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martedì 8 maggio 2007

Le domande sulle lingue dei sardi:
la politica chiede aiuto
e poi decide senza vedere le risposte

di Giovanni Lupinu

Il 5 maggio si è tenuta a Paulilàtino la presentazione dei risultati della ricerca sociolinguistica “Le lingue dei sardi”, realizzata dalle Università di Cagliari e Sassari per conto della Regione Sardegna: scopo della ricerca era quello di sondare lo stato delle lingue locali e raccogliere le opinioni della gente su di esse e sul loro eventuale utilizzo in sede amministrativa.

L'occasione poteva e doveva essere preziosa, perché la ricerca in questione costituisce la più importante nel suo genere che sia mai stata realizzata nella nostra isola, almeno per dimensioni. Avrebbe dovuto costituire anche la base delle politiche linguistiche della Regione (per tale motivo, sin dal maggio 2005, era stata pensata dalla Commissione tecnico-scientifica sulla lingua sarda voluta dallo stesso Soru): peccato che il presidente abbia effettuato le sue scelte in materia prima ancora di conoscerne i contenuti.

Che riguardo a questa ricerca i politici avessero delle aspettative, a Paulilàtino si è capito sùbito, da quando Renato Soru si è precipitato sul palco come un fulmine, in modo alquanto scomposto, per contestare alcuni dati (non opinioni) presentati dalla sociologa Anna Oppo. Ma quale è stato il vero argomento del contendere? Il questionario proponeva domande diverse: una, in particolare, chiedeva agli intervistati se siano in grado di parlare una qualche varietà locale (non se lo facciano realmente): il 68,4% degli intervistati ha risposto affermativamente, il che ha scatenato i facili entusiasmi dei partigiani della limba.

Si è provato a spiegare il valore reale di questo dato, soprattutto confrontandolo con una serie di altri che documentano, ad esempio, che in Sardegna ci si rivolge ai figli in “dialetto” solo nel 16% dei casi (con l'eccezione rilevante del tabarchino): una lingua vive attraverso la trasmissione di genitore in figlio, sicché questo è un dato assai critico per la sopravvivenza del sardo.

Come si spiega, allora, quel 68,4% di persone che dicono di essere in grado di parlare una qualche varietà locale? Semplicemente attraverso un meccanismo ben noto a ogni studioso, cioè attraverso il fatto che, in certi casi, la domanda presuppone la risposta che socialmente è ritenuta più accettabile. Se si va a domandare alla gente se è razzista, le risposte si possono attendere in partenza: all'interno di un'inchiesta in cui gli intervistati hanno percepito un interesse verso le parlate locali, hanno detto di saperle parlare anche molti che in realtà non lo fanno mai, ciò che è confermato dai dati sull'uso, che vengono minimizzati dai partigiani della limba (che magari non hanno mai letto in vita loro un libro si sociolinguistica). Ogni dato, in sostanza, va contestualizzato.

Allo stesso modo vanno valutate le opinioni positive espresse sulle parlate locali, tutte ampiamente prevedibili: gli intervistati, però, hanno manifestato inequivocabilmente il parere che il sardo può trovare posto solo in una scuola saldamente italofona. Insomma: va bene l'ora di lingua minoritaria, non una scuola che parla in sardo. Questo e altri dati documentano che i sardi, in generale, pensano al sardo come a un dialetto, non come a una lingua che possa soddisfare le necessità di una società moderna: è possibile che Soru non si accorga che dice la stessa cosa quando parla del sardo come lingua dell'intimità?

C'è un'altra cosa, infine, sulla quale i soriani si son guardati bene dal pronunciarsi: la ricerca ha mostrato in modo netto che i sardi, riguardo a un utilizzo ufficiale della Regione Sardegna, hanno preferenza per una varietà esistente, non per una varietà di compromesso (quale è la LSC). Può spiegare Soru, che ha preteso che questa domanda fosse inserita nel questionario, perché non ha atteso di conoscerne l'esito? Forse il presidente è abituato a circondarsi di persone che dicono solo di sì, e a Paulilàtino si è visto benissimo. Pretendere, però, che una ricerca sociolinguistica faccia altrettanto forse è un po' troppo. Anche per Soru.


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