venerdì 4 maggio 2007
di Elvira Corona
La russa Anna Politkovskaja, il turco-armeno Hrant Dink, l'americano Brad Will. Sono solo alcuni dei giornalisti uccisi tra la fine del 2006 e l'inizio del 2007 perché facevano bene il loro mestiere. Giornalisti scomodi, che hanno tentato di portare alla conoscenza dei più storie che altri avrebbero voluto tenere nascoste.
Ieri si è celebrata in tutto il mondo la 17ª Giornata internazionale per la libertà di stampa, che il Segretario generale dell'Onu, Ban Ki-Moon, ha ricordato con queste parole: «Gli attacchi contro la libertà di stampa sono attacchi contro il diritto internazionale, contro l'umanità, contro la libertà in generale, contro tutto quello che le Nazioni Unite rappresentano. Una stampa libera, indipendente e al riparo del pericolo è in sé uno dei fondamenti della democrazia e della pace. È ancora più allarmante constatare che cercando di fornire informazioni sulle sofferenze di altre persone i giornalisti stessi diventano bersagli».
Il diritto ad esprimere le proprie opinioni e a diffondere le informazioni attraverso ogni mezzo e senza frontiere è sancito dall'articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Ma nella pratica non è ancora riconosciuto - e stando ai dati neppure condiviso - da tutti.
Solo nell'ultimo anno, secondo l'Onu, sono 150 i professionisti dei mezzi d'informazione morti sul loro lavoro. Il mestiere di giornalista diventa pericoloso non solo nelle zone calde del mondo, ma anche nelle paesi considerati tranquilli, quando si cerca di fare luce su argomenti particolarmente delicati, come corruzione, povertà, abuso di potere. E nel 2007 non si vedono miglioramenti: nei primi mesi dell'anno, 29 tra giornalisti e collaboratori dei media sono stati uccisi.
Sebbene l'assassinio rappresenti ovviamente l'attacco estremo per fermare la circolazione delle notizie, anche altri strumenti sono utilizzati per imbavagliare l'informazione: rapimenti, intimidazioni, minacce, persecuzioni. Strumenti ai quali ricorrono anche i governi - più o meno legittimi, più o meno democratici - quando si sentono minacciati dalla libertà di espressione e di informazione. Oggi 128 professionisti dell'informazione sono in carcere: Cina, Turchia, Iraq, Messico, Colombia, Pakistan, Cuba e Afghanistan sono alcuni dei paesi nella lista nera di Amnesty International per le gravi violazioni al diritto di espressione.
Di fronte allo straordinario potere della tecnologia, che permette attraverso internet di ricevere informazioni in tempo reale da tutto il mondo, in alcuni paesi si ricorre alla stessa tecnologia come strumento di censura. È il caso della Cina, che blocca sistematicamente l'accesso a siti internazionali che forniscono notizie ritenute pericolose per il governo. Con la complicità di alcune aziende che forniscono servizi di posta elettronica sul web, le autorità cinesi sono riuscite in diversi casi a risalire all'identità di cittadini che avevano espresso dissenso nei confronti del governo, arrestandoli. Dopo questi casi, Amnesty ha lanciato una campagna per sollecitare tutti i governi e le aziende a rispettare la libertà su internet.
In altri casi sono le stesse leggi a ostacolare il diritto alla libertà di informazione. La Turchia, ad esempio, fa spesso ricorso all'articolo 301 del suo codice penale per punire chi osa parlare contro l'identità turca: lo stesso giornalista Hrant Dink era stato processato per aver violato questo articolo. Comportamenti ambigui ed inquietanti, per un paese che si accinge ad ospitare un evento globale come le Olimpiadi (nel 2008) o per un altro che spera di assere accolto nell'Unione europea.
Un diverso spunto di dibattito suggerito dalla Giornata internazionale per la libertà di stampa: quando è possibile farlo, i giornalisti riportano i fatti liberamente come dovrebbero? È il caso dei giornalisti cosiddetti embedded, quelli che operano principalmente nei fronti di guerra e che dietro la protezione dell'esercito di turno riportano notizie spesso condizionate. O di quelli che, pur di lavorare, cedono alle pressioni e riportano le notizie come qualcun altro vorrebbe.
Da sei anni, Reporters sans frontières denuncia i predatori della libertà di stampa: persone che per interessi superiori ostacolano il lavoro dei giornalisti e spesso ne minacciano l'incolumità. Si tratta generalmente di responsabili politici di alto livello ma anche di capi di milizie paramilitari, capi di gruppi armati, criminali o narcotrafficanti. Quasi sempre i loro crimini contro la libertà di espressione restano impuniti. Questa impunità rappresenta oggi - secondo i responsabili dell'organizzazione - uno dei pericoli principali per i professionisti dei media nel mondo. Negli ultimi mesi, il presidente del Laos, quello dell'Azerbaijan e alcuni cartelli della droga messicani, responsabili dell'uccisione di numerosi giornalisti, sono entrati a far parte della lista nera dei predatori.
Per non dimenticare i giornalisti caduti sul lavoro, ieri è stato inaugurato un monumento nella città di Bayeux, in Normandia. Il memoriale, dedicato a tutti i reporter uccisi nel mondo, è uno spazio aperto in mezzo alla natura: su 23 pietre bianche sono stati incisi i nomi dei 1.876 giornalisti che hanno perso la vita mentre cercavano di fare il proprio lavoro, dal 1944 ad oggi. Il luogo scelto, Bayeux, ha un significato simbolico: è stata la prima città francese liberata nel 1944, il giorno dopo il D-Day.
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