale degli eccessivi ritardi all'esborso.

Secondo Patrizia Sentinelli, viceministra degli Esteri con delega alla Cooperazione, l'Italia rischia anche di «rimetterci la faccia» visto che il prossimo mese parteciperà al G8 in Germania senza avere mantenuto nemmeno gli impegni presi con il Fondo globale per la lotta contro l'Aids, la tubercolosi e la malaria. Dobbiamo ancora versare al Fondo 130 milioni di euro per il 2006, altrettanti per il 2007 e un residuo di 20 milioni della quota del 2005. A gennaio, al vertice dell'Unione africana a Addis Abeba, il presidente del Consiglio Romano Prodi aveva assicurato che in tempi brevi il governo italiano avrebbe mantenuto l'impegno. Secondo un calcolo delle organizzazioni della società civile, con la cifra che l'esecutivo non ha ancora versato nelle casse del Fondo si potrebbero salvare 443 persone al giorno.

Un dibattito vecchio quello sulla cooperazione italiana, regolata ancora da una legge del 1987, la numero 49, che se allora era decisamente innovativa oggi appare ormai superata: in vent'anni, la comunità internazionale dei donatori e dei paesi in via di sviluppo ha elaborato approcci e modi di cooperazione nuovi, valorizzando soprattutto il decentramento locale. Il rapporto segnala che non vi è stato un cambio di rotta deciso e dal 1° gennaio 2007 la politica italiana di cooperazione allo sviluppo italiana è inadempiente rispetto agli impegni assunti a Barcellona. Ancora lontani dunque da un contributo significativo nella lotta alla povertà, attraverso l'incremento delle risorse finanziarie e la realizzazione della riforma del sistema di cooperazione, uno degli obiettivi del programma del nuovo Governo Prodi.

Nel rapporto di ActionAid si parla anche dell'aiuto fantasma, ossia di quelle attività che possono essere riportate come aiuto pur non determinando alcun trasferimento di risorse finanziarie verso i paesi in via di sviluppo. Ebbene, tanto l'Europa quanto l'Italia hanno risultati deludenti: circa il 70% dell'aiuto bilaterale negli ultimi sei anni è stato fantasma. L'Italia rimane, dopo la Grecia, il più incoerente donatore europeo a causa dei bassi livelli di aiuto, mancata partecipazione alle iniziative per migliorare la governance dei paesi in via di sviluppo, bassa riduzione delle emissioni di CO2 negli ultimi 10 anni, poca disponibilità ad accogliere rifugiati durante le crisi umanitarie, elevata esportazione di armi a governi poveri o non democratici, elevata percentuale di aiuto vincolato. E per finire, debiti cancellati dopo lunghe riflessioni, mentre nel concedere nuovi prestiti i tempi sono molto più rapidi.

Con i soldi destinati ai poveri del mondo si riesce a fare anche finanza creativa: i fondi spariscono e riappaiono, quando necessario. Ad aprile ad esempio sono stati tagliati 50 milioni di euro al bilancio della cooperazione per coprire la riduzione dei ticket sanitari, anche se ora pare che quelle risorse torneranno nelle casse della Farnesina.

Il rapporto si conclude con alcune raccomandazioni. Tra le più significative, quella di riconoscere la centralità della lotta alla povertà e degli Obiettivi del Millennio, assicurare la coerenza tra tutte le politiche di relazioni esterne dell'Italia con quella della solidarietà internazionale, assicurare l'unitarietà e il coordinamento delle iniziative.

Prossima scadenza importante, il 2010: fra tre anni l'Italia sarà chiamata dalla comunità dei Paesi donatori a dar conto della quantità e qualità del suo aiuto pubblico allo sviluppo. Per quella data dovrà aver speso 8,7 miliardi di euro all'anno, in maniera più efficace.


Google
 


© 2007 Nesos Editoriale Indipendente srl - Cagliari