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mercoledì 9 maggio 2007

La doppia morale e la chiesa del silenzio
Mercato di opportunismi sui Dico
impone la legge dei credenti ai non credenti

di Nanni Spissu

È difficile orientarsi nella baraonda generata dal tentativo di dare per legge tutela alle coppie di fatto. Naturalmente la baraonda nasce da un incontro tra opportunismi: una chiesa che ha della sua funzione un'idea totalizzante e cerca più ampi spazi di potere e un ceto politico che dalla piaggeria e dall'acquiscenza spera di trarre buon profitto elettorale.

Mastella, ministro della Repubblica, quello di Nuvoli, ci raccontava di essere stato oggetto di gratitudine da parte del capo della chiesa romana per le sue posizioni a tutela della famiglia, che è votata alla distruzione nella mani di quella luciferina di Rosy Bindi.

Non poteva mancare il diavolo in persona a gestire lo sfascio di un'istituto come la famiglia. Si sa che il diavolo ogni tanto torna a galla perché il male ha bisogno sempre di una sua personificazione, in una concezione sostanzialmente manichea della vita. Il male è una sorta di divinità che lo stesso dio del bene ha consentito potesse esistere, in uno strano gioco di rimbalzi che rende più tenue la nostra responsabilità per azioni contro i principi morali: la tentazione, si sa.

D'altra parte la responsabilità dei peccati si estingue facilmente nella formalizzazione rituale del pentimento, che tutto copre e restituisce all'oblio. È la doppia via della salvezza, è il sistema per cui tutto si aggiusta e si sa il magistero è una cosa, la misericordia è un'altra.

Si sa che quest'Italia è costruita sull'autoassoluzione, c'è sempre un'attenuante, i vescovi chiamati a accompagnare povere vittime di delitti immani, di bimbi e giovani tolti alle famiglie con la violenza di delitti assurdi, invitano al perdono i parenti straziati e disorientati da una richiesta così inumana. Mai o raro il richiamo ai principi della giustizia, di una società che non si vendica, ma chiede che si determini un riequilibrio davanti a una lesione grave della convivenza, con un pubblico riconoscimento della responsabilità e la comminazione della pena, con la sua funzione rieducativa, certo, ma anche con la sua innegabile funzione di ristoro di quella lesione inferta.

È questa oscillazione tra rigore e sbracamento che determina confusione, disorienta le coscienze e crea una sorta di doppia morale.

Molti cattolici sanno che le questioni riguardanti sesso e procreazione e uso degli anticoncezionali si risolvono, alla fine, all'interno di quella chiesa del silenzio, che ha vivo il senso della portata rivoluzionaria e sconvolgente del messaggio della carità e della speranza. Che non travolge i principi morali, ma li esalta nel condividere una gerarchia di valori, che ha anche una sua dignità umana e storica.

Intorno alla questione dei Dico si è costruita una giornata della famiglia, che è una manifestazione di libertà e di democrazia e che va rispettata e per la quale lo stato deve assicurare che si determinino tutte le condizioni per un suo svolgimento sereno e, specialmente, libero.

Questo non si discute e noi che siamo laici abbiamo questo senso profondo della libertà degli altri, ancor più che della nostra. Ma davanti agli anatemi di una chiesa militante e militare, c'è quella chiesa del silenzio che è stata già richiamata in queste pagine. E quella chiesa sa anche parlare.

Sentiamo Mons. Riboldi: «La politica afferma il suo principio, cerca di interpretare il sentire della gente. E la gente comune, il popolo, non è fatto di santi. Molte persone agiscono in maniera nettamente distinta dalla chiesa. Lo stato deve agire e decidere in piena indipendenza, e non deve certamente confondersi con la chiesa. Ma la chiesa ha il diritto e il dovere di affermare i principi: la vita, il matrimonio e i figli; se li togli, cancelliamo il mondo» ( La Stampa, 14 febbraio 2007).

Nulla da aggiungere a una posizione così ispirata e equilibrata. Viene da un sacerdote che ha consacrato la vita a combattere la violenza e l'ingiustizia, che ha fatto la guerra alla camorra, isolato nello stato e nella sua chiesa, seppure la camorra è contro la morale, è antistato, ma anche antichiesa. Ma mai dallo stato e dalla chiesa si é levato compatto e chiaro un gesto definitivo di ripulsa verso queste cancrene della nostra società, e davanti alla morte inferta da queste organizzazioni del crimine si assiste troppo spesso o alla resa dello stato o alla richiesta imbelle di un improbabile perdono dalla chiesa. Anche se non è possibile dimenticare l'urlo drammatico di Wojtyla, che dalla Sicilia lanciava il suo anatema contro gli uomini della mafia.

Ora l'iter della legge sui Dico appare travolto da un magma di opportunismi, paure, calabrache dello stato imbelle, che svende le sue prerogative e la sua dignità per un piatto di lenticchie. Queste andranno ai soliti furbi e profittatori, quelli adatti a tutte le stagioni che vivacchiano di rendita di posizione, incapaci di presentarsi per una scelta politica da proporre limpidamente al proprio elettorato, ma disposti a frequentare con profitto gli ambitissimi angiporti degli aghi della bilancia.

Si farà mai una legge elettorale, nata dal coraggio di chi rappresenta la parte più forte e compatta dell'elettorato, che voglia trovare la via per dare dignità alla politica attraverso la stabilità e la capacità di decidere. Sarebbe necessaria anche la dignità di un sacrificio, in nome di una dignità che va restituita allo stato e alla politica, in nome di un futuro possibile e degno di una modernità che per noi è così distante.

Ma possiamo dare la parola anche a un altro grande testimone della chiesa, quel Cardinal Martini che ha scelto Gerusalemme come approdo per la sua vita intensa, altissima, dopo 22 anni a Milano, vescovo del dialogo e dell'ascolto, dalla sua “cattedra dei non credenti”.

Davanti alla tragedia di Welby, che chiede dopo nove anni di essere lasciato morire, che dopo la morte non è ammesso ai funerali religiosi, Martini ci propone un modello di chiesa rigorosa nel suo rifiuto di forme vere o mascherate di eutanasia, ma non chiude la porta alla ricerca di una soluzione, che gli stati devono trovare per assicurare dignità alla morte, libertà nel rifiuto di terapie inutili, ricerca di un modello normativo che trovi un punto di equilibrio tra il dovere dello stato di assicurare il massimo livello di assistenza terapeutica e quella del cittadino di dire basta.

«Dal punto di vista giuridico, rimane l'esigenza di elaborare una normativa che, da una parte, consenta di riconoscere la possibilità del rifiuto (informato) delle cure - in quanto ritenute sproporzionate dal paziente -, dall'altra protegga il medico da eventuali accuse (come omicidio del consenziente o aiuto al suicidio), senza che questo implichi in alcun modo la legalizzazione dell'eutanasia. Un'impresa difficile, ma non impossibile: mi dicono ad esempio che la legge francese in questa materia sembri aver trovato un equilibrio se non perfetto, almeno capace di realizzare un sufficiente consenso in una società pluralista». (Martini ne “Il Sole 24 Ore”, 21 gennaio 2007.

Siamo davanti non alla chiusura di un'autorità che si propone, sola, davanti ai problemi che riguardano le persone, ma al riconoscimento che gli stati hanno diritto e dovere di adeguare i propri ordinamenti alla realtà della vita dei propri cittadini.

Quando la drammatizzazione e la teatralizzazione, se non la politicizzazione, del proprio ruolo raggiunge i livelli parossistici delle dichiarazioni dei Ruini o Bagnasco, siamo davanti a una situazione che rischia di collocare tutto e tutti dentro la logica dello scontro. E ne va anche della dignità e dell'autorevolezza di tutti.

Le minacce a chiunque manifesti, anche in forme non condivise e, forse non condivisibili, opinioni o detti regole, anche se, in taluni casi, al di fuori della propria giurisdizione, sono riprovevoli e vergognose. Allo stesso modo di quelle che ricevono tanti amministratori, tanti magistrati, tante persone nell'esercizio di funzioni pubbliche o che operano per imporre il rispetto della legge. Lo stato deve dare il massimo livello di tutela a Bagnasco e a tutti gli altri, con la stessa convinta e operosa e affettuosa solidarietà.

Ma c'è un livello che deve invece essere accettato da chiunque viva in questa Repubblica: le posizioni assunte pubblicamente da tutti sono tutte parimenti esposte a critiche, dissenso, condivisione, accoglimento o rifiuto. E infine, nessun cittadino non credente può essere sottoposto alla legge del credente attraverso lo stato.


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