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mercoledì 9 maggio 2007

Gli affari del made in Italy che uccide
Nel 2006 l'industria bellica
ha fatto profitti record per lo Stato

di Elvira Corona

Mille persone al giorno muoiono a causa delle armi e molte altre vengono seriamente ferite. Secondo un rapporto IANSA (International Action Network on Small Arms, Rete internazionale d'azione sulle armi leggere), fra queste persone una media di 560 sono vittime di fatti criminali, 250 sono morti in azioni di guerra, 140 sono suicidi; gli ultimi 50 casi sono incidenti. Se la morte, le ferite e le disabilità causate dalle armi fossero classificate come una malattia, sarebbero assimilabili a un'epidemia. E non si tratta di armi atomiche, biologiche o chimiche, bensì di quelle che vengono comunemente chiamate armi leggere.

Mentre esistono trattati internazionali che regolano il trasferimento di armi considerate generalmente più pericolose, non ne esiste ancora uno che regoli quello delle armi convenzionali, che sono poi le armi più frequentemente utilizzate nei conflitti e in contesti violenti. Riparte con questo obiettivo anche in Italia, la campagna internazionale Control Arms, promossa da Amnesty International, Oxfam International, Safeworld e Iansa per sollecitare l'adozione di un trattato che regolamenti i trasferimenti di armi. Alla campagna, iniziata nel 2003 e che in Italia è portata avanti da Amnesty e Rete Disarmo, hanno aderito oltre un milione di persone di 170 paesi.

La mobilitazione in 3 anni è riuscita a sensibilizzare anche le istituzioni internazionali, tanto che lo scorso anno la Commissione Disarmo e Sicurezza dell'Onu prima e l'Assemblea Generale poi si sono espresse a favore dell'avvio dei lavori per un trattato sul commercio di armi che, stabilendo standard globali omogenei, impedisca le vendite a paesi che alimentano conflitti e gravi violazioni dei diritti umani, e renda più rigidi gli embarghi. Nell'ultimo decennio, le ricerche condotte da Amnesty International hanno dimostrato come i trasferimenti irresponsabili di armi abbiano alimentato le violazioni dei diritti umani in ogni parte del mondo.

Nonostante il voto contrario degli Stati Uniti e le astensioni di Cina e Russia, durante l'anno in corso il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, consulterà i governi in merito ai contenuti del trattato, fino all'apertura della prossima sessione annuale dell'Assemblea Generale. Si tratta di un passaggio delicato: per questo, in parallelo alla consultazione ufficiale, la campagna Control Arms ha ritenuto opportuna anche una consultazione popolare sul trattato.

E l'Italia che fa? I numeri e i contenuti dell'ultimo rapporto al Parlamento presentato dalla Presidenza del Consiglio sui lineamenti di politica del Governo in materia di esportazione, importazione e transito dei materiali d'armamento sono in netta controtendenza rispetto allo spirito del futuro trattato internazionale. Ma non c'è da stupirsi: per quanto riguarda le armi leggere, l'Italia si attesta al quarto posto tra i paesi produttori e al secondo tra gli esportatori.

È un fenomeno definito da alcuni come il vero miracolo economico italiano, viste le cifre: nel 2006 il Ministero degli Esteri ha rilasciato 1.183 autorizzazioni per l'esportazione di materiali di armamento. Ma le cifre più eloquenti sono quelle relative al valore delle esportazioni definitive, per le quali è cioè previsto il corrispettivo regolamento finanziario: il totale sfiora i 2,2 miliardi di euro.

Confrontando questi dati con quelli del 2005, si nota un allarmante incremento del valore relativo alle autorizzazioni alle esportazioni (+61,12%), mentre nel 2005 si era registrata una flessione rispetto all'anno precedente. Quelli del 2006 sono i numeri più alti registrati negli ultimi 10 anni. «L'industria italiana per la difesa ha di fatto consolidato e rilanciato la propria capacità produttiva nel campo delle esportazioni di materiale per la sicurezza e difesa», si legge nel rapporto.

Per quanto riguarda i paesi destinatari delle autorizzazioni alle esportazioni di materiale d'armamento, nel 2006 gli Stati Uniti si attestano al primo posto, con il 15,95% sul totale, seguiti da Emirati Arabi Uniti, Polonia, Austria, Germania, Bulgaria, Oman, Lituania e Nigeria. Seppur con cifre minori, tra i clienti ci sono anche Corea del Sud, India, Pakistan, Turchia, Libia, Egitto, Cina, Taiwan ed Israele.

La legge 185/90 (già in linea con gli obiettivi del trattato internazionale) era stata approvata per regolamentare il controllo dell'esportazione, importazione e transito dei materiali d'armamento. E all'articolo 5 vieta l'esportazione verso paesi che non diano sufficienti garanzie sulla destinazione finale. Ma viene da domandarsi se Emirati Arabi Uniti, Oman e Nigeria intendano usare i prodotti made in Italy per i campionati nazionali di tiro al piattello.

Ancora più esplicito l'articolo 6 della legge, che elenca una serie di divieti all'esportazione: ad esempio verso i Paesi in stato di conflitto armato e verso i Paesi i cui governi siano responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani. Gli Stati Uniti, miglior cliente dell'industria bellica italiana, si limiteranno ad armare le forze di polizia, a lasciare che siano vendute più o meno liberamente al prossimo serial killer di turno, o c'è il rischio che quelle armi vadano a finire anche in Iraq? Che dire poi della Turchia, candidata ad entrare nell'Unione europea ma continuamente ripresa dal Consiglio d'Europa per violazioni dei diritti umani?

Ma chi guadagna dal business delle armi? Le principali imprese esportatrici appartengono al gruppo Finmeccanica, che vede sette delle sue società fra le prime dieci in classifica. E se il 32% di Finmeccanica è controllato dal Ministero dell'Economia e delle Finanze, si capisce perché nei lineamenti programmatici per l'anno 2007 del Rapporto, si parli di «indicazioni programmatiche fino ad oggi seguite, basate fondamentalmente sul principio di esercitare un sempre più efficace controllo delle movimentazioni dei materiali di armamento, cercando, nel contempo, di consentire la presenza competitiva dell'industria nazionale nel mercato internazionale». Nessun cenno alla riconversione dell'industria bellica chiesta dalle organizzazioni per il disarmo e da parte della società civile.

Industria competitiva e settore trainante nel nostro paese quindi, quello della produzione di armi. Gli affari comunque non sono solo per Finmeccanica, le imprese belliche o gli armaioli: anche alcune banche traggono parte dei loro profitti dalle transazioni di armi. Sono le cosiddette banche armate, che con 1,5 miliardi di euro registrano la cifra più alta da vent'anni a questa parte come incassi autorizzati sui conti delle ditte armiere. Con in testa San Paolo-Imi, a seguire le altre tra cui il gruppo BNP-Paribas (della quale ora fa parte anche BNL), Unicredit, Banco di Brescia.

A poco o nulla sono servite le campagne di boicottaggio nei confronti di Banca Intesa, promosse dalle organizzazione di pressione, come la Campagna Banche Armate, a seguito delle quali l'istituto si era impegnato a seguire un codice etico, o la Banca Popolare di Milano, socia anche di Banca Etica, dalla quale era stata richiamata a seguire i principi dell'atto costituivo. La prima dopo la fusione con San Paolo non si sa come porterà avanti i propri impegni; e la seconda, stando ai dati del Rapporto, è ancora tra le banche armate. Insomma, stavolta l'Italia non ha il diritto di fare la morale agli altri.


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